.
Annunci online

  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
www.flickr.com

*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


12 novembre 2017

OUTSIDERS



Ascoltando la sua musica degli anni sessanta divisa tra dodecafonia e collage polistilistico era davvero impossibile immaginare la virata stilistica che avrebbe portato Arvo Pärt a diventatre il più originale compositore vivente del pianeta. Formato in ambito accademico e influenzato dalle vecchie avanguardie sembrava destinato a divenire uno dei tanti autori che hanno combattuto senza successo contro la perdita di un pubblico. E invece dopo alcuni anni di silenzio, di crisi e ritiro spirituale Pärt è rientrato in scena con uno stile così personale ed efficace da imporsi come il compositore più eseguito al mondo. La soluzione era per così dire sotto gli occhi di tutti: anzichè continuare a complicare le cose bisognava sottrarre, semplificare, inseguendo una purezza che avrebbe ripreso a parlare alle orecchie degli ascoltatori. Ma per trovarla Pärt dovette uscire dal giro. E oggi ne è il centro assoluto.

fonte: N.Campogrande








permalink | inviato da ioJulia il 12/11/2017 alle 17:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


1 novembre 2017

NOVEMBRE

Édouard Manet, Olympia

Edouard Manet  -  Olympia  -  1863

"Questa Olympia, lo sapete, fece scandalo quando fu esposta al Salon del 1865; uno scandalo tale che fu necessario rimuoverla. Ci furono borghesi che, visitando il Salon, volevano sfondarla con gli ombrelli, tanto la trovavano indecente".
E viene da chiedersi, come ha fatto Foucault, che cosa ci sia di così terribilmente insopportabile in questo dipinto.
La reazione esagerata del pubblico all’esposizione del dipinto nasce secondo diversi autori dal fatto che la collocazione dell’opera al Salon avviene su un terreno già reattivo a causa di almeno quattro fatti tra essi collegati: la notevole diffusione editoriale della scandalosa Signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, pubblicata nel 1848; la produzione dell’omonimo dramma (1852) tratto dal romanzo, che sconcertò i benpensanti per il legame sentimentale, considerato abominevole, fra una donna di facili costumi e un giovane di buona famiglia; la trasposizione nella Traviata di Verdi (1853); la presenza, nel lavoro di Dumas, di una prostituta, l’antagonista di Margherita Gautier, che si chiamava proprio Olympia. L’immagine proposta al Salon del 1865 da Manet fu sicuramente interpretata come reiterazione della storia di Dumas e ciò che romanzo, dramma e melodramma lasciavano allo spazio della fantasia, nel quadro diviene rappresentazione senza veli, nella carnale violenza della realtà. Perciò i giornali dell’epoca si accanirono ferocemente contro il pittore.
Marie Duplessis, altrimenti nota come “la dame aux camélias” aveva ispirato a Dumas il celebre romanzo. L’opera, per il suo contenuto “indecente”, destò lo sdegno dei benpensanti, e fu oggetto di critiche spietate, in quanto storia struggente dell’amore tra Margherita Gautier, una cortigiana, abituata agli agi, ai gioielli e agli abiti sontuosi, e Armando Duval, rampollo di una nobile famiglia parigina. Impossibile, per i due, coronare il sogno di felicità: la distanza morale e sociale che li separa, ma soprattutto gli intrighi dei genitori del giovane, erigeranno ostacoli insormontabili e condurranno ad una tragica fine. Verdi, come ho detto, trasse spunto dal personaggio di Margherita Gautier per la Violetta della sua Traviata, rappresentata per la prima volta alla Fenice di Venezia nel 1853. Le date d’uscita di romanzo, dramma e melodramma confermerebbero la presenza di un’atmosfera fortemente sensibilizzata sul tema, causa della reazione al quadro di Manet, che dipinse l’Olympia nel 1863, due anni prima di esporla al pubblico. E' proprio la prostituta Olympia, l’antagonista di Margherita Gautier che Édouard Manet, spirito libero e anticonformista, che non rispettava le regole morali del secondo Impero che ritrae a seno scoperto con tanta indifferenza, con quel fiore arrogante che le orna i capelli corvini, il piede sinistro calzato da una vezzosa pantofola di raso e la mano impudica appoggiata sul ventre, e che non giustifica la propria nudità con un episodio mitico o storico. Non si nasconde agli sguardi, non arrossisce, ma non chiede nemmeno di sedurre. Esige soltanto di essere pagata.






permalink | inviato da ioJulia il 1/11/2017 alle 10:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


28 ottobre 2017

"COSE", COROLLARIO

La coscienza percepisce lo scorrere delle cose, ma è tutto un gioco interiore.
Siamo immersi nell’infinito, nella bellezza, nell’eternità. Il tempo ci ovatta.
Non sappiamo bene chi siamo e forse non lo sapremo mai.
O come disse mirabilmente Camus:
"l’unica creatura che si rifiuta di essere ciò che è".




permalink | inviato da ioJulia il 28/10/2017 alle 18:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


20 ottobre 2017

COSE

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.
E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?
Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti




permalink | inviato da ioJulia il 20/10/2017 alle 18:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


11 ottobre 2017

LA FILOSOFIA DEL RIFIUTO

"Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no. Non cedere alle lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra, perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo.
Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà un modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo."

da Diario degli errori  1967


Ennio Flaiano, autore poco considerato, penalizzato, vista la sua indipendenza di pensiero e di posizione ma spesso citato; scrittore molto legato alla concretezza professionale del proprio lavoro, è stato soprattutto recensore di teatro e di cinema (le sue recensioni sono bellissime), soggettista e sceneggiatore cinematografico. Il suo sguardo lucido e penetrante trova nelle forme brevi una misura congeniale e gli permette di fissare fulmineamente pensieri, persone, quadri sociali. Sono le lenti con cui fotografa in modo illuminante la società contemporanea.
Lo scopro in questi giorni e subito mi appassiono. 

