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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


1 dicembre 2016

DICEMBRE




Jeanne Hebuterne   - Self portrait   -   1916
  


La chiamavano Noix de coco, promettente allieva dell’Accadèmie Colarossi, pittrice sensibilissima e di eccezionale talento diventerà parte integrante del variegato mondo degli artisti di Montparnasse. Furono il pittore giapponese Léonard Foujita e lo scultore russo Chana Orloff a presentare a Jeanne Amedeo Modigliani nel marzo 1917. A dispetto dei genitori di lei, delle convenzioni sociali, della differenza di età e della malattia (Modigliani è già minato dalla tisi), la coppia va a vivere insieme, conduce una vita bohémienne, al limite della povertà, prima a Montparnasse, poi in Costa Azzurra, dove il pittore spera di riprendersi e dove Jeanne dà alla luce una bambina, poi di nuovo a Parigi dove le condizioni di salute del pittore peggiorano, mentre Jeanne è di nuovo incinta. Lei, sensibile artista, dipinge paesaggi e interni, lui la ritrae sempre più ispirato.
Di loro due insieme resta la descrizione dell’amico scultore Léon Indenbaum: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole, vera madonna accanto al suo dio…»
Nel gennaio del 1920 Modigliani si ammalò di polmonite; pochi giorni prima di morire svenne nello studio che divideva con Jeanne che gli restò accanto paralizzata dal dolore. Il giorno dopo la morte dell’artista, incinta di otto mesi, Jeanne si uccise lanciandosi da una finestra. Cinque anni più tardi il suo corpo fu rimosso dal cimitero di Bagneaux e fu sepolto in quello di Père Lachaise, accanto a Modigliani.

Da vedere il film "I colori dell'anima"
Da leggere "Modigliani" di Aldo Santini



In questo video scorrono i volti delle artiste che hanno dato vita a questo calendario e molte altre. L'ho trovato quasi commovente...






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22 novembre 2016

VIAGGIATORE DI ALCHIMIE

Così è stato definito Memmo Mancini il proprietario della storica Coloreria Ettore Poggi, dal nome di chi la rifondò nel 1825 sebbene esistesse già al tempo di Caravaggio, la bottega più antica di Roma. Perchè soltanto lui crea straordinarie misture di pigmenti che danno la possibilità ad ogni artista di rendere visibile, tangibile la propria creatività. In questo luogo alchemico sono passati tutti i grandi artisti del Novecento: Morandi e de Chirico, Balthus e Dalí, Capogrossi e Turcato, Cy Twombly e Andy Warhol, Franco Angeli e Mario Schifano, Folon e Guttuso. E poi ancora: Rauschenberg e Jim Dine, Edith Schloss e Beverly Pepper, Toti Scialoja e Titina Maselli, Enrico Castellani e Tano Festa…
Cominciò come garzone di bottega nel 1959, conobbe subito Guttuso che a sua volta gli presentò Balthus, l'allora direttore dell'Accademia di Francia, e con lui arrivarono le prime strane richieste. Balthus chiedeva la fritta di Alessandria, chiamata anche blu egiziano, che esisteva già nel terzo millennio avanti Cristo. La dose corretta dei suoi ingredienti si era persa al tempo dei Romani e per secoli i ricercatori hanno tentato di riprodurre la ricetta con scarsi successi. Oggi il colore che più si avvicina alla fritta è il blu Ercolano. Poi ci fu il bruno di mummia e Memmo trovò in un vecchio libro sui pigmenti che si trattava di una sostanza scura risalente all'Ottocento ottenuta macinando i resti di antichi defunti egizi e le resine che li ricoprivano, e impastandoli con l’olio di lino. Molto amato dai pittori inglesi di epoca vittoriana, fu usato anche da Alma-Tadema, che inorridì quando ne individuò l’origine e insieme a Edward Burne-Jones seppellì in giardino il tubetto con il pigmento. Il bruno di mummia attuale è composto di bitume giudaico e argilla ed è usato ampiamente da Balthus per dipingere le gore di buio da cui emergono le sue fanciulle perverse.
C’erano pittori che cercavano il bianco di ossa e di marmo, il bianco d’uovo, la malta romana, l’impasto che gli antichi facevano per tenere su i muri e Michelangelo ricreò per l’intonaco della Sistina. De Chirico acquistava i pigmenti già macinati, che impastava da solo con olio di papavero e ditargilio, un essiccante in polvere. Chiedeva il giallo indiano, un pigmento antico che in origine veniva dall’India, composto di terra bagnata con l’urina delle vacche nutrite con foglie di mango. Salvador Dalí incaricava Memmo degli impasti, ma dovevano esser fatti con essenza di lavanda. Giorgio Morandi ordinava i pennelli di puzzola, corti e piatti, il rosso di robbia, la terra di Siena bruciata, il bianco d’argento e grandi quantità di terra d’ombra naturale che mescolava al verde smeraldo, al cobalto azzurro, al blu d’oltremare, alla lacca di garanza, per smorzarne le tonalità brillanti. La terra d’ombra aveva la stessa funzione della polvere che l’artista lasciava depositare sulle sue composizioni di vasi e bottiglie per appannarle.
Fino ad arrivare a Mario Schifano che amava gli smalti francesi come quelli che usava Picasso a cui aggiunse la richiesta di smalti industriali usati dai carrozzieri: rosso Guzzi, rosso Gilera, verde Vittoria, blu Fiat, così perfetti che con gli stessi smalti in bombolette spray preparava i velatini per Franco Angeli...


