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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


1 gennaio 2018

GENNAIO


Pan Yuliang    "My Family"    1931



Il calendario di quest'anno vuole celebrare artisti poco, a volte pochissimo, conosciuti. Alcuni, veri e propri outsiders. Quindi opere che quasi sicuramente non abbiamo mai avuto occasione di ammirare. L'amore per l'arte è anche curiosità, quella curiosità che è capace di ampliare gli orizzonti della conoscenza.

Gli Outsiders sono perdenti per definizione.
Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli.
E hanno sempre l’indirizzo sbagliato.

Questa è la frase che apre il libro Outsiders di Alfredo Accatino. Racconta storie di artisti geniali che non troveremo mai nei manuali di storia dell'arte e che a volte mi accompagnerà in questo viaggio.


L'artista di gennaio è una donna, cinese, Pan Yuliang. Nata nel 1895 nella provincia di Anhui, venduta come prostituta a quattordici anni e ricomprata verso i venti da un facoltoso uomo d'affari, rinasce scoprendo la bellezza e l'arte fino a diventare la prima donna cinese artista a praticare l’arte occidentale. Incoraggiata dal marito viaggerà in Europa fino ad arrivare a Roma e poi a Parigi dove vivrà fino al 1977 anno della sua morte. Lascerà circa quattromila opere che verranno inviate in cina ed esposte nella Galleria Nazionale di Arte di Pechino e nel Museo Provinciale di Anhui.
Il romanzo di Jennifer Cody Epstein The Painter from Shanghai si basa sulla sua vita e la sua storia è narrata nel film A soul haunted by painting.







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24 dicembre 2017

CHRISTMAS



Buon tutto a tutti




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12 dicembre 2017

FORMA E COLORE


André Derain  -  Le pont de charing cros  -   1906



Il colore è un mistico e lieve velo di emozioni, tessuto dalla mente per avvolgere ogni superficie che osserviamo. La contemplazione delle delicate, romantiche, sensuali e vivaci sinfonie cromatiche, forse è il più bel sogno ad occhi aperti che ci è concesso. Infatti, dinamico e impalpabile nelle sue sfumature, il colore è immaginario, inesistente, e forse per questo ancor più eccezionalmente vitale e meraviglioso nel decorare il mondo.
La percezione del colore si sviluppa in una dimensione metafisica, oltre la realtà, emancipata dal giogo del divenire incessante delle condizioni d’illuminazione, siano esse artificiali o naturali. In un dipinto di Derain, per esempio, la luce che un rosso riflette quando il quadro è esposto al sole non è mai identica alla luce riflessa quando è illuminato da un neon o da una lampada ad incandescenza. Nonostante ciò, il colore rimane costante nella sua essenza.


Nell’arte pittorica, il colore si erge a ruoli maestosi, mirabili ed elettrizzanti. Con Derain, Vlaminck, Van Dongen, con i fauve la ricerca si avventura in riti di travolgente impatto emotivo, in orge di puro colore in cui le tinte si liberano dalle gelide e severe trame imposte dalle consuetudini e dall’esperienza visiva quotidiana.
Nonostante l’intento di riscattare il colore dalla forma che lo limita ad un ruolo di subordinazione spaziale, nelle tele dei fauve il colore è ancora racchiuso fra gli stretti confini della forma poichè è biologicamente impossibile ottenere la percezione del colore senza poter confrontare la luce riflessa da una superficie con quella che ci proviene dalle adiacenti. E fra due aree fisicamente dissimili (e quindi con diversa efficienza nel riflettere la luce), esiste necessariamente un bordo, un limite che le distingue e separa, tracciando in tal modo il profilo della forma. Così s’impone l’impossibilità di allontanare il colore dalla forma, in arte come nella vita d’ogni giorno.
L’unica via risolutiva biologicamente possibile è quella intrapresa dai fauve stessi: coprire la forma con un colore differente da quello che normalmente associamo ad essa. In questo modo, la percezione del quadro è dissociata dall’esperienza conservata nella memoria e che, usualmente, correla strettamente determinate forme con singoli colori. Vestire le forme con tinte diverse da quelle usuali, scatena un’attività cerebrale che ha poco in comune con la normale visione a colori, ed è correlata alla valutazione dello stimolo visivo in termini mnemonici, coinvolgendo anche il giudizio e l’apprendimento. Il brillante artista è capace così di donare allo scienziato le sue intuizioni, suggerendogli alcune vie per comprendere come il cervello sia in grado di elaborare alcune percezioni di cui non si conosce ancora il meccanismo.