Questo pezzo fa pensare...




permalink | inviato da ioJulia il 11/10/2017 alle 16:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


1 ottobre 2017

OTTOBRE


Edvard Munch - L'urlo - 1893


Il quadro più celebre di Munch ed in assoluto uno dei più famosi dell’espressionismo nordico ha uno spunto autobiografico.
Munch scrisse e dipinse L’urlo. Fu aggredito da voci, atterrito da colori che si rompevano nella mente e li raccontò con le parole, prima di affidarsi alla tela. In trenta righe, tra poesia e prosa, registra l’attacco profondo. Le ritroviamo nel volume "Edvard Munch, Frammenti sull’arte".
Scrive: “Una sera camminavo lungo un viottolo in collina nei pressi di Kristiania con due compagni. Era il periodo in cui la vita aveva ridotto a brandelli la mia anima. Il sole calava, si era immerso fiammeggiando sotto l’orizzonte. Sembrava una spada infuocata di sangue che tagliasse la volta celeste. Il cielo era di sangue sezionato in strisce di fuoco, le pareti rocciose infondevano un blu profondo al fiordo scolorandolo in azzurro freddo, giallo e rosso. Esplodeva il rosso sanguinante lungo il sentiero e il corrimano, mentre i miei amici assumevano un pallore luminescente. Ho avvertito un grande urlo, ho udito, realmente, un grande urlo, i colori della natura mandavano in pezzi le sue linee, le linee e i colori risuonavano vibrando, queste oscillazioni della vita non solo costringevano i miei occhi a oscillare, ma imprimevano altrettante oscillazioni alle orecchie, perché io realmente ho udito quell’urlo e poi ho dipinto il quadro L’urlo”.
Munch è un esponente di vertice dell’espressionismo. La realtà viene da lui potenziata. E questo potenziamento del sentire e del rappresentare il mondo attraverso forme sgradevoli, rispetto alla più diffusa concezione del bello, costituirà una linea portante del Novecento, sotto il profilo artistico.
Molto si è scritto a proposito di questo quadro, scomodando psicologia, filosofia, medicina, sociologia. Qui vorrei sottolineare un particolare meno noto. Alcuni astronomi hanno individuato la location del dipinto. In un articolo pubblicato sulla rivista "Sky and Telescope", il fisico astronomico Donald W. Olson e colleghi della Texas State University descrivono come hanno identificato la località che fa da sfondo al tormentato personaggio che grida sotto un cielo rosso sangue: si tratterebbe di una strada di Oslo che corrisponde perfettamente alla rappresentazione che Munch fa del porto della città e dell'isola di Hovedo. Secondo gli scienziati, Munch e alcuni amici probabilmente camminavano lungo la strada nel 1883. Lo studio dettagliato dei diari del pittore e la ricostruzione dei fenomeni celesti che possono aver creato il "cielo rosso sangue" hanno portato il team a propendere per l'eruzione del vulcano Krakatoa, il 27 agosto 1883. Il vulcano, pur molto lontano da Oslo, inviò una gran quantità di polveri e gas nell'atmosfera. I quotidiani norvegesi riferiscono di crepuscoli insolitamente rossi fra il novembre 1883 e il febbraio 1884. Si sono recati a Oslo, un tempo si chiamava Kristiania, e hanno individuato la strada che corrisponde esattamente al luogo dove Munch si deve essere trovato 120 anni or sono. L'artista probabilmente era rivolto verso sud-ovest: esattamente nella direzione dove nell'inverno del 1883-84 apparvero i tramonti di Krakatoa.




permalink | inviato da ioJulia il 1/10/2017 alle 15:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 settembre 2017