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16 novembre 2016

PENSIERO DEL GIORNO

Che cosa c'è di più drammatico dello spettacolo che abbiamo visto ripetersi tante volte e che vedremo senza dubbio ancora per molto - il giudizio popolare che mette alla prova nelle varie cariche i candidati eletti - tenendosi in disparte, per così dire, e osservandoli per un poco nelle loro azioni per dar poi invariabilmente, alla fine, la giusta, l'esatta ricompensa loro dovuta? Dopo tutto io credo che la parte più sublime della storia politica, il suo culmine, attualmente è fornita proprio dal popolo .... Non conosco nulla di più grande, né migliore esercizio, né migliore digestione, né più positiva prova del passato, risultato trionfante della fede nell'umanità, di una ben combattuta elezione...

Walt Whitman




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8 novembre 2016

FRANTZ




La vicenda complessa, e per certi versi inverosimile, della tedesca Anna e del francese Adrien evoca problematiche che superano l’analisi dei crimini del XX secolo per far emergere elementi che accompagnano la storia dell’umanità da sempre. L’insensatezza della guerra, l’orrore della violenza, il distacco tra la gente comune e le tragiche decisioni dei governi, la fragilità delle giovani generazioni mandate a morire forse per nulla, l’angoscia collettiva generata dalle prospettive esistenziali negate, il valore dei sentimenti individuali sempre messo in secondo piano rispetto al presunto bene supremo di uno Stato. E, infine, la sostanziale e glaciale lontananza della “Patria” dal destino insignificante dei singoli.
Anna, giovane tedesca in lutto per la morte al fronte dell’amato Frantz, e Adrien, ex soldato francese tornato dalla guerra in una condizione psicologica molto precaria, intrecciano contro tutti e contro tutto le loro esistenze. Potrebbero odiarsi con tutte le loro forze e invece iniziano a conoscersi, a cercarsi, a frequentarsi tentando di recuperare quella purezza dei sentimenti che il conflitto mondiale aveva cancellato dalla faccia della Terra.
La possibile relazione tra i due personaggi è appena accennata, perché di fatto impossibile.
Sullo sfondo aleggia il fantasma della millenaria follia umana che attraversa anarchicamente e brutalmente la Storia, follia a cui Anna e Adrien vorrebbero sottrarsi. Cosa che non avranno la forza di fare fino in fondo. Infine, neanche le bugie di Anna, riferite per proteggere i genitori di Frantz da una terribile verità, bugie usate come amorevoli carezze ricolme di tenerezza e rispetto, serviranno purtroppo a proteggere il mondo dalla sua tendenza autodistruttiva.
Molto sensibile nel raffigurare l'animo femminile, fine e tragico, dal tono letterario quasi ottocentesco.