fonte L. F. Ticini




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1 dicembre 2017

DICEMBRE





Giovanni Boldini  1898

Marthe de Florian era un’attrice di teatro francese e cortigiana della Belle Epoque. Per cortigiana non si deve intendere ciò che oggi noi pensiamo. Ma una donna socialmente capace di intrattenere legami, anche duraturi, con il cuore del potere e dell’economia; capace di sedurre, di creare intrighi ed eros. La più bella donna di Parigi, si diceva alla fine dell’Ottocento. Marthe morì nel 1939 in quella casa, che spesso condivideva con il figlio, Henry Beaugiron e con la nipotina Solange Beaugiron figlia di Henry. La nonna avrebbe lasciato a lei l’appartamento, ma Solange aveva deciso di chiudere con il passato, pur tutelandolo, amorosamente, da lontano. Non aveva mai pensato di disfare la casa di sua nonna e pagava con regolarità le spese del condominio. Ma nessuno vi poteva entrare. Fu nel 2010, dopo la morte della nipote dell’attrice che quel segreto di sontuosità e di affetti, mantenuto chiuso in uno scrigno per circa 70 anni, sarebbe stato reso pubblico. L’apertura avvenne con grande emozione. La serratura scattò a fatica e sul pianerottolo si riversò un odore concentrato di vecchie cose, libri, antiche cere, polvere. L’interno era splendido. Specchiere antiche, quadri, mobili, suppellettili di grande gusto. Intatti anche i prodotti di bellezza dell’attrice, come se tutto fosse lasciato stare, per un ritorno di Marthe. Tra gli oggetti dell’appartamento, un ritratto di Marthe de Florian, in un abito in chiffon rosa, dipinto da Giovanni Boldini.
Questa tela, naturalmente, era completamente inedita, mai esposta. L’opera era stata realizzata nel 1898, mentre Marthe de Florian aveva 34 anni.




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12 novembre 2017

OUTSIDERS



Ascoltando la sua musica degli anni sessanta divisa tra dodecafonia e collage polistilistico era davvero impossibile immaginare la virata stilistica che avrebbe portato Arvo Pärt a diventatre il più originale compositore vivente del pianeta. Formato in ambito accademico e influenzato dalle vecchie avanguardie sembrava destinato a divenire uno dei tanti autori che hanno combattuto senza successo contro la perdita di un pubblico. E invece dopo alcuni anni di silenzio, di crisi e ritiro spirituale Pärt è rientrato in scena con uno stile così personale ed efficace da imporsi come il compositore più eseguito al mondo. La soluzione era per così dire sotto gli occhi di tutti: anzichè continuare a complicare le cose bisognava sottrarre, semplificare, inseguendo una purezza che avrebbe ripreso a parlare alle orecchie degli ascoltatori. Ma per trovarla Pärt dovette uscire dal giro. E oggi ne è il centro assoluto.