SETTEMBRE

Immagine correlata


Francisco Goya   -   1821

“Non ci sono regole in pittura”, scrisse Goya. Non ha titolo questo quadro. Viene detto "Il cane" ed è una delle tante storie enigmatiche della pittura. E' il muso di un cane, che affiora su un piano inclinato e si staglia contro uno spazio vuoto, color ocra chiaro. Nient' altro: il quadro è tutto qui. Eppure quel cane, confinato nella parte bassa del rettangolo, perso nell' immensità dorata che lo circonda e sembra sul punto di inghiottirlo, comunica una vertigine quasi metafisica. Non esiste paesaggio, né realtà riconoscibile. Nessun dettaglio, quasi un' astrazione. L' immagine cattura una porzione esigua del visibile. È impossibile dire cosa stia accadendo al cane o dove si trovi. Goya dipinse il Cane quando lasciò definitivamente Madrid e la corte dei Borboni che aveva servito per decenni, e si ritirò in una casa vicino al ponte di Segovia. La casa aveva un nome profetico: Quinta del Sordo, poiché sordo era il precedente proprietario. E sordo era anche Goya, da quasi trent' anni, in seguito a una malattia.
Goya vi si trasferì nel 1819, e quasi vi morì, perché fu colpito da un' altra gravissima malattia (immortalata nello scioccante Autoritratto col medico Arrieta ). Quando si riprese, dopo il 1820, decorò le pareti della casa con quattordici pitture murali, dipinte a olio sull' intonaco secco. Sono note come pinturas negras, sia perché prevale il colore nero, sia perché le immagini stesse hanno a che fare con la tenebra, la malinconia saturnina, il lato oscuro del mondo: processioni notturne, stregonerie, congiure, duelli mortali. Quelle pitture - giocate su registri che variano dalla satira all' allucinata poesia - Goya non intendeva venderle. Le dipinse per sé, ignorando il gusto della sua epoca, nella solitudine e nella libertà più totale. La sarabanda di figure inquietanti che evocò in un rito privato, quasi una cerimonia segreta di cui era sacerdote e destinatario, apre uno squarcio su ciò che sarebbe stata la storia dell' arte occidentale se i pittori avessero dipinto per sé e non per i committenti. Goya proiettò sulle pareti di casa sua una sorta di lanterna magica della psiche. Le immagini, ricche di riferimenti culturali, trasudano angosce personali e collettive e si offrono a molteplici interpretazioni. Ma qualunque cosa significassero per lui, Goya portò con sé la chiave per decifrarle. A tutt' oggi, restano un enigma.

fonte M. Mazzucco





permalink | inviato da ioJulia il 1/9/2017 alle 9:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


18 agosto 2017

LEZIONI DI POESIA

Le parole sono fatte di suoni. Se metto le parole in un certo ordine non emergono solo i significati che siamo abituati ad attribuire alle parole, ma anche i significati impliciti nella sonorità. I suoni sono vibrazioni, comunicano emozioni proprio in quanto suoni. Poiché la resa sonora di un verso è connessa all’ordine in cui le parole sono messe, non si può modificare l’ordine senza modificare anche il significato. La resa sonora è una valenza capitale della poesia.
Leopardi scrive: «Dolce e chiara è la notte e senza vento». Si possono trarre significati di vario tipo; ad esempio si può dedurre: se è dolce, vuol dire che sarà primavera; non può essere estate perché c’è troppo caldo, né inverno poiché fa freddo. Sarà primavera, maggio o aprile, massimo giugno. E poi è chiara, e quindi vuol dire che c’è la luna; e siccome è senza vento significherà che è calma, una notte primaverile pacata. Leggendo con più attenzione ci accorgiamo che Leopardi dice «Dolce e chiara è la notte» poi c’è come una pausa e aggiunge «e senza vento». Come mai c’è una pausa? Quel che viene dopo la pausa («senza vento») rivela di fronte alla notte un vuoto che mette sgomento. Lì c’è lo sgomento del poeta di fronte alla notte. Ecco che «Dolce e chiara è la notte e senza vento» non si esaurisce più in quei significati che abbiamo dato, ma c’è dell’altro: il rapporto intimo, preciso, del poeta rispetto alla notte e al vuoto, al senso di smarrimento che la notte gli dà. Si può poi notare che questo verso inizia e termina con il suono “o”, che la parola notte è esattamente al centro del verso, che siamo di fronte a vocali piane “e”, “a” , orizzontali, e con un’unica elevazione in quella “i” di “chiara” che è l’unico momento di chiarezza che lui vede, e le “o” sono di chiusura e apertura, e sono “o” chiuse, foneticamente intendo. È un verso che comprime tutta la sonorità verso l’interno, canalizzandola verso quella sonorità centrale che è la parola “notte”. Questo in poesia è normale.
È il nostro essere il nostro punto di riferimento, sia che noi lo si conosca che non lo si conosca, e in poesia è l’essere che determina la profondità dell’emozione. Il lasciar crescere dentro la parola fa emergere la parola già secondo un ordine, perché l’interiorità ha un ordine. Come dice Jung, nella profondità di noi, nel Sé, c’è un ordine che si rivela, ad esempio, nei sogni. Sembra che non abbiano senso, perché non hanno la logica del nostro “io” abituale, ma quella dell’essere. Allora, leggere i sogni consente di capire che ogni cosa è in relazione con le altre, che emergono dei significati non in base alla razionalità cui siamo abituati ma in base alla razionalità dell’essere che è dentro noi, e che nel sogno si esprime. Analogamente accade in poesia: tanto più noi abbiamo la forza e la capacità di entrare nel nostro essere profondo, tanto più saremo in grado di dire con forza, con profondità, con verità, la “nostra” verità naturalmente.

da una rilettura di Franco Loi "La poesia secondo me"









permalink | inviato da ioJulia il 18/8/2017 alle 14:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 agosto 2017