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1 novembre 2016

NOVEMBRE

Werefkin, Marianne von - Selfportrait I - Google Art Project.jpg

Marianne von Werefkin    -    Self portrait   -   1910



«Se c’è una cosa di cui sono sempre andata fiera è la mia intelligenza. Mi ha regalato gioie indescrivibili».
Marianna Wladimirowna Verevkina era nata a Tula, nella Russia zarista. Il padre era un generale la madre era pittrice e la famiglia, oltre che ricca, era votata alla cultura. Marianne crebbe dunque negli agi e nel rispetto della sua vocazione. Nel 1880 andò a studiare da Ilya Repin, celebre pittore realista russo, talento precocissimo si era già guadagnata il soprannome di Rembrandt russa, “la Velásquez”, “la Zurbáran”.
Poi, a 28 anni, nel 1888, si sparò accidentalmente a una mano durante una partita di caccia. L’incidente la danneggiò in modo irreversibile. Non per questo rinunciò a dipingere. Semplicemente cambiò tecnica. E con la tecnica, il modo di concepire la pittura. Si avvicinò alle avanguardie, comprese, tra i primi, la forza di Edvard Munch e dell’espressionismo. Benché colta, intelligente, decisa a seguire la sua strada fino in fondo, fu perseguitata per anni dalla convinzione che una donna, da sola, non potesse concepire qualcosa di grande e di creativo. Sosteneva: «Credevo che una donna da sola non potesse farcela. Mi dicevo: sono una donna, sono priva di ogni capacità di creare. Sono in grado di capire tutto e non so creare niente… Mi mancano le parole per esprimere il mio ideale. Cerco l’essere umano, l’uomo che possa dare forma a questo ideale». Nel 1892 conobbe Alexej von Jawlensky, un ex ufficiale russo naturalizzato tedesco che voleva abbandonare la carriera militare per fare il pittore. Di lui Marianne divenne pigmalione e mecenate, con lui Marianne si trasferì a Monaco di Baviera, a Schwabing, il quartiere degli artisti. La sua modernissima casa divenne presto il riferimento della Monaco creativa di quegli anni. Vi si incontravano pittori, scrittori, rivoluzionari, dandy, musicisti e filosofi. Convinta di dover coltivare soltanto il genio del suo più pigro compagno, lavorò di nascosto pur di promuovere la sua ispirazione in pubblico. Solo più tardi avrebbe compreso l’errore: «Lui non mi capiva», avrebbe scritto nelle sue Lettres à un Inconnu. Marianne riprese a dipingere ufficialmente nel 1905. Nel 1907 realizzò le sue prime opere espressioniste. Nel 1909, con Jawlensky, aderì alla Nuova associazione degli Artisti di Monaco e, nel 1911, al gruppo Der Blaue Reiter, fondato da Vasilij Kandinskij, Franz Marc e Gabriele Münter. Di Kandinskij e della Münter fu amica, ispiratrice e consigliera. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale si trasferì ad Ascona, in Svizzera: fu una vera e propria fuga. E in parte una beffa: la Germania l’aveva espulsa perché cittadina russa. Con la rivoluzione sovietica perse sia i beni sia la cittadinanza. E dovette arrangiarsi disegnando manifesti pubblicitari per procurarsi da vivere.
Ma a causarle il più grande dolore fu proprio Jawlensky che cominciò subito a tradirla. Per tutta la vita si sarebbe fatto mantenere da donne che l’adoravano.
Ormai sola, nel 1924, Marianne fondò, ad Ascona, il gruppo Grosser Baer, Orsa Maggiore. Passò gli ultimi anni in solitudine: in paese era al tempo stesso venerata come artista e considerata una vecchina bizzarra.
Alla fine aveva compreso la totale autonomia creativa di una donna. Chiudendo le Lettres, scrisse finalmente: «Sono più che mai un’artista. La mia arte, che avevo deposto per amore e rispetto, ritorna a me più grande che mai».
Di Alexej aveva alla fine scritto: «Chi eri dunque? Un’apparenza che ho adornato di penne di pavone». Però forse, nei suoi confronti, il vero ingrato fu Kandinskij. Le doveva moltissimo e non lo ammise mai pubblicamente.