fonte: N.Campogrande








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1 novembre 2017

NOVEMBRE

Édouard Manet, Olympia

Edouard Manet  -  Olympia  -  1863

"Questa Olympia, lo sapete, fece scandalo quando fu esposta al Salon del 1865; uno scandalo tale che fu necessario rimuoverla. Ci furono borghesi che, visitando il Salon, volevano sfondarla con gli ombrelli, tanto la trovavano indecente".
E viene da chiedersi, come ha fatto Foucault, che cosa ci sia di così terribilmente insopportabile in questo dipinto.
La reazione esagerata del pubblico all’esposizione del dipinto nasce secondo diversi autori dal fatto che la collocazione dell’opera al Salon avviene su un terreno già reattivo a causa di almeno quattro fatti tra essi collegati: la notevole diffusione editoriale della scandalosa Signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, pubblicata nel 1848; la produzione dell’omonimo dramma (1852) tratto dal romanzo, che sconcertò i benpensanti per il legame sentimentale, considerato abominevole, fra una donna di facili costumi e un giovane di buona famiglia; la trasposizione nella Traviata di Verdi (1853); la presenza, nel lavoro di Dumas, di una prostituta, l’antagonista di Margherita Gautier, che si chiamava proprio Olympia. L’immagine proposta al Salon del 1865 da Manet fu sicuramente interpretata come reiterazione della storia di Dumas e ciò che romanzo, dramma e melodramma lasciavano allo spazio della fantasia, nel quadro diviene rappresentazione senza veli, nella carnale violenza della realtà. Perciò i giornali dell’epoca si accanirono ferocemente contro il pittore.
Marie Duplessis, altrimenti nota come “la dame aux camélias” aveva ispirato a Dumas il celebre romanzo. L’opera, per il suo contenuto “indecente”, destò lo sdegno dei benpensanti, e fu oggetto di critiche spietate, in quanto storia struggente dell’amore tra Margherita Gautier, una cortigiana, abituata agli agi, ai gioielli e agli abiti sontuosi, e Armando Duval, rampollo di una nobile famiglia parigina. Impossibile, per i due, coronare il sogno di felicità: la distanza morale e sociale che li separa, ma soprattutto gli intrighi dei genitori del giovane, erigeranno ostacoli insormontabili e condurranno ad una tragica fine. Verdi, come ho detto, trasse spunto dal personaggio di Margherita Gautier per la Violetta della sua Traviata, rappresentata per la prima volta alla Fenice di Venezia nel 1853. Le date d’uscita di romanzo, dramma e melodramma confermerebbero la presenza di un’atmosfera fortemente sensibilizzata sul tema, causa della reazione al quadro di Manet, che dipinse l’Olympia nel 1863, due anni prima di esporla al pubblico. E' proprio la prostituta Olympia, l’antagonista di Margherita Gautier che Édouard Manet, spirito libero e anticonformista, che non rispettava le regole morali del secondo Impero che ritrae a seno scoperto con tanta indifferenza, con quel fiore arrogante che le orna i capelli corvini, il piede sinistro calzato da una vezzosa pantofola di raso e la mano impudica appoggiata sul ventre, e che non giustifica la propria nudità con un episodio mitico o storico. Non si nasconde agli sguardi, non arrossisce, ma non chiede nemmeno di sedurre. Esige soltanto di essere pagata.






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28 ottobre 2017

"COSE", COROLLARIO

La coscienza percepisce lo scorrere delle cose, ma è tutto un gioco interiore.
Siamo immersi nell’infinito, nella bellezza, nell’eternità. Il tempo ci ovatta.
Non sappiamo bene chi siamo e forse non lo sapremo mai.
O come disse mirabilmente Camus:
"l’unica creatura che si rifiuta di essere ciò che è".




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20 ottobre 2017

COSE

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.
E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?
Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti




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11 ottobre 2017

LA FILOSOFIA DEL RIFIUTO

"Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no. Non cedere alle lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra, perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo.
Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà un modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo."

da Diario degli errori  1967


Ennio Flaiano, autore poco considerato, penalizzato, vista la sua indipendenza di pensiero e di posizione ma spesso citato; scrittore molto legato alla concretezza professionale del proprio lavoro, è stato soprattutto recensore di teatro e di cinema (le sue recensioni sono bellissime), soggettista e sceneggiatore cinematografico. Il suo sguardo lucido e penetrante trova nelle forme brevi una misura congeniale e gli permette di fissare fulmineamente pensieri, persone, quadri sociali. Sono le lenti con cui fotografa in modo illuminante la società contemporanea.
Lo scopro in questi giorni e subito mi appassiono. 

Questo pezzo fa pensare...