CINEMA E DIZIONARIO

                                                                                                   
Lyda Borelli è stata, con Francesca Bertini, una delle grandi attrici del primo Novecento. Oltre la Duse c’è lei, Lyda Borelli, la diva del cinema muto. Potenza drammatica, sentimenti esplosivi: il cinema muto. Nell’arte del silenzio fu altrettanto brillante che nell’arte della parola. Figlia d’arte, era nata a La Spezia il 22 marzo 1887. A 16 anni entrò nell’importante compagnia di Vittorio Talli e Irma Gramatica. Nel 1904 partecipò a un evento storico nel mondo teatrale: la prima de La figlia di Iorio di d’Annunzio. Un’attrice unica, tanto che lo stile dannunziano dei suoi atteggiamenti, da ruoli estremi allora scandalosi come quello di Salomè di Oscar Wilde che lei portò al trionfo dopo l’insuccesso iniziale, al tipo di abbigliamento con i monumentali cappelli, le valse perfino un neologismo: nel Dizionario moderno del Panzini, c’è il termine «borelleggiare». Colta e raffinata, Lyda si inserì nel mondo intellettuale, partecipò al Congresso Femminile di Cultura, parlava di Henry Bataille i cui personaggi passionali amava più di ogni altro. C’era Eleonora Duse, naturalmente. E c’era Francesca Bertini. E poi c’era lei, diva del cinema muto ma con la lingua molto tagliente, una delle grandi interpreti del primo Novecento, la donna che in scena indossò una jupe-culotte. Fu la prima a recitare senza gonna, in jupeculotte, il primo pantalone femminile, nel 1911, durante Il Marchese di Priola di Henri Lavedan al Teatro Politeama Nazionale di Firenze. Il pubblico accolse l’entrata della bella artista con un mormorio indefinibile. Tutto ciò perchè, cito dal dizionario: Jupe-culottes, le gonne-pantalone. Ideate nel 1911 le prime apparizioni le si devono a Parigi il 12 febbraio e il 13 marzo a Milano le prime impressioni furono tali da far fuggire le modelle. Si venne all'interrogazione del parlamento degli Stati Uniti ad opera di Max Lenedan dove espresse tutta la sua paura nel vedere le donne indossare dei pantaloni, si chiedevano multe e condanne a chi portasse tali sottane. La multa venne accolta e quantificata in 152 dollari ai mariti incapaci d'impedire alle moglie d'indossare la jupe-culotte, mentre alle imprese teatrali che ne prevedevano l'utilizzo alle loro attrici era previsto una severa multa ed in alternativa la reclusione a 5 giorni. In Italia la sua diffusione durò pochi mesi.
Dal 1° settembre al 15 novembre a Lyda Borelli sarà dedicata una mostra alla Fondazione Cini di Venezia. Un libro, una mostra e un film celebrano la donna che in scena rinunciò alla gonna per indossare una jupe-culotte.




permalink | inviato da ioJulia il 8/8/2017 alle 17:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 agosto 2017

AGOSTO

Risultati immagini per mona lisa isleworth
            Monna Lisa  -  Leonardo  -  1503  - 1516                             Monna Lisa Isleworth   -  1503

Secondo la biografia di Leonardo di Giorgio Vasari, Leonardo iniziò a dipingere la Monna Lisa nel 1503 ma la lasciò incompiuta. Tuttavia un quadro finito di una certa dama fiorentina ricomparve nel 1517 appena prima la morte di Leonardo nella sua collezione personale. Per oltre tre secoli il mondo dell'arte lo ha ignorato: l'opera di Leonardo conservata al Louvre sarebbe la copia di un originale conservato in Svizzera. Questo dipinto del XV secolo, conosciuto come Ritratto di Isleworth dal nome del quartiere londinese in cui lo custodiva il collezionista britannico Hugh Blaker e rimasto per 40 anni in un caveau svizzero è stato rivelato al pubblico nel settembre 2012. Di proprietà di un consorzio internazionale che lo ha acquistato nel 2003 dagli eredi di Elisabeth Meyer, la compagna del collezionista d'arte Henry Pulitzer, lontano cugino di Joseph Pulitzer, creatore del premio omonimo ha come soggetto una Monna Lisa molto simile, ma più giovane e più sorridente rispetto alla Gioconda del Louvre. Per la «Mona Lisa Fondation di Zurigo», la fondazione alla quale i proprietari hanno affidato il quadro perché venisse studiato, si tratterebbe della prima versione, abbozzata nel 1503 e rimasta incompiuta della celeberrima Monna Lisa di Leonardo. Presentata a Ginevra insieme a un libro di studi che ne sostiene l'attribuzione al genio toscano, eccola l'altra Gioconda da tempo battezzata la «Isleworth Mona Lisa».




permalink | inviato da ioJulia il 1/8/2017 alle 15:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