Una tela della Werefkin è esposta a Brescia  presso la mostra Dada 1916. La nascita dell'Antiarte.

http://www.bresciamusei.com/pag.asp?n=43&t=Mostre+in+corso




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30 ottobre 2016

ERIK SATIE E LA POESIA CONTEMPORANEA



.....
Bellezza, sufficiente bellezza, bellezza estrema
Delle stelle senza significato, senza movimento.
A poppa sta il nocchiero, più grande del mondo,
Più nero, ma di un’opacità fosforescente.
Il lieve sciacquio dell’acqua appena agitata,
Si fa presto silenzio. E non sappiamo ancora
Se è un nuovo lido, o lo stesso mondo
Che nelle pieghe febbrili del letto terrestre,
Questa sabbia che sentiamo stridere sotto la prua.
Non sappiamo se approdiamo a un’altra terra,
Non sappiamo se mani non si tendano
Dal grembo dell’ignoto accogliente per afferrare
La corda che lanciamo, dalla nostra notte.
E domani, al risveglio,
Forse le nostre vite saranno più fiduciose
In cui voci e ombre indugeranno,
Ma distolte, calme, disattente,
Senza guerra, senza rimprovero, mentre
Il bambino accanto a noi, sul sentiero,
Scuoterà ridendo la sua testa immensa,
Guardandoci con la goffaggine
Della mente che riprende alla sua origine
Il suo compito di luce nell’enigma.
Sa ancora ridere,
Ha afferrato nel cielo un grappolo troppo greve,
Lo vediamo portarlo via nella notte.
Il vendemmiatore, colui che forse coglie
Altri grappoli lassù nell’avvenire,
Lo guarda passare, benché senza volto.
Affidiamolo alla benevolenza della sera d’estate,
Addormentiamoci…
… La voce che ascolto si perde,
Il rumore di fondo che è nella notte la copre.
Le assi della prua, incurvate
Per dar forma alla mente sotto il peso
Dell’ignoto, dell’impensabile, si allentano.
Che mi dicono questi scricchiolii, che spezzano
I pensieri attestati dalla speranza?
Ma il sonno si fa indifferenza.
Le sue luci, le sue ombre: più nient’altro che
Un’onda che s’infrange sul desiderio.
E potrei
Fra poco, al sussulto del brusco risveglio,
Dire o tentare di dire il tumulto
Degli artigli e delle risa che si scontrano
Con l’avidità senza gioia delle vite primarie
Al bordo sconnesso della parola.
Potrei gridare che ovunque sulla terra
Ingiustizia e sciagura devastano il senso
Che la mente ha sognato di dare al mondo,
Insomma, ricordarmi di ciò che è,
Non essere che la lucidità che dispera
E, benché sia ritorta
Ai rami del giardino di Armida la chimera
Che inganna la ragione quanto il sogno,
Abbandonare le parole a chi cancella,
Prosa, per evidenza della materia,
L’offerta della bellezza nella verità,
Ma mi sembra anche che non sia reale
Che la voce che spera, fosse essa
Inconsapevole delle leggi che la negano.
Reale, solo, il fremito della mano che tocca
La promessa di un’altra, reali, sole,
Queste barriere che spingiamo nella penombra,
Quando si fa sera, di un sentiero di ritorno.
So tutto quello che occorre cancellare dal libro,
Una parola comunque resta a bruciarmi le labbra.
O poesia,
Non posso impedirmi di chiamarti
Con il tuo nome che non si ama più tra quelli che errano
Oggi tra le rovine della parola.
Oso rivolgermi a te, direttamente,
Come nell’eloquenza delle epoche
In cui si ponevano, alla vigilia dei giorni di festa,
In cima alle colonne dei saloni,
Ghirlande di foglie e di frutti.
Lo faccio, confidando che la memoria,
Insegnando le sue parole semplici a quelli che cercano
Di far essere il senso malgrado l’enigma,
Farà decifrare loro, sulle sue grandi pagine,
Il tuo nome uno e molteplice, in cui arderanno
In silenzio, un fuoco chiaro,
I sarmenti dei loro dubbi e delle loro paure.
«Guardate, lei dirà, nel solo libro
Che si scriva attraverso i secoli, vedete crescere
I segni nelle immagini. E le montagne
Inazzurrarsi in lontananza, per essere a voi terra.
Ascoltate la musica che delucida
Con il flauto sapiente alla vetta delle cose
Il suono del colore in ciò che è.»
O poesia,
Io so che ti disprezzano e ti negano,
Che ti considerano un teatro, perfino una menzogna,
Che ti gravano delle colpe del linguaggio,
Che dicono infetta l’acqua che tu porti
A quelli che tuttavia desiderano bere
E delusi si allontanano, verso la morte.
Ed è vero che la notte gonfia le parole,
Venti girano le loro pagine, fuochi sfiancano
Le loro bestie atterrite fin sotto ai nostri passi.
Abbiamo creduto che ci avrebbe condotto lontano
Il sentiero che si perde nell’evidenza,
No, le immagini cozzano contro l’acqua che sale,
La loro sintassi è incoerenza, cenere,
E presto nemmeno vi sono più immagini,
Più libro, più grande corpo caloroso del mondo
Che stringa le braccia del nostro desiderio.
Ma so comunque che non esiste altra stella
Che si muova, misteriosamente, auguralmente,
Nel cielo illusorio degli astri fissi,
Se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre
Si raggruppano a prua, e perfino cantano
Come un tempo quelli che arrivavano, quando s’ingrandiva
Davanti a loro, alla fine del lungo viaggio,
La terra nella schiuma, e brillava il faro.
E se rimane
Altro che un vento, uno scoglio, un mare,
Io so che tu sarai, anche di notte,
L’àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia,
E la legna raccolta, e la scintilla
Sotto i rami umidi, e, nell’inquieta
Attesa della fiamma che esita,
La prima parola dopo il lungo silenzio,
Il primo fuoco che prenda in fondo al mondo morto.