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1 ottobre 2017

OTTOBRE


Edvard Munch - L'urlo - 1893


Il quadro più celebre di Munch ed in assoluto uno dei più famosi dell’espressionismo nordico ha uno spunto autobiografico.
Munch scrisse e dipinse L’urlo. Fu aggredito da voci, atterrito da colori che si rompevano nella mente e li raccontò con le parole, prima di affidarsi alla tela. In trenta righe, tra poesia e prosa, registra l’attacco profondo. Le ritroviamo nel volume "Edvard Munch, Frammenti sull’arte".
Scrive: “Una sera camminavo lungo un viottolo in collina nei pressi di Kristiania con due compagni. Era il periodo in cui la vita aveva ridotto a brandelli la mia anima. Il sole calava, si era immerso fiammeggiando sotto l’orizzonte. Sembrava una spada infuocata di sangue che tagliasse la volta celeste. Il cielo era di sangue sezionato in strisce di fuoco, le pareti rocciose infondevano un blu profondo al fiordo scolorandolo in azzurro freddo, giallo e rosso. Esplodeva il rosso sanguinante lungo il sentiero e il corrimano, mentre i miei amici assumevano un pallore luminescente. Ho avvertito un grande urlo, ho udito, realmente, un grande urlo, i colori della natura mandavano in pezzi le sue linee, le linee e i colori risuonavano vibrando, queste oscillazioni della vita non solo costringevano i miei occhi a oscillare, ma imprimevano altrettante oscillazioni alle orecchie, perché io realmente ho udito quell’urlo e poi ho dipinto il quadro L’urlo”.
Munch è un esponente di vertice dell’espressionismo. La realtà viene da lui potenziata. E questo potenziamento del sentire e del rappresentare il mondo attraverso forme sgradevoli, rispetto alla più diffusa concezione del bello, costituirà una linea portante del Novecento, sotto il profilo artistico.
Molto si è scritto a proposito di questo quadro, scomodando psicologia, filosofia, medicina, sociologia. Qui vorrei sottolineare un particolare meno noto. Alcuni astronomi hanno individuato la location del dipinto. In un articolo pubblicato sulla rivista "Sky and Telescope", il fisico astronomico Donald W. Olson e colleghi della Texas State University descrivono come hanno identificato la località che fa da sfondo al tormentato personaggio che grida sotto un cielo rosso sangue: si tratterebbe di una strada di Oslo che corrisponde perfettamente alla rappresentazione che Munch fa del porto della città e dell'isola di Hovedo. Secondo gli scienziati, Munch e alcuni amici probabilmente camminavano lungo la strada nel 1883. Lo studio dettagliato dei diari del pittore e la ricostruzione dei fenomeni celesti che possono aver creato il "cielo rosso sangue" hanno portato il team a propendere per l'eruzione del vulcano Krakatoa, il 27 agosto 1883. Il vulcano, pur molto lontano da Oslo, inviò una gran quantità di polveri e gas nell'atmosfera. I quotidiani norvegesi riferiscono di crepuscoli insolitamente rossi fra il novembre 1883 e il febbraio 1884. Si sono recati a Oslo, un tempo si chiamava Kristiania, e hanno individuato la strada che corrisponde esattamente al luogo dove Munch si deve essere trovato 120 anni or sono. L'artista probabilmente era rivolto verso sud-ovest: esattamente nella direzione dove nell'inverno del 1883-84 apparvero i tramonti di Krakatoa.