18 luglio 2017

NON PRIMA VISIONE

Protagonista di Lisbon Story di Wim Wenders, Friedrich è un inquieto regista. Tormentato da dubbi sullo statuto del linguaggio cinematografico, si rifugia a Lisbona. Ha un sogno: azzerare la storia del cinema, ritornando alla lezione di Dziga Vertov. Per reagire alla corruzione determinata dalla televisione e dalla pubblicità, Friedrich si dedica a un film impossibile. Addio regia, addio montaggio. Ricorre a uno stratagemma alla Man Ray: senza mai guardare nel mirino della cinepresa, prova a fermare sulla pellicola ciò che Lisbona involontariamente produce ogni attimo. La sua rivoluzione: "immagini non guardate, riprese alle spalle". Perché "un’immagine che non è stata vista non può svendere nulla, è pura, vera, meravigliosa, innocente". E tale resta finché non viene catturata.
Phillip Winter riceve una cartolina da Lisbona: l'amico regista Friedrich lo invita come tecnico della sonorizzazione per il suo film. Ma giunto in città non ha notizie dell'amico perso a raccogliere le sue immagini. Dopo qualche giorno passato nella sua casa, trova del materiale girato e inizia a lavorarci. Gira per la città a cercare suoni. E sul suono, il lavoro di Phillip, in un vortice metaforico-teorico pazzesco: musicare immagini girate "mute" con una vecchia cinepresa degli anni Venti. Phillip non si perde nel pasticcio teorico del suo amico regista e vagabonda per la città alla ricerca dei rumori "assenti" nelle immagini registrate da Friedrich. E nella splendida scena dell'incontro con i Madredeus che possiamo vedere la "lezione" del cineasta di Düsseldorf. La dolce melodia proviene da lontano e Phillip la insegue per i corridoi fino in una stanza spoglia, dove il gruppo sta suonando Guitarra. Winter la ascolta, affascinato. Splendidamente Wenders non taglia o dissolve la canzone, ma ce la restituisce nella sua interezza, meraviglioso atto di devozione e al contempo di rispetto per la musica, in un'epoca dove il frammento regna sovrano.
Tutto il film è costruito sull'assenza. Sull'assenza di Friedrich, su quella del suono nelle immagini da lui girate. «Io ascolto senza guardare e così vedo» scrive Pessoa e Wenders aggiunge: «Lo scopo di questo film è stato quello di dimostrare che i suoni aiutano a vedere le cose in modo diverso».



Per chi ama i libri e i film consiglio questo sito trovato casualmente per la citazione di Pessoa


LIBRINEIFILM


alcune fonti da Ilgiorno




permalink | inviato da ioJulia il 18/7/2017 alle 16:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


1 luglio 2017

LUGLIO

File:Madame X (Madame Pierre Gautreau), John Singer Sargent, 1884 (unfree frame crop).jpg

John Singer Sargent  -  Madame X  -  1884

Lei è Madame X, altera e sublimemente chic nel lungo fourreau di velluto nero. La sua figura slanciata troneggia dentro una fastosa cornice dorata in una sala dedicata all' arte americana al Metropolitan di New York. E' il quadro più famoso di John Sargent, ed è una delle poche immagini innalzate al livello di icona di un' epoca. Al mistero di Madame X, dell' identità della sua finora ignota modella e dei complessi rapporti che la legarono al pittore e allo stesso quadro, è dedicato un affascinante libro uscito negli Stati Uniti e recentemente in Inghilterra (Deborah Davies, Strapless, Sutton Publishing). Questo quadro rappresentò per Sargent l' opera che lui stesso considerava il proprio capolavoro, non volle disfarsene per decenni, portandolo con sé negli spostamenti da un continente all' altro che la sua scintillante e fortunata carriera esigeva. Poi un giorno accettò di venderlo al Met. Ormai madame X era morta. Ma chi era madame X? Come in un racconto di Conan Doyle la ricerca, che ha portato a svelarne il segreto, nasce da un particolare piccolissimo, una spallina ricamata. Già alcuni anni or sono qualcuno aveva notato una singolare differenza tra le foto del quadro fatte all' epoca della sua prima esposizione al Salon parigino del 1884, e il quadro come è adesso. Nella prima versione, la posa impossibile che il pittore aveva imposto alla modella, puntellata con il braccio su un tavolo appena troppo basso, aveva causato la calata della spallina ingioiellata dell' abito da sera. Per altro, quella lieve sottolineatura orizzontale forniva all' intera composizione un equilibrio perfetto e un senso vivace di movimento. Oggi il décolleté abissale di madame X è solidamente ancorato da entrambe le spalline e quel fugace senso di movimento e spontaneità non c' è più. Non solo, la Tate Gallery di Londra possiede una replica dello stesso quadro, non del tutto finita e qui la spallina non c' è proprio, né su, né giù. Tutto questo ha portato la Davies a indagare sulla storia del ritratto, scoprendo grazie a lettere, articoli di giornale, fatture e vignette uno spaccato straordinario della vita parigina alla fine dell' Ottocento. Madame X si chiamava in realtà Virginie Amélie Avegno, ed era sposata ad un Monsieur Pierre Gautreau. Amélie, così si faceva chiamare, era una ricca ereditiera di New Orlean considerata una bellezza folgorante malgrado lineamenti che a noi potrebbero sembrare eccessivamente marcati. I pittori che noi chiamiamo pompiers spasimavano dalla voglia di farle il ritratto, ma Madame Gautreau si ritraeva con fermezza. Nel frattempo all' altro capo della città stava faticosamente cercando la sua strada nel mondo dell' arte un giovanissimo pittore americano, bello, raffinato con un indubbio talento soprattutto per i ritratti. Sargent era ossessionato dal profilo di Amélie, quel naso imperioso, spropositato che fendeva l' aria come una prua. La posa si presentava necessariamente contorta. Con sadismo evidente il pittore inchiodò la modella capricciosa e impaziente in una delle pose più scomode della storia dell' arte: sbilanciata e ondulante, il profilo alto, il collo teso. Impiegò un tempo lunghissimo e una straordinaria scienza dell' uso dei colori per rendere quella famosa carnagione color glicine, i capelli e le piccole orecchie purpuree, le mani grassocce e rapaci che stringono il tessuto sontuoso. Il personaggio c' è tutto, ma fu subito evidente che in quel ritratto c' era molto di più. Quando finalmente fu esposto al Salon successe un pandemonio. La spallina caduta fu considerata un simbolo di lussuria, la riconoscibilissima modella una donna perduta. Quello che si dice un successo provocato dallo scandalo. Amélie, che pure aveva fino ad allora valutato il quadro un capolavoro, in lacrime dovette scomparire dalla scena mondana per mesi. Sargent partì amareggiato per Londra portandosi dietro il ritratto. Ma prima corresse l' inclinazione della spallina dello scandalo. Passarono molti anni prima che Amélie capisse che aveva perso una occasione unica. E lui, ancora quindici anni dopo, tracciava meccanicamente con la penna il profilo di quella donna unica che forse a modo suo aveva anche amato.