Nell’inganno delle parole – Yves Bonnefoy




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1 ottobre 2016

OTTOBRE


Elin Danielson-Gambogi - Self Portrait  -  1890


Nata nel 1861 a Norrmark, un piccolo villaggio della Finlandia, Elin Danielson, dopo un periodo di formazione artistica ad Helsinki, ottenne delle borse di studio che le consentirono di recarsi a Parigi e perfezionare i propri studi. Giunse in seguito a Firenze, dove conobbe il pittore Raffaello Gambogi, di tredici anni più giovane, allievo di Giovanni Fattori e di Angiolo Tommasi, che sposerà nel 1898. Nel 1905 i Gambogi prendono la decisione di trasferirsi a Volterra per tentare di riparare al sempre più grave stato mentale del livornese che viene curato nel nosocomio diretto dallo psichiatra Luigi Scabia. Fino alla fine del primo decennio del secolo i due artisti risiedono a Volterra, sono anni di solitudine, difficili e tormentati, vissuti sempre all’ombra della miseria, nei quali tuttavia continuano entrambi a dipingere, ed assai verosimilmente è proprio l’arte, col suo potere taumaturgico, a porre un freno all’affanno del loro vivere inquieto. I due artisti spesso dipingevano i medesimi soggetti e nello stesso stile; la ricchezza della gamma cromatica utilizzata da Gambogi influì sulle opere della Danielson rendendo i suoi dipinti più vivaci. Entrambi parteciparono a varie mostre in Finlandia ed in Italia. La Danielson fu la prima pittrice finlandese a partecipare alla Biennale di Venezia.
Colpita da una micidiale polmonite, Elin muore il 31 Dicembre 1919.





