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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


1 ottobre 2020

OTTOBRE

                                                         Gustave Caillebotte  - Autoritratto  -  1892

Se pensiamo agli impressionisti, pensiamo a Monet, Manet, Renoir, Degas, qualche volta Sisley o Pissarro. Ma accanto ai nomi principali, ci furono anche artisti che non sono finiti nell’immaginario collettivo e non perche' fossero figure meno suggestive dei loro colleghi più famosi. Uno di questi artisti solitamente dimenticati dal grande pubblico è Gustave Caillebotte. 

Eppure Caillebotte è stato uno degli impressionisti più moderni e innovativi, decisamente avanti rispetto ai tempi. Pochi altri, come Caillebotte, negli anni Settanta dell’Ottocento compresero l’importanza dell’aiuto che l’appena nata fotografia poteva apportare alla pittura. Ne risulta, dunque, che i dipinti di Caillebotte ci appaiono come vere istantanee della vita parigina di fine Ottocento.

Il suo talento era noto ai contemporanei come pero' la sua fama di garçon riche (“ragazzo ricco”) che faceva sì che molti lo considerassero poco più che un dilettante che poteva permettersi di oziare dipingendo. E proprio grazie alle sue ricchezze, Caillebotte si diede parecchio da fare per il gruppo dei pittori impressionisti, di cui egli fu parte integrante. Diventò insomma non soltanto uno dei maggiori pittori del gruppo, ma ne fu anche uno dei principali mecenati. Dopo la sua scomparsa prematura, i suoi esecutori testamentari fecero rispettare le sue volonta. Aveva infatti scritto nel suo testamento, già redatto nel 1876: “Io dono allo Stato i dipinti che possiedo; tuttavia, siccome voglio che questo dono sia accettato nella misura in cui le opere non finiscano in una soffitta o in un museo di provincia, ma finiscano prima al Luxembourg e poi al Louvre, è necessario che trascorra un po’ di tempo prima che questa clausola venga eseguita, e cioè fino al momento in cui il pubblico non dico che capirà queste opere, ma almeno le accetterà”. Caillebotte aveva previsto bene.


                                               




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1 settembre 2020

SETTEMRE

Pin su Autoritratto

                                                                Gustave Courbet  -  Autoritratto con pipa  -  1846



«Ho cinquant’anni ed ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me:Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà.»


Lascio che si presenti cosi Gustave Courbet, con le parole definite il suo testamento spirituale. Ho scelto questo autoritratto al posto del celeberrimo "Uomo disperato" perche' raffigura perfettamente l'espressione serena dell'uomo libero. 

Alla ricerca del vero sé, durante la giovinezza ama ritrarre se stesso con la stessa impetuosità che caratterizzerà tutta la sua produzione; ha solo venticinque anni e dei numerosi dipinti da lui realizzati solo tre vengono considerati idonei all’esposizione al Salon. Anche questo viene respinto. Ma l’artista non si arrende e continua a dipingere con quello stile singolare che segnerà la storia dell’arte. Fino ad arrivare all'opera più famosa nella rivisitazione del nudo: "L’origine del mondo” (1866). Si tratta di un dipinto unico nel suo genere in cui non si vede il viso della donna ritratta, ma semplicemente il suo sesso.

Il quadro, considerato uno dei massimi capolavori del realismo francese, ancora oggi tale desta scandalo; qualche anno fa, alcune copie di un libro che ponevano in copertina l’immagine di tale dipinto sono state sequestrate dalla polizia portoghese perché ritenute “pornografiche”. Forse colui che ne aveva ordinato il sequestro non aveva ben chiaro il significato di pornografia.

Molte sono le ipotesi, tutte contrastanti tra loro, sull’identità della modella ritratta.

Ancora oggi non è stato possibile identificare il volto della donna di quel dipinto “scandaloso”.

Alla caduta del Secondo Impero, nei primi anni ’70, Courbet viene nominato presidente della Federazione degli Artisti, nata con lo scopo di diffondere l’arte e affrancarla dalla censura. Nello stesso anno gli viene offerta la Legion d’Onore da un ministro dell’imperatore, ma il pittore rinuncia alla carica pronunciando le seguenti parole: «L’onore non sta in un titolo, né in una decorazione, ma negli atti e nei movimenti delle azioni».




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27 agosto 2020

LA LIBERTA' DI SCEGLIERE


C’era una volta un principe, in Danimarca o forse due. Il primo principe era pallido e pensieroso e portava un colletto a gorgiera. Il secondo era biondo e bello, e anche se non era nato aristocratico sentiva di avere qualcosa di regale.

Tutti e due erano innamorati: il primo, Amleto, amava la figlia di un cortigiano, Ofelia; il secondo, Søren Kierkegaard, doveva sposare una diciassettenne di nome Regine. Tutti e due erano filosofi. Tutti e due sentivano di avere una missione: il primo doveva vendicare il padre; il secondo una vocazione filosofica. Erano missioni rischiose, e i due lo sapevano; sapevano anche che, per portarle a compimento, sarebbero stati costretti a mettere in pericolo i loro amori. Ponderarono a lungo possibilità e decisioni, soppesarono alternative. Si tormentarono, perché scegliere è difficile soprattutto per chi è malato di riflessione, come scrisse Kierkegaard di Amleto, forse pensando a sé. Tutti e due rinunciarono all’amore.

Lo fecero con una crudeltà quasi insostenibile. Fu un vero sacrificio; un sacrificio segreto, violento e formidabile. Amleto, per tener fuori Ofelia dal suo piano di vendetta, mentre testimoni invisibili li spiano da dietro le tende ha con lei un colloquio che fa accapponare la pelle. Nega di averla mai amata; la deride, la distrugge. Perché lei lo possa detestare, perché possa essere libera, cerca in tutti i modi di rendersi spregevole ai suoi occhi. La sbeffeggia con la crudeltà che solo un amore non ancora finito può consentire. Qualcosa di molto simile fa Kierkegaard. Dopo un anno di fidanzamento con Regine, decide che non potrà mai essere un marito né un padre di famiglia, e neppure un uomo come tutti gli altri; rompe la promessa esattamente come Amleto. Scrive a Regine, una dietro l’altra, lettere che fanno a brandelli i giorni felici, le speranze, la dolcezza, tutto.

I due principi compresero che per poter essere buoni bisogna saper essere crudeli, qualche volta. Amleto dice la frase tremenda: I must be cruel only to be kind. Non che l’epilogo dei loro amori sia poi stato felice: fu tragico come tragica era stata la scelta. Perche' una possibilità si avveri, bisogna sacrificarne un’altra.

È uno di quei paradossi morali di cui talvolta si appropria il senso comune rendendoli placidamente accettabili: come proverbi. Meglio un rimorso che un rimpianto, si dice. Ma se non fosse vero? Il rimorso, per cominciare, non esclude affatto il rimpianto. Ed è sbagliato pensare che il rimpianto nasca dall’inazione; nasce, semmai, dalla convinzione di non aver agito ma anche non scegliere è una scelta. 

Ecco che per rendere reale una possibilità, ne hanno cancellata un’altra, confinandola nel limbo dei rimpianti: l’hanno fatto con una crudeltà che merita di essere ripagata col rimorso. Perché non si può scegliere senza macchiarsi. Non ci sono scelte senza conseguenze.

Il rimpianto annebbia lo sguardo sul passato ed è un modo per nascondere il maggiore dei privilegi, che è anche il più grande dei problemi: la libertà di scegliere. Ci convinciamo di non avere scelto, di non aver avuto scelta; ci condanniamo, così, a un placido risentimento da cui non si può tornare indietro. È solo un modo per ricomprarsi un inutile surrogato di innocenza.



da una rilettura di I. Gaspari




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1 agosto 2020

AGOSTO

    
                                                                  Giovanni Boldini  -  Autoritratto   -    1911


Ed ecco Giovanni Boldini, coprotagonista del calendario di luglio. In questo autoritratto del 1911, ora conservato al Museo Boldini di Ferrara, la pennellata veritiera e spietata registra le linee del tempo e i segni di una salute cagionevole, la figura sembra effigiata nel preciso atto di ruotare il busto e il capo in direzione di chi guarda, pronto  a fissare gli occhi come sempre indagatori alla scoperta dell'altro.
Di bassa statura, alto solo 1,54, stempiato, dunque non esattamente un adone, nella  vita come nell’arte fu però circondato da donne meravigliose. Le "divine", termine pare da lui inventato, facevano la fila per farsi ritrarre. Tante bellezze gli giravano intorno, così che il grande Degas, un giorno esclamò con malizia: «Ecco il rospo attratto dalle fragole». 
Ma Boldini non e' solo un grande ritrattista. I suoi paesaggi e scorci di citta' sono un ottimo sguardo d'epoca. Appassionato melomane, affascinato dai teatri con sagace capacità d'osservazione ha lasciato una documentazione formidabile sul mondo della musica e soprattutto dei suoi protagonisti: nel 1887 il pittore aveva assistito alla prima dell'Otello, ma soltanto nel 1893, in occasione della rappresentazione del Falstaff, donò a Verdi il famoso ritratto che gli aveva dedicato. La fisionomia del musicista ci è così consegnata in tutta vivezza anche per quel dettaglio del suo sguardo azzurro che nessuna foto del tempo potrebbe comprovare.

La sua vita come la sua opera sono troppo ricche per racchiuderle nello spazio di un post. Ecco un ottimo ed esaustivo riassunto:





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23 luglio 2020

CONSIGLI DI LETTURA



"Seduto pacificamente senza far nulla

viene la primavera

e l’erba cresce da sola”


Sono i versi di un haiku del monaco buddista e poeta giapponese, Kenko Yoshida, autore del libro Momenti d’ozio, considerato un classico della letteratura di quel paese. A lui l’ozio serve come risposta alla noia che non è la semplice assenza di attività, bensì il contrario: deriva dalla vita quotidiana, dal rumore del mondo. Tutto il contrario di quello che pensiamo noi occidentali. Come del resto e' ormai difficile al giorno d’oggi annoiarsi veramente, quasi impossibile. Siamo consumatori perpetui e anche il tempo libero porta impegno. Gianfranco Marrone, professore di Semiotica dell’Università di Palermo, ha pubblicato da poco un interessantissimo saggio La fatica di essere pigri,dove spiega quanto sia complesso, quasi impossibile, districarsi dalle pressioni sociali che glorificano la prestazione incessante per lasciarsi andare a momenti di ozio, fondamentali per la buona salute dell'essere umano.

In un mondo in cui i valori comportamentali identificano l’accidia con uno dei peccati capitali la vita del pigro non è semplice, soprattutto nella nostra contemporaneità dove “tempo libero e consumo vengono a coincidere” e dove non fare nulla per il non fare nulla non è solo difficile, ma quasi impensabile. Ed ecco un quadro piuttosto prevedibile in cui l’ozioso non piglia pesci, morirà di fame, avrà un futuro poco luminoso e la cicala che perde tempo a cantare non supererà l’inverno.

Volgendo un occhio alla narrativa e' interessante secondo Marrone l'analisi di Oblòmov, il protagonista del romanzo di Ivan Aleksandrovic Goncarov. Oblòmov è un antieroe che non ne vuole sapere di partire per avventure faticose, di avvilirsi per amori ritenuti necessari e per altre facezie che lo sottrarrebbero al suo adorato focolare domestico. Per finire in modo piu' pop con la figura di Paperino che incarna la massima dell’intero saggio: “per essere pigri bisogna lavorare moltissimo, scontrarsi con un mondo che cambia e che pretende sempre di più un attivismo ipocritamente euforico. La pigrizia non è un dono, né un tratto caratteriale: è semmai un oggetto da conquistare dopo infinite lotte contro antagonisti d’ogni tipo e natura che fanno del lavoro un valore fine a se stesso."

E come dice Barthes... ogni tanto è il caso di osare essere pigri.



Gianfranco Marrone  La fatica di essere pigri


Kenko Yoshida  Momenti d'ozio


Ivan Aleksandrovic Goncarov   Oblomov




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12 luglio 2020

INGENUITA'

Alla parola “ingenuità” e all’aggettivo “ingenuo” è attribuito solitamente il significato di “candore”, se non di “inesperienza”, significati lontani dalla loro etimologia. L'ingenuitas era un termine legale nell’antica Roma. Indicava la condizione di una persona libera, nata all’interno della società romana e riconosciuta tale nel momento in cui il padre se la poneva sulle ginocchia. Ciò ne faceva una persona naturale, nobile e sincera. Senza bisogno di imporsi e di guadagnare posizioni nella società. Era persona libera. Distinta dai liberti che erano, sì, liberi ma provenienti da una condizione pregressa di schiavitù. 

Mantenere vivo il significato etimologico, e quindi positivo, della parola ingenuità non vuol dire elogiare l’ingenuità idiota del principe Myskin di Dostoevskij, vittima del cinismo e della meschinità che lo circondano. E non vuol dire nemmeno accettare acriticamente l’atteggiamento prevalente nella cultura corrente dell’homo homini lupus (Hobbes). Nessuno oggi vuole essere considerato ingenuo. L’ingenuità è ritenuta una condizione di svantaggio. Come lo è ritenuto il lasciarsi andare ai propri sogni, scommettere su di essi, credere che tutto di valido può ancora accadere e che ci si può spendere per gli altri senza aspettarsi un ritorno. È ritenuto molto più appagante oggi vedersi ed essere riconosciuti come persone dotate di una buona dose di furbizia. Insomma la parola ingenuità non rimanda più alla condizione di libertà e di sincerità, dal momento che gran parte della cultura contemporanea considera una conquista lo stare al mondo in maniera astuta.

Non la pensa così Sören Kierkegaard, che vede nella perdita dell’ingenuità uno dei segnali allarmanti dell’imbruttimento e dell’imbarbarimento della civiltà moderna. Dopo aver scritto: «Non è affatto segno di maturità il perdere completamente l’ingenuità…», il filosofo danese, in un eccesso di fiducia nell’umanità, afferma: «All’esistenza umana sana e onesta appartiene sempre fino all’ultimo un certo momento di ingenuità». Il momento di ingenuità consiste nel saper vivere pienamente inseriti nella realtà senza perdere di vista l’ideale, senza rinunziare all’esercizio di una efficace difesa dalle avversità, dai nemici e dai furbi. Questa ingenuità è sinonimo di nobiltà, mai di stupidita'.


da una rilettura di N. Galantino






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1 luglio 2020

LUGLIO


Giovanni Boldini  -  John Singer Sargent   -   1890


Un grande ritrattista che ritrae un altrettanto grande. Pare che i due si conobbero nell'estate del 1880 a Venezia. Sargent aveva 24 anni Boldini 38. 
Nei primi anni del Novecento Sargent partecipo' alle prime edizioni della biennale di Venezia e in?uenzò alcuni dei maggiori ritrattisti italiani a lui contemporanei tra i quali proprio Boldini.
John Singer Sargent amava definirsi “un americano nato in Italia, educato in Francia, che parla inglese, sembra tedesco e che dipinge come uno spagnolo”.
Dotato di  una personalita' cosmopolita e poliedrica, con la valigia sempre pronta, viaggiò tra Parigi, Napoli, Spagna, Marocco e Tunisia per poi ritornare a Parigi ed entrare all’Ecole des Beaux-Arts.
La sua pittura non può essere facilmente incasellata all’interno di una scuola o di un movimento. Nelle sue opere si avverte l’eco dell’Impressionismo, ma anche di pittori come Velázquez, Tiziano e El Greco.
I suoi ritratti hanno una forte introspezione psicologica e una resa naturalistica delle fisionomie e dei dettagli. Le donne che ritraeva amano mettersi in posa, guardare dritto negli occhi l’osservatore. Conturbanti e misteriose, indossano abiti ricchi e preziosi e, attraverso le pennellate del pittore, è facile avvertire il fruscio delle stoffe che avvolgono i loro corpi profumati. E qui il confronto con Boldini e' lampante.
Quando nel 1907 Lady Radnor gli propose di eseguire il ritratto di una delle sue figlie, John Singer Sargent le rispose che avrebbe potuto chiedergli di dipingere qualsiasi cosa, «il suo cancello, i suoi steccati, i suoi fienili – cosa che farei davvero volentieri – ma non più il volto umano»,  ormai i ritratti gli facevano orrore e non voleva più sapere di farne, soprattutto a persone dell’alta società. In queste parole si percepisce tutta la stanchezza di Sargent che, a poco più di cinquant’anni è ormai al culmine del successo, ma sente che qualcosa si è incrinato nel suo meccanismo di artista perfettamente consolidato. Si dedichera' comunque a ritrarre amici e conoscenti con brevi tratti di carboncino. Disegni che hanno dato vita ad una mostra molto apprezzata. Uno dei migliori pare sia quello al caro amico scrittore Henry James.




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15 giugno 2020

PIOVE

Ci nutriamo ogni giorno di previsioni del tempo. Abbiamo sviluppato un io meteorologico  che e' andato mutando con l'andare dei tempi. Le sempre nuove scoperte scientifiche e tecnologiche hanno apportato una quantita' di nuovi dati che “hanno annullato l'effetto della sorpresa e soprattutto hanno squalificato i saperi degli uomini di altri tempi, che con lo sguardo, l'umidità percepita dal corpo o il vento sulla pelle e tante altre sensazioni prevedevano l'irruzione o meno della pioggia”.Alla pioggia o alla sua assenza sono spesso legate ansie e sofferenze in continuo cambiamento e ormai lontane nell'aspetto fideistico e divino.

Il professor Alain Corbin ha individuato nel XVIII secolo il momento storico in cui la sensibilità per i fenomeni meteorologici è andata intensificandosi.  Nel 1784 Bernardin de Saint-Pierre, nei suoi “Ètudes sur la nature”, andava sottolineando il piacere della pioggia, madre della malinconia; e anzi osservava che per potersi gustare più a fondo la pioggia serviva non avere niente in agenda, e smettere di pensare che non c'erano più le stagioni o le mezze stagioni e non c'era più l'antico ordine nella natura. Serviva ricordare l'esempio di quel console romano che quando pioveva faceva alzare la sua lettiga sotto le fitte frasche d'un albero, per addormentarsi al mormorio delle gocce di pioggia.

Joseph Joubert, nel suo “Carnet” (1779-1783), osservava che la pioggia sapeva rendere le percezioni più nitide e più definite: più sensibili ai rumori, alle sfumature di colore, alle impressioni, in genere. Il pittore Pierre Henri Valenciennes, nello stesso periodo, esortava i suoi allievi ad aspettare un'ora, dopo un'acquazzone, per apprezzare la lucentezza della natura.

Il filosofo Maine de Biran, nel suo diario del febbraio 1819, registrava quanti danni e quanto malessere gli veniva dalla pioggia: addirittura doveva ammettere che “lo stomaco è come affossato su se stesso, le digestioni sono laboriose, le idee lente e oscure; il mondo scompare ai miei occhi”.

Nel Novecento, Gide, nel suo “Journal”, ribadiva la sua avversione per la pioggia, che figliava volontà inquieta e umore instabile e magari cefalea; cent'anni prima Baudelaire aveva riconosciuto nella pioggia una componente fondamentale dello spleen, e Verlaine aveva stabilito un legame incontrovertibile tra pioggia e malinconia. Laforgue, non troppo lontano dai loro esempi, sapeva sfregiare il maltempo così: “Tutto mi annoia, oggi. Scosto le tende.In alto un cielo grigio, rigato da un'eterna pioggia”. 

E in questi giorni di tempo incerto piu' simili ad un aprile piuttosto che ad un meta' giugno non potevo che citare il bellissimo libro "Breve storia della pioggia. Dalle invocazioni religiose alle previsioni meteo di Alain Corbin.




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1 giugno 2020

GIUGNO




Frédéric Bazille, Ritratto di Pierre-Auguste Renoir (1867)



 “Sono come un sughero gettato in acqua che si lascia trasportare dalla corrente. Mi consegno alla pittura senza chiedermi che cosa sia”.


La scelta e' caduta su questo ritratto dalla posa insolita. E' un giovane Renoir, ventiseienne. Qualche critico l'ha definito sfacciato. Io lo trovo  semplicemente se stesso nel suo donarsi a chi guarda. 

Pierre Auguste Renoir è uno degli artisti più noti e amati di tutto il Novecento e probabilmente di tutta la storia della pittura. La ragione di questa popolarità risiede principalmente in due fatti: il suo ruolo di grande protagonista dell’Impressionismo e la piacevolezza accattivante dei suoi quadri.

A dispetto della grave forma di artrite reumatoide che lo colpisce verso i cinquant'anni, della sofferenza e della progressiva infermità, Renoir ritrova nell’arte la vivacità dello spirito creativo, avidamente desideroso di sperimentare, e continua a lavorare nonostante l’inaudita difficoltà fisica, continua a dipingere un mondo senza tristezza, concedendosi ancora in mille occasioni a un infantile stupore.

L’aggravamento della malattia lo portò ad escogitare il ricorso a strumenti di propria invenzione che potessero in qualche modo sostituire il normale cavalletto: l’artista negli ultimi tempi utilizzò un cavalletto realizzato appositamente per lui secondo il principio del telaio tessile, con la tela montata su una serie di cilindri. La tela veniva fissata a stecche di legno, che potevano ruotare attorno a due perni collegati dalla catena della sua vecchia bicicletta e manovrati da una manovella per muovere la tela su e giù. Il dipinto arrotolato gli permise di continuare a dipingere opere di grandi dimensioni come  Le grandi bagnanti  una delle opere realizzate con questo sistema.

Questa testimonianza di straordinaria generosità intellettuale ed umana di Renoir può essere per noi tutti esempio di come dall’amore per la vita, di cui l’arte è una delle espressioni più alte, possa scaturire il coraggio per combattere una lunga sofferenza.




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24 maggio 2020

QUALCOSA DI BELLO


                             Albedo - Emil Alzamora


La scultura è come l’arte drammatica, la più difficile e insieme la più facile di tutte le arti. Copiate un modello, e l’opera è compiuta; ma imprimervi un’anima, creare un tipo, nel rappresentare un uomo e una donna, è il peccato di Prometeo. Nella scultura questi successi sono rari quanto nell’umanità lo sono i poeti. Michelangelo, Michel Columb, Jean Goujon, Fidia, Prassitele, Policleto, Puget, Canova, Albrect Durer sono i fratelli di Milton, di Virgilio, di Dante, di Shakespeare, di Tasso, di Omero e di Molière. L’opera di questi scultori è così grandiosa che basta una sola statua a rendere immortale uno di loro.
Cosi' la pensava Honoré de Balzac.

Le sculture minimaliste di Emil Alzamora rappresentano il corpo umano nella sua forma più pura. Le sue figure sono spesso raffigurate come se fossero catturate in uno stato di animazione sospesa influenzato da forze interne ed esterne. Anonime, simboleggiano una comprensione universale per il corpo umano nelle sue varie manifestazioni.
L'artista afferma: “Il per sempre è adesso. La scultura è l'incarnazione perfetta di questa atemporalità ”. La sua intenzione è quella di catturare questa "sospensione" temporale e condividere la sua esperienza del "presente allargato."




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16 maggio 2020

VERITA'

Sbaglierebbe chi pensasse che la sincerità sia un bene assoluto, da opporre alla menzogna come male assoluto, poiché si può fare uso della sincerità anche per offendere e ferire a morte, per umiliare o vendicarsi. L'uomo sincero, per definizione, dice la verità o quella che crede tale, talvolta quindi ingannandosi e traendo in inganno, senza volerlo. 
In un passo delle Confessioni, Agostino si chiede perché veritas odium parit ( la verita' attira l'odio ). La risposta del vescovo di Ippona è che l'amore per la verità non è disinteressato, equanime e imparziale: gli uomini amano la verità quando non li riguarda, ma la odiano quando riguarda loro stessi e li mette a nudo sotto gli occhi degli altri. 
Si deve sempre dire la verità che si conosce? Vi sono casi in cui è ammesso mentire? Agostino e Kant non ammettono eccezioni al dovere di dire la verità. Per il primo la menzogna è l'origine stessa del peccato. Agostino non considera legittima la menzogna neppure nel caso in cui mentire potrebbe salvare la vita a qualcuno, dato che in tale circostanza si tratterebbe di un dovere che riguarda la salvezza del corpo al prezzo di perdere l'anima. Tanto più che ci sono altre vie per raggiungere lo stesso risultato, evitando così di mentire, come il silenzio o l'omissione o il sacrificio di sé ed ha, a questo proposito, un consiglio preciso: «Quello che dici, deve essere assolutamente vero; ma non devi per forza dire tutto quello che è vero».
In Kant la sincerità è una virtù assoluta che coincide con il dovere della veridicità. Il principio per cui si deve dire la verità è per Kant il principio formale supremo della moralità, dal quale è impossibile essere esonerati.
Lo scettico Montaigne invece non insegue alcuna verità, e afferma che non esiste una verita' universale.
Pensiamo alla terribile scena iniziale di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, in cui il colonnello nazista interroga il contadino francese, chiedendogli se dia rifugio ai nemici dello stato, la famiglia ebrea dei Dreyfus. Tutti desideriamo che il contadino menta e invece, La Padite dice la verità e denuncia la famiglia ebrea per proteggere la propria. 
In un saggio sulla sincerita' e' stata coniata l'espressione "virtù crudele" per indicare l'atto del dire la verità che si accompagna all'assunzione di responsabilità e al farsi carico delle conseguenze anche dolorose, per sé e per gli altri, della pratica effettiva della sincerità. Tra il semplice dire la verità e la sincerità la differenza consiste proprio nel coinvolgimento attivo nel rapporto con gli altri. 

L'Opinione è qualcosa di fluttuante, ma la Verità, dura più del Sole – se poi non riusciamo ad averle entrambe – prendiamo la più vecchia.
Emily Dickinson




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7 maggio 2020

DALLA PARTE DELL' ASINO. UNA LETTURA ALTERNATIVA


Gli asini vivono nella maggior del mondo accanto agli esseri umani, una presenza integrata in molte culture. Anche se in gran parte del mondo sviluppato non sono più utili per gli sforzi umani, in Africa tirano ancora carri, portano carichi pesanti in India, trasportano turisti in Grecia e bambini in gita lungo le spiagge britanniche. Se consideriamo da quanto tempo sono addomesticati e quanto siano stati preziosi nella storia umana, sappiamo ben poco della loro vita o delle loro storie, o anche del loro benessere. Non è che sono sconosciuti, ma generalmente passano inosservati. Mentre attraversavano il mondo al servizio dei loro padroni umani, gli asini sono stati tra gli animali più usati e abusati della storia (...)
Si dice che hanno la vita lavorativa più lunga, che sono in grado di operare nelle aree più aride, che sopravvivono con poco cibo, che sono meno soggetti a malattie, che sono in grado di lavorare a velocità variabili e che, rispetto a cavalli, muli e buoi, hanno un’elevata capacità d’apprendimento. (...) Anche se noti come buoni lavoratori, gli asini hanno un forte senso di autoconservazione, il che ha influenzato la loro fama di testardaggine. (...) Nonostante il servizio prestato agli esseri umani in ogni epoca e società, gli asini tuttavia hanno ottenuto pochi riconoscimenti. Le ingiustizie e le offese che hanno ricevuto costituiscono motivo di riflessione per vari osservatori (...)

L’asino, di Jill Bough, edito da Nottetempo nella collana Animalía, e' un’indagine delle nostre percezioni, dei nostri giudizi e soprattutto dei nostri pregiudizi.
Dalla Favola del cavallo e dell’asino di Esopo a Platero e io di Juan Ramón Jiménez, dall’Asino d’oro di Apuleio al Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino di Robert Louis Stevenson, una narrazione dopo l’altra il somaro è assunto come figura dell’umiltà o della curiosità, di lussuria e malvagità; quando in Collodi Pinocchio si ritrova con le orecchie allungate come «due spazzole di padule», ciò che avverte è vergogna e disperazione, mentre è in Don Chisciotte che il ciuco semplice e onesto cavalcato da Sancho si fa emblema del silenzio paziente.
Ma l’asino resiste. Carico di balle di fieno lungo un sentiero della campagna etiope, legato alla macina che polverizza peperoncini in un villaggio cinese, usato per trasportare i pali di legno utili per puntellare le miniere del Far West o come cavalcatura dei soldati australiani durante la Prima guerra mondiale, l’asino resiste; introdotto come prova in tribunale quando a Londra nel 1822 Richard Martin chiese e ottenne di rendere inequivocabili le ferite che erano state inflitte all’animale dal suo padrone (da qui il Martin’s Act, la prima legge a contrastare la crudeltà contro gli animali), trasportato in aereo dalla US Army durante la Seconda guerra e gettato giù col paracadute (dopo averlo drogato perché atterrando non irrigidisse lezampe);
e ancora, seppure descritto come immagine di stupidità, di pigrizia, di potenza sessuale e di mitezza, al contempo sacro e osceno, esposto, esibito, spettacolarizzato o umiliato, l’asino non fa altro che resistere.
Unico e molteplice, appartenente a un drappello di animali struggenti, l’asino ha attraversato i millenni sopportando l’insopportabile e opponendo all’ottusità del mondo una tenacia asciutta e senza eroismi.


fonte: G. Vasta




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1 maggio 2020

MAGGIO


Paul Cezanne  -  Autoritratto  -  1875



Paul Cezanne nell'arco della vita dipinse circa 200 ritratti di cui un quarto sono autoritratti; il primo autoritratto di giovane ventenne e l'ultimo pochi anni prima della morte nel 1906. Se gli impressionisti volevano cogliere la luce sfuggente, Cézanne punta a rappresentare la realtà delle forme e la solidità eterna delle cose. Dipingo corpi, non anime, disse l'artista, ammettendo però che “se i corpi sono ben dipinti, l'anima ci brilla dentro”.
Non aveva alcun interesse per l'introspezione psicologica, non voleva scavare nel cuore della persona ritratta o inviare messaggi sul suo stato d'animo.
Per lui i ritratti sono come i paesaggi o le nature morte: sono dipinti, e l'unica cosa che importa è la pittura e come riesce a rappresentare la realtà. Quello che contano sono le pennellate, e come in successione e sovrapposizione creano una struttura che diventa l'immagine. 
In questo autoritratto giovanile, Cézanne, trentaseienne, si ritrae con lo sguardo severo, penetrante, risoluto. Un ritratto spietato e senza compiacimenti, metafora del rigore e del fervore ma anche dell'insoddisfazione con cui si dedicava alla ricerca pittorica. A quegli anni risalgono queste parole indirizzate alla madre: «Devo sempre lavorare, non certo per giungere al 'finito', che suscita l'ammirazione degli imbecilli. Porto a termine soltanto per il piacere di far cose più vere e più sapienti.»
E dei primi anni del Novecento è questo brano di lettera a Vollard, amico e primo grande collezionista delle sue opere: 
Ho conseguito qualche progresso. Perché così tardi e così faticosamente? Sarà l'arte effettivamente un sacerdozio che pretende dei puri che gli appartengano interamente? 
Per Cézanne l'arte fu davvero una religione, ai cui misteri offerse da 'sacerdote' una devozione tormentata e assoluta. 




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27 aprile 2020

22 APRILE



..Tenere l'infinito nel cavo di una mano...
 La magia della natura con le sue creazioni ci permette di sfiorare un concetto astratto ed inafferrabile come l’infinito, racchiudendolo nei più piccoli dettagli di un frutto, una foglia o sulla superficie di una conchiglia.
L'uomo ha da sempre cercato di comprenderlo, descriverlo, catturarne l’essenza tramite le scienze. Il matematico Benoit Mandelbrot e' il fondatore di cio' che oggi viene chiamata geometria frattale. Nella sua introduzione a questa disciplina scrive:
"Perché la geometria viene spesso definita fredda e arida? Uno dei motivi è la sua incapacità di descrivere la forma di una nuvola, di una montagna, di una linea costiera, di un albero. Osservando la natura vediamo che le montagne non sono dei coni, le nuvole non sono delle sfere, le coste non sono cerchi, ma sono degli oggetti geometricamente molto complessi.” 
I frattali non sono oggetti così astratti e lontani dalla vita quotidiana: ogni giorno ciascuno di noi si imbatte in qualcosa di molto simile ad un frattale come ad esempio alcuni tipi di foglie o di piante oppure i "frattali" per eccellenza: il fiocco di neve e il cavolo verde. Una montagna, una pianta, un corallo, una conchiglia non sono altro che il frutto di parti più piccole aventi forme analoghe che si ripetono all’infinito in maniera decrescente.
Semplificando al massimo il concetto di frattale, lo si può definire come una figura geometrica caratterizzata dal ripetersi sino all’infinito di uno stesso motivo su scala sempre più ridotta.
L' avvento delle tecnologie computerizzate ha permesso di visualizzare il comportamento di complesse funzioni matematiche che producono immagini grafiche affascinanti. Oggi utilizzando una workstation grafica sono sufficienti poche frazioni di secondi per visualizzare tali funzioni che producono immagini sorprendenti in termini di particolari e dettagli che ricordano la complessità di forme geometriche ricorrenti in natura (fiocchi di neve, felci, foglie, chiocciole..)
L’industria del design e della moda ha preso in prestito questi concetti matematici per ispirarsi a nuove creazioni.
Uno degli esempi più visibili è rappresentato da un brand famoso della moda internazionale come Desigual che lega il suo stesso logo ai modelli generati dalle funzioni matematiche che rientrano nella categoria dei frattali.
Anche alcuni marchi più tradizionali si ispirano per le loro creazioni agli incredibili colori e forme dei frattali. Ad esempio PIQUADRO, leader nella produzione di borse e valige professionali, ha deciso di dedicare una linea completa, OPERA, ai frattali.
La fractal art si basa pertanto sul calcolo di funzioni matematiche dai cui risultati si ricavano immagini, animazioni e musica. Le immagini, ad esempio, sono grafici dei risultati dei calcoli, così come le animazioni sono sequenze di questi stessi grafici. In musica, invece, ai risultati si associano diversi toni e frequenze.
Immagini, movimenti, colori e musica del genere frattale non sono che il tentativo dell’uomo di fare propria l’idea di infinito suggeritagli dalla natura. Ancora una volta, l’arte si inchina alla sua magnificenza, di cui è una semplice, creativa, imitazione.

Per saperne di piu qui








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17 aprile 2020

CURA

MENTRE CURA STAVA ATTRAVERSANDO UN CERTO FIUME, VIDE DEL FANGO ARGILLOSO. LO RACCOLSE PENSOSA E COMINCIÒ A DARGLI FORMA. ORA, MENTRE STAVA RIFLETTENDO SU CIÒ CHE AVEVA FATTO, SI AVVICINÒ GIOVE. CURA GLI CHIESE DI DARE LO SPIRITO DI VITA A CIÒ CHE AVEVA FATTO E GIOVE ACCONSENTÌ VOLENTIERI. MA QUANDO CURA PRETESE DI IMPORRE IL SUO NOME A CIÒ CHE AVEVA FATTO, GIOVE GLIELO PROIBÌ E VOLLE CHE FOSSE IMPOSTO IL PROPRIO NOME. MENTRE GIOVE E CURA DISPUTAVANO SUL NOME, INTERVENNE ANCHE TERRA, RECLAMANDO CHE A CIÒ CHE ERA STATO FATTO FOSSE IMPOSTO IL PROPRIO NOME, PERCHÉ ESSA, LA TERRA, GLI AVEVA DATO IL PROPRIO CORPO. I DISPUTANTI ELESSERO SATURNO, IL TEMPO, A GIUDICE, IL QUALE COMUNICÒ AI CONTENDENTI LA SEGUENTE DECISIONE: “TU, GIOVE, CHE HAI DATO LO SPIRITO, AL MOMENTO DELLA MORTE RICEVERAI LO SPIRITO; TU, TERRA, CHE HAI DATO IL CORPO, RICEVERAI IL CORPO. MA POICHÉ FU CURA CHE PER PRIMA DIEDE FORMA A QUESTO ESSERE, FINCHÉ ESSO VIVE, LO CUSTODISCA. PER QUANTO CONCERNE LA CONTROVERSIA SUL NOME, SI CHIAMI HOMO POICHÉ È STATO TRATTO DA HUMUS”.


 Il mito di Cura -  Igino - I secolo A.C.


Il nome cura, del dio minore pagano, e' latino e se spontaneamente viene tradotto con l'italiano cura simile al care inglese ha significato si di premura e sollecitudine ma anche di inquietudine, apprensione, affanno. 

Quindi protagonista della storia e' allora l' inquietudine, personificata in Cura, creatrice e accompagnatrice dell'uomo.

L'inquietudine è la condizione nella quale avvertiamo un senso di dis-orientamento, che ci mette in guardia sullo stato di stabilità, o instabilità, del nostro disagio, e ci fa andare alla ricerca di un nuovo orientamento. Cifra fondamentale del disorientamento è proprio l'inquietudine. È proprio quando si è disorientati che inizia la riflessione sulle decisioni da prendere nella vita. Nuove situazioni, nuovi problemi e nuove irritazioni mantengono l'orientamento in un'inquietudine costante. Per questo l'inquietudine è l'atmosfera di base dell'orientamento. Se le situazioni non sono né prevedibili né calcolabili o verificabili, domina l'inquietudine intorno alla domanda se ci si è orientati correttamente prendendo decisioni giuste; l'inquietudine può trasformarsi in paura di non aver preso la decisione opportuna. E la paura può degenerare, in casi estremi, in disperazione se il dubbio nei confronti delle proprie possibilità d'azione paralizza l'azione stessa. Infine, la disperazione può portare alla depressione o percezione della sconfitta e senso di impotenza. Se invece l'orientamento riesce e la direzione presa conduce a una soluzione soddisfacente, segno e misura del riuscito orientamento sarà la quiete, e nella quiete il bisogno di orientamento si placa.  Nietzsche concepì inquietudine e quiete come poli del bisogno di orientamento. Ne La gaia scienza scrive infatti il filosofo tedesco che il nostro bisogno di conoscenza deriva dalla ricerca della quiete; la gioia del conoscere manifesta il recuperato senso di sicurezza e il ritrovato orientamento. (F. Rigotti)




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