permalink | inviato da ioJulia il 1/7/2017 alle 9:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 giugno 2017

GIUGNO


Jan van Eyck - I coniugi Arnolfini - 1434


La storia comincia a Bruges, la città di residenza del pittore che sulla tavola lascia scritto in latino: "Johannes de Eyck fuit hic 1434", datando e testimoniando di "essere stato lì". Da qui comincia il pellegrinaggio dell'opera che passa nelle mani di don Diego de Guevara, mayordomo mayor dell'imperatore Carlo V, nella raccolta di Margherita d'Austria, a cui viene donato dove risulta coperto alla vista da due sportelli. Da Margherita il quadro passa alla nipote Maria d'Ungheria, sorella di Carlo V. Poi a Filippo II, re di Spagna, Paese in cui resta almeno fino al 1789e dove, nel 1734, scampa prodigiosamente all'incendio dell'Alcázar di Madrid assieme a un altro capolavoro cruciale: il seicentesco Las Meninas di Velázquez. Il quadro "ricompare" a Bruxelles nel 1815, a casa di James Hay, ufficiale inglese ferito nella battaglia di Waterloo. Da qui il trasferimento a Londra e alla National Gallery, che lo espone dal marzo 1843, quando iniziano le interpretazioni del soggetto. La prima ipotesi è che si tratti semplicemente del pittore e di sua moglie: la accoglie anche John Ruskin, teorico del movimento dei preraffaelliti. Sono poi gli storici dell'arte Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle, nel 1857, a legare il dipinto agli Arnolfini: traslitterando così il nome Hernoul- le- Fin con cui viene indicato nei vecchi inventari. Per 150 anni quasi tutta la storiografia, senza alcuna prova, sostiene che si tratti del mercante Giovanni di Arrigo Arnolfini, originario di Lucca ma documentato a Bruges, e della moglie, Giovanna Cenami. In un articolo apparso su The Burlington Magazine, nel 1934, Erwin Panofsky ipotizza che l'opera sia una sorta di certificato del rito che unisce l'uomo e la donna, con Van Eyck come testimone oculare.
A smentire tutto questo è, nel 1994, il ritrovamento casuale da parte dello studioso francese di storia navale Jacques Paviot, di un libro di conti del Duca di Borgogna che registra le due pentole d'argento regalate agli Arnolfini per il loro matrimonio celebrato nel 1447: tredici anni dopo la data riportata sul dipinto e sei dopo la morte del pittore (luglio 1441). Si riparte daccapo, scavando ancora nell'albero genealogico degli Arnolfini: l'identità che fa più al caso è quella di Giovanni di Nicolao, imparentato con i Medici. Ma sua moglie, Costanza Trenta, nel febbraio 1433 - un anno prima della realizzazione della tavola - risulta già morta. E infatti nell'opera "tutto testimonia che la donna sia morta di parto", sostiene la studiosa Margaret Koster. A cominciare da quella candela spenta e consumata che compare sul candelabro in alto dal lato della signora. Qui entra in scena Jean-Philippe Postel, che ha scritto Il mistero Arnolfini: è un medico con la passione per l'arte, amico di Daniel Pennac, che scrive la prefazione e lo ha citato in Malaussène. Visita più volte la National Gallery con in tasca una lente di ingrandimento. Le sue osservazioni si concentrano su quanto appare nello specchio convesso dipinto alle spalle della coppia. Nella scena, l'uomo, che sembra colto in un atto di giuramento, tiene con la sinistra la mano destra di lei. Ma lo specchio in cui compaiono, oltre ai protagonisti, altri due personaggi che li guardano - uno vestito di rosso, l'altro di azzurro - non registra nulla di tutto questo. Nel riflesso, nonostante quanto ci si aspetterebbe dalla precisione della pittura fiamminga, le mani sono sparite. "Dove dovrebbe esserci la mano di lui - spiega Postel - c'è una macchia nera, densa, arrotondata, che taglia in due la figura del visitatore in rosso, nasconde in parte l'abito del personaggio in azzurro e sembra dare origine a un lungo tortiglione".
Che cos'è? Ancora una volta il caso interviene nella ricerca. Mentre è alle prese con Gli Arnolfini, Postel acquista un testo del 1822: Infernaliana di Charles Nodier, che raccoglie una serie di aneddoti fantastici. Uno di questi descrive la visita di un revenant: un marito dall'oltretomba compare alla moglie, chiedendole di far celebrare messe per la salvezza della sua anima. La obbliga a giurare e a dargli la mano: lei la ritira "arsiccia e nera". Leggende come questa con le anime del purgatorio che vagano consumate dal fuoco percorrono a ritroso la letteratura europea fino al Medioevo. Per Postel, attraverso il misterioso fumo nero che si vede nello specchio, Van Eyck ha voluto rappresentare proprio l'apparizione di una donna revenante al suo sposo. "Che io creda o meno negli spettri non ha importanza - dice Postel - Lavorando come medico nei suburbi settentrionali di Parigi, ho capito che se volevo davvero essere di aiuto ai miei pazienti avrei dovuto entrare in empatia con la loro cultura. È la stessa cosa che ho fatto con il dipinto di Van Eyck. Ho solo cercato di capire in cosa credesse la gente all'inizio del XV secolo. E sì, credeva negli spettri, nel Purgatorio e e nei suffragi. Penso che Gli Arnolfini nascondano la rappresentazione di queste credenze ".