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27 settembre 2016

HER


La notte degli Oscar 2014 Her, di Spike Jonze, ha vinto la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. Her ha come attori protagonisti Joacquin Phoenix, Amy Adams e la voce di Scarlett Johansson. Il film parte da un unknown space. La vita, l’esistenza, i pensieri, i conflitti hanno origine in uno spazio sconosciuto e anonimo, senza connotazioni, che lentamente deve prendere forma, dimensione e significatività dalle esperienze della vita. Questo è anche lo spazio in cui si muove il protagonista di Her, Theodore, su cui il regista presenta come immagine iniziale un primo piano di trenta secondi. Tutto il film, in fondo, sarà un primo piano sul suo stare o meglio non saper stare nell’esistenza reale.
Her muove i suoi passi da lontano, il riferimento principe è l’HAL 9000 di kubrickiana memoria: la letteratura e il cinema hanno spesso ragionato sulle possibilità di una perdita di controllo da parte dell’uomo nei confronti delle sue stesse creazioni. Per non parlare della questione relativa al “sentire” delle intelligenze artificiali. Spike Jonze parte da lì, certo, ma finisce per affrontare il discorso in maniera nuova: fantascienza e filosofia vanno di pari passo, fisica e bioetica si mischiano, ma quello che conta, quello che davvero interessa lo sceneggiatore e regista statunitense è l’aspetto umano dell’amore. Una “follia socialmente accettabile” da una società popolata da individui asociali: asettica e spettrale, silenziosa e abbandonata dal caos, Los Angeles è sempre popolatissima ma di persone che sui marciapiedi, in metro, al mare parlano da sole.
Di questo film ho amato la fotografia, la scenografia dominata da colori caldi e pastellati, la musica di Karen O e degli Arcade Fire e Phoenix di impareggiabile bravura.
La versione originale è decisamente migliore, come al solito, anche perchè la doppiatrice italiana, Micaela Ramazzotti, sembra più che altro leggere il copione, in modo quasi infantile.
Non credo sia un film romantico, al contrario, di rara desolazione.

"Il passato è solo una storia che raccontiamo a noi stessi."

"Io dico che chiunque si innamori è un disperato. Innamorarsi è una pazzia, è come se fosse una forma di follia socialmente accettabile."





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12 settembre 2016

POSTILLA

Boris Pasternak è conosciuto dai lettori italiani quasi esclusivamente per il suo unico romanzo, Il dottor Živago. Ma Pasternak è stato anche e soprattutto un poeta. Uno dei più importanti del Novecento non soltanto russo. Al Pasternak poeta, e più in particolare al poeta d’amore, è dedicata ora un’antologia uscita a cura di Marilena Rea per l’editore Passigli,  Anch’io ho conosciuto l’amore. Poesie 1913-1956. 

Si tratta dell’amore, dunque, probabilmente il più inevitabile ma anche il più arduo dei temi che sia dato affrontare in poesia. Antiche infatti quanto l’uomo sono sia il sentimento sia le parole più semplici e dirette chiamate a significarlo. Ma per questo anche difficili, più di altre a rischio di consunzione, appiattimento, grigiore, banalità. Da vero poeta Pasternak si mostra consapevole di tutto questo. Il poeta riconosce appieno la difficoltà e quasi l’impossibilità di rispecchiare l’uno nell’altra, di affermare la vitalità dell’amore attraverso la vitalità della parola. Si tratta in ogni caso di una lotta contro la ripetizione, il conformismo (il «comfort»), l’uniformità, il perbenismo e l’ipocrisia dei costumi. Al riguardo si può trovare anche un componimento che vale come un autentico manifesto degli intendimenti esistenziali e poetici che presiedono a queste poesie. Eccone la quartina iniziale: «Amore mio – che impressione! Quando ama un poeta/ è un dio disadattato che s’innamora./ E il caos torna a strisciare nel mondo/ come ai tempi della genesi». 
Il «caos della natura», così viene chiamato. Ed è lì che il poeta innamorato guarda, è da quella forza primaria che attinge la sua parola. Pasternak, il Pasternak delle poesie d’amore è non a caso un poeta della natura. In queste poesie dire l’amore e dire la natura è la stessa cosa. Non si trova in pratica una formulazione che non sia legata alle piante, ai fiori, agli elementi, all’atmosfera, alla notte, al gelo, alle stelle, ai risvegli nelle fredde primavere russe. Il linguaggio e le metafore della natura, le immagini dell’energia intrinseca alla vita stessa, sono qui, alla lettera, il linguaggio dell’amore e della sua poesia: «E i giardini, gli acquitrini, i recinti,/ e il cosmo che ribolle di bianche/ grida — sono solo gradi della passione,/ accumulata nel cuore di un uomo».

da La lettura




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1 settembre 2016

SETTEMBRE


Paula Modersohn Becker - Self Portrait - 1897

Nel 1907, lo stesso anno in cui Picasso dipingeva Les demoiselles d’Avignon, moriva a trentun anni Paula Modersohn Becker. La pittrice tedesca lasciava una produzione assai vasta di opere estremamente innovative; nel suo percorso aveva esplorato le fonti più varie: dalla scultura gotica a quella di Rodin; dal Rinascimento italiano al barocco fiammingo e spagnolo; dalla pittura giapponese agli impressionisti ai postimpressionisti, concentrandosi particolarmente intorno all’arte primitiva. Tra il 1896 e il 1898 Paula frequentò la scuola per donne artiste a Berlino, conobbe Otto Modersohn, che sposò un anno dopo. Ma la vita matrimoniale non riusciva a conciliarsi con la libertà artistica di Paula, che interruppe la convivenza e si stabilì a Parigi, per seguire lezioni di anatomia e visitare gallerie e musei.
Nel frattempo il marito insisteva per una riconciliazione; la pittrice si incontrò con lui a più riprese, accettando infine il rientro in famiglia e avviando una gravidanza, da sempre fortemente desiderata. L’attesa però ebbe un decorso difficile, che quasi non permise a Paula di dipingere. Subito dopo la nascita della figlia, nel 1907, l’artista morì per complicazioni cardiopolmonari. Nel corso di questo breve tempo aveva prodotto circa 1400 lavori, tra disegni ed opere concluse; uno solo trovò acquirente mentre lei era in vita. Proprio ieri si è conclusa al Museo d'Arte Moderna di Parigi la prima monografia in Francia di Paula Modersohn-Becker una delle figure principali d'avanguardia in Germania che sviluppò uno stile originale e identificativo, caratterizzato da una grande forza di espressione in colori ma anche da un'estrema sensibilità nel trattamento dei soggetti, che hanno spesso confuso i suoi contemporanei.

Grazie a Gabriella che me l'ha fatta conoscere




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26 agosto 2016

SCOPRIRE PASTERNAK

"E' un peccato non crederti una vestale:
sei entrata con una sedia,
hai preso, come da una mensola, la mia vita
e la polvere hai soffiato via."

da "Per superstizione"




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20 agosto 2016

AGOSTO TRA ARTE ED ENIGMISTICA - TROVA LE DIFFERENZE



Due immagini, la prima: una foto di corso Garibaldi a Brescia, con la Fontana della Pallata e l’inizio di corso Goffredo Mameli ; e la seconda: “La Pallata sotto la neve”, suggestivo dipinto a olio di Angelo Inganni, incredibilmente simili. All’occhio allenato di esperti solutori di enigmi e di parole crociate di certo non sarà sfuggita la figura femminile che compare sulla parte destra di entrambe le immagini. A passo svelto sta per lasciare il campo visivo dell’osservatore. L’ombrello per proteggersi dalla copiosa nevicata inclinato quasi allo stesso modo in entrambi i casi. Ed è importante notare che la fotografia non è stata “costruita” ad arte. La nevicata arrotonda i profili delle statue della fontana, e ricopre  con uno spessore incredibilmente analogo i tetti della città, la strada, i balconi e gli interstizi e le feritoie della Pallata. Una serie di coincidenze, che fa quasi pensare ad uno squarcio spazio-temporale che collega un primo pomeriggio di un grigio e freddo giorno del 1878 con un altrettanto grigio e freddo primo pomeriggio di febbraio 2013. Proverbiali la minuzia nei dettagli, l’attenzione e l’interesse che riponeva l’Inganni nel riportare su tela i luoghi più importanti della sua città amata.  Si può notare dal raffronto una diversa soluzione prospettica di Inganni che conferisce profondità al dipinto, cogliendo sia il lato destro che quello sinistro di Corso Mameli  ma al tempo stesso nel ritrarre scene di vita quotidiane, con particolare predilezione per le piccole figure, macchiette, che animano la scena. Tali attenzioni hanno permesso un raffronto con una fotografia dei giorni nostri. Attenzioni che consegnano una Brescia immutata che, almeno in questo caso, non ha bisogno di lifting o di ritocchi e che non sente sulle spalle i 135 anni in più.








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1 agosto 2016

AGOSTO

Self-Portrait - Marie Laurencin

Marie Laurencin   -   Self portrait    -    1905


Marie ispirò alcune delle più note poesie di Apollinaire, tra cui "Le Pont Mirbeau", riflessione sull'amore perduto. La sua amicizia con Apollinaire le consentì di entrare nel circolo cubista e il poeta si servì della sua posizione di critico d'arte per appoggiare le sue opere. I suoi dipinti in stile naif e decorativo consistono per lo più di aurìtoritratti, ritratti e soggetti di fantasia presi dalla letteratura o dalla fantasia dell'autrice. Ebbe una posizione privilegiata nella Parigi mondana degli anni venti, fu amica di numerosi scrittori dei quali illustrò le opere, vedi Andrè Gide e Max Jacob. La sua predilezione per le figure femminili sinuose e sottili la consacrò ritrattista dell'ambiente mondano femminile, tra le altre di Coco Chanel.




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23 luglio 2016

OZIO

Starsene senza fare niente è l’arte dei pigri, ma anche di chi ricerca la verità attraverso la consapevolezza di ciò che accade veramente nel momento presente. Al giorno d’oggi è sempre più difficile, perché la nostra mente non vuole mai fermarsi. Non avere niente o poco da fare, oppure starsene senza fare niente: sono considerati comportamenti negativi, nella nostra società. Chi ha poco da fare, si sente a disagio, cerca “passatempi”, magari si vergogna di non essere indaffarato. Non pochi maestri spirituali hanno esaltato l’arte del non far nulla. Ecco cosa dice in proposito Thich Nhat Hanh.

Nella nostra società, abbiamo la tendenza a considerare il non fare niente come qualcosa di negativo, se non addirittura di malvagio. Ma quando ci perdiamo nelle attività, non facciamo altro che diminuire la qualità della nostra vita. Facciamo a noi stessi un disservizio. È importante, invece, preservare noi stessi, la nostra freschezza e il buon umore, la nostra gioia e la compassione. Nel Buddhismo, coltiviamo la “assenza di scopo”, ed infatti, nella tradizione buddhista, la persona ideale, un “arhat” o “bodhisattva”, è una persona poco occupata, qualcuno senza un posto di preciso dove andare o qualcosa da fare. La gente dovrebbe imparare come stare lì semplicemente, non facendo niente. Provate a passare una giornata senza fare niente; non la chiamiamo una “giornata pigra”. Eppure, per molti di noi, abituati a correre da una parte all’altra , una giornata pigra è realmente un compito assai arduo! Non è facile essere e basta. Se riuscite ad essere felici, rilassati e sorridenti, quando non state facendo qualcosa, siete abbastanza forti. Non fare niente porta qualità nell’esistenza, che è molto importante. Così, non fare niente è veramente qualcosa. Per favore, scrivetelo e mettetelo in evidenza all’interno della vostra casa: Non fare niente è qualcosa.





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14 luglio 2016

ESAMI

Facevo il terzo anno all'Università Statale di Leningrado. Dovevo parlare di una cosa importante col professor Manujlov. In quel momento era con quelli del primo anno che stavano facendo l'esame. Sulla lavagna era scritto il titolo del tema.

"L'immagine dell'uomo superfluo in Puskin".
Le matricole scrivevano e io parlavo con Manujlov.
A un tratto lui mi chiede:
- Quanto tempo ci vuole per scrivere questo tema?
- Quanto tempo ci vorrebbe a me?
- Si.
- Circa tre settimane, perchè?
- Beh, - dice Manujlov, è curioso. A lei bastano tre settimane, a me non basterebbero tre anni, ma questi asini scrivono tutto in tre ore.


da "Taccuini" di Sergej Dovlatov




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