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1 settembre 2017

SETTEMBRE

Immagine correlata


Francisco Goya   -   1821

“Non ci sono regole in pittura”, scrisse Goya. Non ha titolo questo quadro. Viene detto "Il cane" ed è una delle tante storie enigmatiche della pittura. E' il muso di un cane, che affiora su un piano inclinato e si staglia contro uno spazio vuoto, color ocra chiaro. Nient' altro: il quadro è tutto qui. Eppure quel cane, confinato nella parte bassa del rettangolo, perso nell' immensità dorata che lo circonda e sembra sul punto di inghiottirlo, comunica una vertigine quasi metafisica. Non esiste paesaggio, né realtà riconoscibile. Nessun dettaglio, quasi un' astrazione. L' immagine cattura una porzione esigua del visibile. È impossibile dire cosa stia accadendo al cane o dove si trovi. Goya dipinse il Cane quando lasciò definitivamente Madrid e la corte dei Borboni che aveva servito per decenni, e si ritirò in una casa vicino al ponte di Segovia. La casa aveva un nome profetico: Quinta del Sordo, poiché sordo era il precedente proprietario. E sordo era anche Goya, da quasi trent' anni, in seguito a una malattia.
Goya vi si trasferì nel 1819, e quasi vi morì, perché fu colpito da un' altra gravissima malattia (immortalata nello scioccante Autoritratto col medico Arrieta ). Quando si riprese, dopo il 1820, decorò le pareti della casa con quattordici pitture murali, dipinte a olio sull' intonaco secco. Sono note come pinturas negras, sia perché prevale il colore nero, sia perché le immagini stesse hanno a che fare con la tenebra, la malinconia saturnina, il lato oscuro del mondo: processioni notturne, stregonerie, congiure, duelli mortali. Quelle pitture - giocate su registri che variano dalla satira all' allucinata poesia - Goya non intendeva venderle. Le dipinse per sé, ignorando il gusto della sua epoca, nella solitudine e nella libertà più totale. La sarabanda di figure inquietanti che evocò in un rito privato, quasi una cerimonia segreta di cui era sacerdote e destinatario, apre uno squarcio su ciò che sarebbe stata la storia dell' arte occidentale se i pittori avessero dipinto per sé e non per i committenti. Goya proiettò sulle pareti di casa sua una sorta di lanterna magica della psiche. Le immagini, ricche di riferimenti culturali, trasudano angosce personali e collettive e si offrono a molteplici interpretazioni. Ma qualunque cosa significassero per lui, Goya portò con sé la chiave per decifrarle. A tutt' oggi, restano un enigma.

fonte M. Mazzucco





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18 agosto 2017

LEZIONI DI POESIA

Le parole sono fatte di suoni. Se metto le parole in un certo ordine non emergono solo i significati che siamo abituati ad attribuire alle parole, ma anche i significati impliciti nella sonorità. I suoni sono vibrazioni, comunicano emozioni proprio in quanto suoni. Poiché la resa sonora di un verso è connessa all’ordine in cui le parole sono messe, non si può modificare l’ordine senza modificare anche il significato. La resa sonora è una valenza capitale della poesia.
Leopardi scrive: «Dolce e chiara è la notte e senza vento». Si possono trarre significati di vario tipo; ad esempio si può dedurre: se è dolce, vuol dire che sarà primavera; non può essere estate perché c’è troppo caldo, né inverno poiché fa freddo. Sarà primavera, maggio o aprile, massimo giugno. E poi è chiara, e quindi vuol dire che c’è la luna; e siccome è senza vento significherà che è calma, una notte primaverile pacata. Leggendo con più attenzione ci accorgiamo che Leopardi dice «Dolce e chiara è la notte» poi c’è come una pausa e aggiunge «e senza vento». Come mai c’è una pausa? Quel che viene dopo la pausa («senza vento») rivela di fronte alla notte un vuoto che mette sgomento. Lì c’è lo sgomento del poeta di fronte alla notte. Ecco che «Dolce e chiara è la notte e senza vento» non si esaurisce più in quei significati che abbiamo dato, ma c’è dell’altro: il rapporto intimo, preciso, del poeta rispetto alla notte e al vuoto, al senso di smarrimento che la notte gli dà. Si può poi notare che questo verso inizia e termina con il suono “o”, che la parola notte è esattamente al centro del verso, che siamo di fronte a vocali piane “e”, “a” , orizzontali, e con un’unica elevazione in quella “i” di “chiara” che è l’unico momento di chiarezza che lui vede, e le “o” sono di chiusura e apertura, e sono “o” chiuse, foneticamente intendo. È un verso che comprime tutta la sonorità verso l’interno, canalizzandola verso quella sonorità centrale che è la parola “notte”. Questo in poesia è normale.
È il nostro essere il nostro punto di riferimento, sia che noi lo si conosca che non lo si conosca, e in poesia è l’essere che determina la profondità dell’emozione. Il lasciar crescere dentro la parola fa emergere la parola già secondo un ordine, perché l’interiorità ha un ordine. Come dice Jung, nella profondità di noi, nel Sé, c’è un ordine che si rivela, ad esempio, nei sogni. Sembra che non abbiano senso, perché non hanno la logica del nostro “io” abituale, ma quella dell’essere. Allora, leggere i sogni consente di capire che ogni cosa è in relazione con le altre, che emergono dei significati non in base alla razionalità cui siamo abituati ma in base alla razionalità dell’essere che è dentro noi, e che nel sogno si esprime. Analogamente accade in poesia: tanto più noi abbiamo la forza e la capacità di entrare nel nostro essere profondo, tanto più saremo in grado di dire con forza, con profondità, con verità, la “nostra” verità naturalmente.

da una rilettura di Franco Loi "La poesia secondo me"









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8 agosto 2017

CINEMA E DIZIONARIO

                                                                                                   
Lyda Borelli è stata, con Francesca Bertini, una delle grandi attrici del primo Novecento. Oltre la Duse c’è lei, Lyda Borelli, la diva del cinema muto. Potenza drammatica, sentimenti esplosivi: il cinema muto. Nell’arte del silenzio fu altrettanto brillante che nell’arte della parola. Figlia d’arte, era nata a La Spezia il 22 marzo 1887. A 16 anni entrò nell’importante compagnia di Vittorio Talli e Irma Gramatica. Nel 1904 partecipò a un evento storico nel mondo teatrale: la prima de La figlia di Iorio di d’Annunzio. Un’attrice unica, tanto che lo stile dannunziano dei suoi atteggiamenti, da ruoli estremi allora scandalosi come quello di Salomè di Oscar Wilde che lei portò al trionfo dopo l’insuccesso iniziale, al tipo di abbigliamento con i monumentali cappelli, le valse perfino un neologismo: nel Dizionario moderno del Panzini, c’è il termine «borelleggiare». Colta e raffinata, Lyda si inserì nel mondo intellettuale, partecipò al Congresso Femminile di Cultura, parlava di Henry Bataille i cui personaggi passionali amava più di ogni altro. C’era Eleonora Duse, naturalmente. E c’era Francesca Bertini. E poi c’era lei, diva del cinema muto ma con la lingua molto tagliente, una delle grandi interpreti del primo Novecento, la donna che in scena indossò una jupe-culotte. Fu la prima a recitare senza gonna, in jupeculotte, il primo pantalone femminile, nel 1911, durante Il Marchese di Priola di Henri Lavedan al Teatro Politeama Nazionale di Firenze. Il pubblico accolse l’entrata della bella artista con un mormorio indefinibile. Tutto ciò perchè, cito dal dizionario: Jupe-culottes, le gonne-pantalone. Ideate nel 1911 le prime apparizioni le si devono a Parigi il 12 febbraio e il 13 marzo a Milano le prime impressioni furono tali da far fuggire le modelle. Si venne all'interrogazione del parlamento degli Stati Uniti ad opera di Max Lenedan dove espresse tutta la sua paura nel vedere le donne indossare dei pantaloni, si chiedevano multe e condanne a chi portasse tali sottane. La multa venne accolta e quantificata in 152 dollari ai mariti incapaci d'impedire alle moglie d'indossare la jupe-culotte, mentre alle imprese teatrali che ne prevedevano l'utilizzo alle loro attrici era previsto una severa multa ed in alternativa la reclusione a 5 giorni. In Italia la sua diffusione durò pochi mesi.
Dal 1° settembre al 15 novembre a Lyda Borelli sarà dedicata una mostra alla Fondazione Cini di Venezia. Un libro, una mostra e un film celebrano la donna che in scena rinunciò alla gonna per indossare una jupe-culotte.




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1 agosto 2017

AGOSTO

Risultati immagini per mona lisa isleworth
            Monna Lisa  -  Leonardo  -  1503  - 1516                             Monna Lisa Isleworth   -  1503

Secondo la biografia di Leonardo di Giorgio Vasari, Leonardo iniziò a dipingere la Monna Lisa nel 1503 ma la lasciò incompiuta. Tuttavia un quadro finito di una certa dama fiorentina ricomparve nel 1517 appena prima la morte di Leonardo nella sua collezione personale. Per oltre tre secoli il mondo dell'arte lo ha ignorato: l'opera di Leonardo conservata al Louvre sarebbe la copia di un originale conservato in Svizzera. Questo dipinto del XV secolo, conosciuto come Ritratto di Isleworth dal nome del quartiere londinese in cui lo custodiva il collezionista britannico Hugh Blaker e rimasto per 40 anni in un caveau svizzero è stato rivelato al pubblico nel settembre 2012. Di proprietà di un consorzio internazionale che lo ha acquistato nel 2003 dagli eredi di Elisabeth Meyer, la compagna del collezionista d'arte Henry Pulitzer, lontano cugino di Joseph Pulitzer, creatore del premio omonimo ha come soggetto una Monna Lisa molto simile, ma più giovane e più sorridente rispetto alla Gioconda del Louvre. Per la «Mona Lisa Fondation di Zurigo», la fondazione alla quale i proprietari hanno affidato il quadro perché venisse studiato, si tratterebbe della prima versione, abbozzata nel 1503 e rimasta incompiuta della celeberrima Monna Lisa di Leonardo. Presentata a Ginevra insieme a un libro di studi che ne sostiene l'attribuzione al genio toscano, eccola l'altra Gioconda da tempo battezzata la «Isleworth Mona Lisa».




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18 luglio 2017

NON PRIMA VISIONE

Protagonista di Lisbon Story di Wim Wenders, Friedrich è un inquieto regista. Tormentato da dubbi sullo statuto del linguaggio cinematografico, si rifugia a Lisbona. Ha un sogno: azzerare la storia del cinema, ritornando alla lezione di Dziga Vertov. Per reagire alla corruzione determinata dalla televisione e dalla pubblicità, Friedrich si dedica a un film impossibile. Addio regia, addio montaggio. Ricorre a uno stratagemma alla Man Ray: senza mai guardare nel mirino della cinepresa, prova a fermare sulla pellicola ciò che Lisbona involontariamente produce ogni attimo. La sua rivoluzione: "immagini non guardate, riprese alle spalle". Perché "un’immagine che non è stata vista non può svendere nulla, è pura, vera, meravigliosa, innocente". E tale resta finché non viene catturata.
Phillip Winter riceve una cartolina da Lisbona: l'amico regista Friedrich lo invita come tecnico della sonorizzazione per il suo film. Ma giunto in città non ha notizie dell'amico perso a raccogliere le sue immagini. Dopo qualche giorno passato nella sua casa, trova del materiale girato e inizia a lavorarci. Gira per la città a cercare suoni. E sul suono, il lavoro di Phillip, in un vortice metaforico-teorico pazzesco: musicare immagini girate "mute" con una vecchia cinepresa degli anni Venti. Phillip non si perde nel pasticcio teorico del suo amico regista e vagabonda per la città alla ricerca dei rumori "assenti" nelle immagini registrate da Friedrich. E nella splendida scena dell'incontro con i Madredeus che possiamo vedere la "lezione" del cineasta di Düsseldorf. La dolce melodia proviene da lontano e Phillip la insegue per i corridoi fino in una stanza spoglia, dove il gruppo sta suonando Guitarra. Winter la ascolta, affascinato. Splendidamente Wenders non taglia o dissolve la canzone, ma ce la restituisce nella sua interezza, meraviglioso atto di devozione e al contempo di rispetto per la musica, in un'epoca dove il frammento regna sovrano.
Tutto il film è costruito sull'assenza. Sull'assenza di Friedrich, su quella del suono nelle immagini da lui girate. «Io ascolto senza guardare e così vedo» scrive Pessoa e Wenders aggiunge: «Lo scopo di questo film è stato quello di dimostrare che i suoni aiutano a vedere le cose in modo diverso».



Per chi ama i libri e i film consiglio questo sito trovato casualmente per la citazione di Pessoa


LIBRINEIFILM


alcune fonti da Ilgiorno




permalink | inviato da ioJulia il 18/7/2017 alle 16:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

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