permalink | inviato da ioJulia il 1/6/2017 alle 18:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 maggio 2017

MAGGIO



Raffaello - Madonna Sistina - 1512

Quello che tutti conoscono della Madonna Sistina sono i due angioletti paffuti e pensosi che decorano quaderni, cornici, carte regalo, segnalibri..



Ormai dotati di vita propria sono stati ritagliati da un capolavoro celebre ma incredibilmente poco conosciuto e riconosciuto in Italia. Non vi è libro di storia dell'arte dagli Stati Uniti alla Russia che non riporti il dipinto e le sue vicende, Italia esclusa. Già, in Italia nei testi non c'è...
La sua è una storia avventurosa: dipinta da Raffaello per commissione di Giulio II, che la donò al monastero piacentino di San Sisto nel 1754 venne venduta dai monaci in ristrettezze economiche ad Augusto III di Sassonia. Il 21 gennaio chiusa in una cassa di legno imbottita di paglia partì per Dresda su di un carro. Il 31 gennaio passò le Alpi tra pareti altissime di neve; il 6 di febbraio fu a Innsbruck e il 13 ad Augusta. Giunse a Dresda il primo marzo entrando il giorno stesso nella sala del trono polacco. Nascosta in una galleria abbandonata durante la Seconda guerra mondiale, fu scoperta e presa dai russi che la portarono in Unione Sovietica e prima della restituzione agli alleati tedeschi fu esposta a Mosca e poi a Berlino.
Eccezionale è stata la fortuna di quest'opera sublime e innovatrice. Il grande pittore per la prima volta pone il centro della prospettiva al di fuori del quadro, là dove sta lo spettatore, offrendogli la straordinaria esperienza di una visione celeste che lo coinvolge direttamente, sul piano sia emotivo che culturale.
La Madonna è vestita in modo semplice: è una semplice donna che porta in braccio il suo bambino. Dismette i panni dell'immagine per il culto e diventa immagine ideale, termine di contemplazione estetica e formale, anticipando quello che sarebbe stato il destino comune dell'opera d'arte in epoca moderna.
Per ammirarla a Dresda si dirige un pellegrinaggio di artisti e intellettuali, e si moltiplicano le pagine di commento. Andy Warhol nel 1985 realizzò una Madonna Sistina formato poster gigante. Winckelmann la considera il più interessante incontro fra arte greca e arte cristiana, Goethe e Schopenhauer le dedicano alcune liriche, nell'Estetica di Hegel numerosi sono i riferimenti al dipinto. La Sistina ammaliò anche Nietzsche che riconobbe l'onestà artistica dell'artista e Freud che scrisse "da quel quadro emana un incanto da cui non ci si può sottrarre". In apparenza il meno sensibile fu Tolstoj il quale però scrisse nel 1857 dopo la visita alla pinacoteca: "Sono rimasto freddo davanti a tutto, esclusa la Madonna". Chi invece ne rimase letteralmente folgorato fu Dostoevskij, per lui la Sistina fu una presenza costante. La vide per la prima volta nel 1867 durante una sosta a Dresda, trasferta che poi ripetè annualmente sempre e solo per rimanere incantato davanti al quadro che entrò spesso nei suoi romanzi. E' citata ne L'adolescente, in Delitto e castigo, I demoni.
Ma le parole più struggenti rimangono senza dubbio quelle di Vasilij Grossman, che ammira l'opera durante l'esposizione moscovita e la paragona a una donna incontrata nel campo di Treblinka: "Ho l'impressione che questa Madonna sia la manifestazione più atea della vita, dell'umano senza la presenza del divino... A piedi scalzi, lei camminava con passo leggero sul suolo pulsante di Treblinka, dal punto di scarico del treno alla camera a gas. La riconobbi dall’espressione del viso e degli occhi. Vidi suo figlio, e riconobbi il prodigio di quel volto straordinario, non infantile. Così erano le madri e i bambini a Treblinka, quando sullo sfondo verde cupo dei pini scorgevo i muri bianchi delle camere a gas, così erano i loro cuori". E se ingrandiamo l'immagine e fissiamo lo sguardo su quei volti ecco le parole di Bulgakov: " E là mi penetrarono l’anima gli occhi della Regina celeste che scendeva dal cielo con il Bambino eterno. C’era in essi la smisurata forza della purezza e del sacrificio accettato con preveggenza, la conoscenza della sofferenza e la disponibilità a offrirsi volontariamente, e quella reale disposizione al sacrificio si vedeva negli occhi non infantili, saggi, del Bambino. Essi sanno ciò che li attende.."
In nessun quadro di questo genere vedremo mai l'umana paura negli occhi della madre e del figlio.







permalink | inviato da ioJulia il 7/5/2017 alle 19:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


1 aprile 2017

APRILE

Risultati immagini per ophelia millais

John Everette Millais  -   Ophelia   -    1851


C'è un salice che cresce di traverso
ad un ruscello e specchia le sue foglie
nella vitrea corrente; qui ella venne,
il capo adorno di strane ghirlande
di ranuncoli, ortiche, margherite
e di quei lunghi fiori color porpora
che i licenziosi poeti bucolici
designano con più corrivo nome
ma che le nostre ritrose fanciulle
chiaman "dita di morto"; ella lassù,
mentre si arrampicava per appendere
l'erboree sue ghirlande ai rami penduli,
un ramo, invidioso, s'è spezzato
e gli erbosi trofei ed ella stessa
sono caduti nel piangente fiume.
Le sue vesti, gonfiandosi sull'acqua,
l'han sostenuta per un poco a galla,
nel mentre ch'ella, come una sirena,
cantava spunti d'antiche canzoni,
come incosciente della sua sciagura
o come una creatura d'altro regno
e familiare con quell'elemento.
Ma non per molto, perché le sue vesti
appesantite dall'acqua assorbita,
trascinaron la misera dal letto
del suo canto ad una fangosa morte.

(W. Shakespeare - Amleto atto IV, scena VII)


Presso la Tate Britain Gallery di Londra si trova il suo quadro più famoso, l'Ophelia. Se molti conoscono la figura shakespeariana dell'infelice Ophelia annegata nel fiume mentre era impegnata a intrecciare ghirlande di fiori, probabilmente folle e suicida a seguito dell’omicidio del padre avvenuto per mano dell’amato Amleto, pochi forse sanno che una "vera" Ophelia ha ispirato il pittore.
Millais iniziò a realizzare Ophelia nel 1851 posizionando il suo cavalletto sulle rive del fiume Hogsmill, nel Surrey. Lavorò all’opera per 11 ore al giorno, sei giorni alla settimana, per un periodo di cinque mesi. Era determinato a catturare con una precisione senza precedenti la scena naturale davanti ai suoi occhi. Al suo ritorno a Londra restava sulla tela lo spazio bianco da riempire con la figura della giovane che egli "riconobbe" in Elizabeth (Lizzie) Eleanor Siddal modella preferita e icona della confraternita. Per riprodurre fedelmente Ofelia annegata, il pittore chiede ad Elizabeth di posare, vestita, immersa in una vasca da bagno riscaldata con delle candele, ma durante una delle tante sedute le lampade si spengono, Millais, concentrato, non se ne accorge, ed Elizabeth sviene dal freddo. Viene riportata in fin di vita a casa del padre che, infuriato, chiede un risarcimento al pittore di 50 sterline. Ma la salute di Lizzie è ormai compromessa.
Dante Gabriele Rossetti entra prepotentemente nella sua vita proprio quell’anno, come amante e maestro, un rapporto che ando’ progressivamente mischiando i ruoli fino al più classico matrimonio riparatore, celebrato per salvare le apparenze nella borghese società vittoriana, per contenere le crescenti sofferenze della ragazza. Da qui Elizabeth diverrà sempre più strumento nelle mani del marito e delle sue ossessioni, lasciata sola a macerare nella sofferenza e nella disperazione, chiusa nelle proprie creazioni poetiche e liriche, vittima dei costanti tradimenti di Rossetti, curata solo dal laudano. La notte dell’11 febbraio 1862, sola in casa, scrive un biglietto e beve un’elevata dose di laudano. Ha 32 anni. Rossetti la trova priva di conoscenza, distrugge il biglietto di Lizzie, un suicidio sarebbe stato uno scandalo e non avrebbe permesso una sepoltura cristiana. Dante, disperato, decide di seppellire insieme ad Elizabeth l’unico manoscritto delle poesie scritte per lei. Sette anni più tardi, gravato dalla povertà e dai debiti, andrà a recuperarle per poterle pubblicare. Così una notte del 1869 nel cimitero di Highgate, Rossetti e il suo agente letterario aprono la tomba di Elizabeth. I presenti all’apertura del sepolcro raccontarono che il corpo di Elizabeth e il suo viso erano rimasti intatti e che i suoi splendidi capelli rossi erano cresciuti sino a riempire completamente la bara.



Elizabeth Eleanor Siddal "Il vero amore non ci è concesso"

"Lizzie Siddal. Il volto dei Preraffaelliti" di Lucinda Hawksley

"Elizabeth Siddal. La musa ispiratrice dei preraffaelliti" di Conny Stockhausen


Ophélia, film del 1963 di Claude Chabrol

Francesco Guccini le ha dedicato una canzone dal titolo Ophelia contenuta nell'album Due anni dopo 

A Ofelia è dedicata una poesia del poeta francese Arthur Rimbaud




permalink | inviato da ioJulia il 1/4/2017 alle 13:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

sfoglia     ottobre       
 

 rubriche

cittadina del mondo
Varsavia
ioleggo
ioascolto
haiku
iopenso
cose curiose
tempo
io e Dio
ioviaggio
ioguardo
calendario
persone
colori
Copenhagen
Bucarest
Istanbul
Doha
Brussel
Bangkok

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

ioJulialastfm musica

Blog letto 506702 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom