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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


23 ottobre 2019

PROVOCAZIONE





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10 ottobre 2019

IMPRESSIONISMO


Due date per ricordare un movimento effimero che non supero' i vent'anni che vanno dal Salon des Refuses, 1863, a la morte di Manet nel 1883.

E' la pittura dell'attimo fuggente ed e' la mia preferita. 


1863   Pissarro ha 33 anni, Manet ne ha 31, Degas 29, Cezanne e Sisley ne hanno 24, Monet  ne ha 23, Renoir, Bazille, Guillamin, Berthe Morisot ne hanno 22 e Gauguin e' quindicenne 

Napoleone III per accogliere le opere degli artisti rifiutate dall'Accademia di Belle Arti di Parigi organizza il Salon des Refuses. In questa occasione la Colazione sull'erba di Manet suscita scandalo.

Ingres dipinge Il bagno turco.

Costruzione della Gare du Nord a Parigi

Jules Verne pubblica Cinque settimane in pallone

Renan la Vita di Gesu'

Viene rappresentata Les Troyens di Hector Berlioz 

Il barone Haussmann intraprende i lavori di costruzione delle grandi arterie parigine

Manet sposa Suzanne Lenhoff con la quale conviveva da dieci anni

Muore Delacroix

Lincoln abolisce la schiavitu' negli Stati Uniti

A Ginevra sedici nazioni danno vita alla Croce Rossa Internazionale

Viene fondato il Politecnico di Milano


1883    Degas presenta Dopo il bagno

Sisley Sentiero a Louveciennes

Gauguin lascia la borsa per dedicarsi alla pittura

Monet si stabilisce a Giverny

Aprono il ponte di Brooklyn di Roebling e il Ponte di Garabit di Eiffel 

Huysmans pubblica L'Arte moderna

Nietzsche Cosi' parlo' Zarathustra

Collodi Pinocchio. Storia di un burattino

Stevenson L'isola del tesoro

Muoiono Manet, Karl Marx e Richard Wagner




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1 ottobre 2019

OTTOBRE





                                                                              Vincent van Gogh  -  Due donne nel bosco   -  1888      




Prima del suo trasferimento a Parigi nel 1886, quando fece irruzione nella sua vita lo sfolgorante giallo cromo con la scoperta dell'impressionismo (vedi AGOSTO ), la tavolozza di Vincent van Gogh era buia, giocata su colori terrosi, marroni, brunastri, neri, gialli acidi e sporchi. Una cupa monocromia prima di scoprire la luce della Provenza. Nell'estate del 1878, deciso a predicare la Bibbia, si mise in cammino alla volta delle miniere del Borinage. Prosegui' nelle brume e torbiere dei Paesi Bassi e comincio' a dipingere quadri che riflettono i colori smorti di questa campagna. Una sinfonia di bruni per raccontare la vita dei contadini, i loro casolari con tetti di paglia ricoperti di muschio e i pavimenti di terra battuta che a lui ricordavano i nidi di uccello. In questo periodo dipinse il capolavoro di quel periodo I mangiatori di patate

Non e' il van Gogh che tutti conosciamo e molto interessante...









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26 settembre 2019

SECONDA VISIONE






"Conoscete Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry? Wes Anderson è il piccolo principe fatto adulto". 

Chi conosce e ama i lavori di Wes Anderson non puo' non condividere la citazione di F. Murray Abraham, uno dei protagonisti del film Gran Budapest Hotel.

Film del 2014 che ha aperto la 64esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino e che si e' aggiudicato il Gran premio della giuria.

Ispirato alle opere di Stefan Zweig e' un libro nel film e anche un film nel film. 

Un intreccio di storie, racconti e aneddoti perfetto, articolato su piani temporali diversi, capace di far rivivere a chi assiste alla scena atmosfere e narrazioni passate e presenti. Una commedia rocambolesca e acrobatica, ricca di fughe e travestimenti, di personaggi variopinti, contraddittori o deliziosamente sinistri. 

Il primo e fondamentale insegnamento di questo film è che da un buon insegnamento deriva un buon apprendistato. Insegnare significa educare e l’educazione non è qualcosa che si impara sul momento e poi si dimentica come una brutta lezione di filosofia. Educare significa anche preparare una buona base per costituire il meglio. Umanità, civiltà, amicizia, fratellanza e dolcezza, sono le parole chiave portate a espressione magistrale in Grand Budapest Hotel. Un film che insegna a vivere e a con-vivere, cioè a vivere con sè stessi essendo amici di sè stessi, per usare un’espressione di Seneca, e al contempo ad essere amici degli altri.




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13 settembre 2019

Amo Mandel’štam



Dal gorgo malvagio e paludoso
sono cresciuto frusciando come stelo di canna
dolorosamente, oscuramente e dolcemente
respirando la vita proibita.
E mi piego, senza essere da alcuno osservato,
nel freddo e fangoso rifugio,
accolto dallo stormire augurale
dei brevi minuti autunnali.
Mi felicito della crudele offesa
e nella vita più simile ad un sogno
invidio tutti
e di nascosto mi innamoro di tutti.

da Tristia


Il valore esistenziale attribuito da Mandel’štam alla sua poesia spiega anche il suo atteggiamento nei confronti della propria opera. Alla preoccupazione della moglie Nadežda che le sue opere andassero perdute (lei stessa le avrebbe custodite, mandandole a memoria e serbandole a mente per anni, finché non fu possibile affidarle alla carta), rispondeva: «Le serberà la gente… Resteranno in eredità a chi le avrà serbate». «E se non le serberanno?». «Se non le serberanno, vuol dire che non servono a nessuno e non valgono nulla…».

«poesia, ispirazione. E, per la prima volta, il significato di questa parola gli si rivelò in tutta la sua pienezza. La poesia era la forza vivificante di cui lui viveva. Precisamente così. Lui non viveva per la poesia, viveva della poesia. E adesso era evidente, era chiaro in modo tangibile che proprio l’ispirazione era la vita; prima della morte gli era dato di comprendere che la vita era l’ispirazione, precisamente l’ispirazione. Ed era felice che gli fosse dato di conoscere quest’ultima verità. Ogni cosa, il mondo intero era poesia: il lavoro, lo scalpitio di un cavallo, una casa, un uccello, una roccia, l’amore – tutta la vita entrava con levità nei versi e vi si accomodava…» (V. Šalamov, Cherry-brandy).

Per approfondire:

Elisabetta Rasy, La scienza degli addii
Nadežda Mandel'štam, L'epoca e i lupi

Osip Mandel'štam Il rumore del tempo
Osip Mandel'štam Viaggio in Armenia
Osip Mandel'štam Poesie




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1 settembre 2019

SETTEMBRE

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                                                                               Ferdinand Hodler   -    Il prescelto     -  1893





Negli anni in cui Cezanne dipingeva la montagna Sainte Victoire, Hodler ritrasse decine di volte il massiccio della Jungfrau, vicino a Berna sua citta' natale. L'azzurra Jungfrau di Hodler, che domina uno spazio insieme fisico e mentale, avrebbe contagiato con la sua essenzialita' e purezza le visioni mediterranee di Matisse, la famosa macchia azzurra di Miro', le composizioni del Cavaliere azzurro di Kandinsky. Egli giunse alla conclusione che la forma vive attraverso il colore e defini' "parallelismo" il metodo della simmetrica ripetizione delle forme e dei colori. L’azzurro, ricorrente nei paesaggi lacustri e alpestri come pure nelle fluenti vesti delle figure femminili era il suo colore preferito. Colore che prevale in quasi tutte le sue mostre. Ho scelto questo perche' ho avuto l'occasione di vederlo personalmente di recente.

Per la Jungfrau e altre opere  QUI




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28 agosto 2019

RIVOLUZIONE

Con rivoluzione designiamo ormai qualsiasi mutamento sensibile delle nostre vite. Rivoluzioni accadono ogni giorno in ogni campo.

Re-volutio non e' un vocabolo del latino classico. Lo si trova in sant'Agostino col significato di reincarnazione, cioe' passaggio da una forma ad un 'altra. Nel latino classico esiste re-volvo che significa tornare al punto di partenza, usato in genere nell'ambito astronomico.

La rivoluzione politica, nell'ottica dei primi rivoluzionari francesi, e' quell'evento che porta ad un tempo originario della storia, quando il torto non esisteva ancora. E la rivoluzione francese, nel suo concetto mitizzante, non fa che liberare la societa' dalle ingiustizie che la nobilta' e il  clero hanno accumulato di secolo in secolo, e ripristinare uno stato di giustizia e  civilta' naturale.










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21 agosto 2019

INSONNIA

Maurice Ravel nacque a Ciboure, nei Bassi Pirenei, nel 1875. La Natura, questa madre capricciosa, gli diede il genio e gli tolse il sonno. Come per dimostrare che non c'e' corpo, nemmeno il piu' infelice, inadatto ad ospitare l'enormita' del talento, per lui aveva scelto quello angusto e cagionevole di un fringuello. Un metro e sessantun centimetri di statura, col che batteva per un soffio quel mago di Houdini. Quarantacinque chilogrammi di peso, col che superava da intero i miseri quarantadue della smembrata Blanche Wittman. Sessantasei centimetri di circonferenza toracica, che invano cercava di dissimulare sotto una delle sessanta camicie che stipava regolarmente nella valigia. Peritonite. Febbre spagnola. Bronchite cronica, che complico' fumando due pacchetti di Gauloises al giorno per battere il nuvoloso record di Blaise Cendrars.

Il genio, morto Debussy, ne fece il musicista piu' apprezzato del mondo insieme a Stravinskij. L'insonnia fu la sua croce. Non dormi' mai con qualcuno, donna o uomo, per alleviarla. Per ingannarla escogito' quattro rimedi, nessuno dei quali, disgraziatamente, sfugge a questa legge malinconica: che a tenerci svegli e' giusto il fatto di preparare il sonno.

Primo, inventare una storia e organizzarla. Secondo, cercare e cercare la posizione migliore. Terzo, imporsi una enunciazione: di pecore nel gregge, di letti in cui abbiamo dormito da bambini. Quarto, laudano, Veronal, Nembutal, bromuro di potassio, Prominai e Sorenyl - e in questo per lo meno eguaglio' l'obnubilato Roussel, francese e dandy come lui. Quinto, finire nel letto di una sala operatoria. A questo, che non era fra i suoi, dovette infine rassegnarsi. Il 18 dicembre del 1937 gli segarono la scatola cranica in cerca di un tumore, che non si trovo'. Ebbe un timido risveglio, poi si riaddormento'. 10 giorni dopo, all'alba del 28 era morto. Gli lavarono il  corpo, quel filo inconsistente che ci lega alla vita. Pescarono dal suo leggendario guardaroba un frac, una comicia col collo rigido ad aletta, un gilet bianco, un papillon bianco, un paio di guanti chiari, e lo vestirono piano piano, per non svegliarlo piu'. 


Da

Eugenio Baroncelli

"Libro di candele. 267 vite in due o tre pose"

Fulminanti ritratti di uomini noti e meno noti, poeti, musicisti, scrittori, comandanti, filosofi, profeti e re, astronomi e imperatori, storici e santi, eroi. Baroncelli riesce a cogliere il tratto essenziale delle loro esistenze, e in brevi schizzi ci restituisce vite vere e palpitanti.




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13 agosto 2019

THE MAN WHO SOLD THE WORLD

Il protagonista della storia ha perso il controllo verso la realtà. Questo individuo può essere chiunque di noi; noi che travolti dal frenetico andare dei tempi moderni celiamo, nascondiamo e trasformiamo il nostro essere, il nostro apparire e il nostro pensare. Chiunque abbia mentito a sé stesso, chiunque abbia tratto vantaggio dall’essere scambiato per qualcun altro, chiunque si sia creato un personaggio, un mondo a parte per ottenere successo, può essere considerato “the man who sold the world”. A perdere il controllo con la realtà si rischia seriamente di dimenticare chi siamo, di adattarci al costume che indossiamo solo perché la società ci conosce così e crediamo che solo vendendo il nostro mondo, il nostro modo di essere, potremmo essere accettati. Pensiamo sia questo l’unico modo per far parte della società che ci circonda.
Ecco di chi parla Bowie: di tutte le persone che, con lo scopo di ottenere qualcosa trasformano la propria verità e la propria vita nel teatrino di maschere che giornalmente vivono, minimizzando il proprio “io”, come una flebile fiamma da spegnere, un fastidio da eliminare. Ma è come nascondere la polvere sotto il tappeto: non esiste una via per cancellare quello che siamo, chi siamo.
Molti, però, preferiscono non vedere e continuano a vendere il mondo per conquistare l’amore, per avere successo nel lavoro, per essere sempre al top in una comunità che ci spinge ad essere e a fare sempre di più. Forse la canzone fu scritta per sé stesso anche se, come abbiamo visto all’inizio, Bowie cerca in tutti i modi di prendere le distanze da questa tipologia di individui… cerca di sottolineare che lui non è come tutti gli altri. Percepisce dentro di sé un Bowie diverso dalla maschera che tutti conoscono, diverso dalla rock star. Sotto la maschera che si è creato c’è il suo “io”, il suo mondo, quello vero. Nella canzone ci racconta proprio l’incontro con la parte di sé stesso che pensava essere morta da anni ma che fortunatamente non si è mai sopita del tutto.


fonte: Auralcrave





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1 agosto 2019

AGOSTO



                                                       Vincent Van Gogh - La casa gialla - 1888



Il giallo cromo, una base di cromato di piombo, è la firma pittorica che caratterizza i dipinti di Van Gogh. Dal 1880 divenne il suo colore preferito e dipinse, tra gli altri, una serie di ritratti di girasoli per decorare la sua casa gialla ad Arles, nel sud della Francia. Pare che andasse così pazzo per il giallo da arrivare a mangiare il colore direttamente dai tubetti nella convinzione che così avrebbe portato la felicità dentro di lui. Vincent non era una persona del tutto equilibrata e sembra che in parte le cause della sua instabilità fossero derivate da alcuni colori altamente tossici che utilizzava e dall'abuso di assenzio. Inoltre era affetto da xantopsia, una distorsione della percezione che gli faceva vedere il giallo al posto del bianco e questo spiegherebbe l’ossessione per il colore che caratterizzava i suoi quadri. Purtroppo oggi non percepiamo più i suoi gialli. Studi recenti hanno dimostrato che il tipo di tinta utilizzata è caratterizzata da una scarsa stabilità chimica e fotochimica che si manifesta nel tempo con un marcato imbrunimento del colore. Questo significa che il giallo utilizzato doveva essere molto più brillante quando fu steso sulla tela. Con il tempo, questo pigmento instabile è andato sbiadendo, e ha virato verso il marrone.

Per approfondire:

Giallo Van Gogh di Marianne Jeaglé. Ripercorre la storia degli ultimi due anni della vita di Vincent Van Gogh, concentrandosi soprattutto sulla sua morte. Ispirato alle scoperte degli storici Steven Naifeh e Gregory White Smith, il romanzo ipotizza che Van Gogh non avrebbe tentato il suicidio, come si crede comunemente, ma sarebbe stato ucciso per caso. Ciò che è notevole in questo libro è l’empatia dell’autrice nei confronti del suo protagonista. Van Gogh non è rappresentato come un modello, Van Gogh è quasi un antieroe, debole, sensibile, insoddisfatto.

E probabilmente questo è esattamente ciò Marianne Jaeglé ha voluto evidenziare, perché essere un artista non è esporre al Salone di Parigi, collezionare articoli su Mercure, avere una villa sulla rive del fiume Oise, andare in barca e ricevere amici a cui raccontare i propri successi. Essere un artista è cercare sempre e non essere soddisfatto mai.

Il film di Julian Schnabel: Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità, uscito a gennaio di quest'anno, racconta l’ultimo periodo di vita del pittore. Una citazione:

Il prete: "Credi che Dio ti abbia dato il dono della pittura perché tu viva in miseria?"

Vincent van Gogh: "Non l'ho mai vista in questo modo. Forse Dio mi fa dipingere per quelli che nasceranno."





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25 luglio 2019

SOLUZIONE

“Amami o odiami, entrambi sono in mio favore. Se mi ami sarò sempre nel tuo cuore. Se mi odi sarò sempre nella tua mente.”


Il Sogno d’una notte di mezz’estate è una meravigliosa fiaba, e come tale può essere letta, gustandone i molti momenti di poesia “pura”: i bellissimi notturni illuminati dalla luce della luna, le danze delle fate, le variazioni sul tema della natura dell’amore. E’ possibile anche abbandonarsi ad una lettura soggettiva, dato che ognuno di noi nella vita si è trovato coinvolto nella classica situazione “A ama B, ma B ama C”, con le relative varianti, e avrebbe dato chissà che per disporre del filtro fatato di Oberon per mettere le cose a posto.
Ma è anche un vero e proprio teorema sull’amore e sul nonsense della vita degli uomini che si rincorrono e che si affannano per amarsi, che si innamorano e si desiderano senza spiegazioni, che si incontrano per una serie di casualità di cui non sono padroni. Un gioco, a volte divertente a volte crudele, di specchi e di scatole cinesi che rivelano quanto la vita degli uomini sia soggetta a mutamenti inspiegabili e come il meccanismo del “teatro nel teatro” riveli la verità più profonda della vita. Gli uomini si affannano in un folle girotondo e nel frattempo le fate si burlano di loro per soddisfare i propri capricci: il dissidio tra Oberon e Titania, infatti, sconvolge la natura e le stagioni mentre un magico fiore rompe le dinamiche degli innamorati che si scambiano ruoli e amanti. In questo turbine di parallelismi e proiezioni si sviluppano le vicende del Sogno imbastito su tre piani, tre regni differenti ognuno dei quali è regolato da linguaggi e dinamiche specifiche. Il mondo delle fate è un mondo parallelo, mentre Oberon e Titania sono proiezioni Oberononiriche del duca d’Atene e della di lui futura sposa. Gli eterei sovrani però, sono più vivi degli uomini. La legge che li governa è la natura intesa come passione, sensualità e debolezza. Non sono astratti ed inconsistenti ma masticano piuttosto passioni e pensieri senza dubbio umani. Al contrario la razionalità e la legge dominano il mondo degli uomini. Quello degli artigiani rappresenta invece il mondo dell’arte che avvicina e mette in comunicazione gli altri due e si fa portatore di un legame indissolubile tra la vita reale e quella ideale. Uno spettacolo sul dissidio continuo e inevitabile tra ragione e istinto, tra apollineo e dionisiaco, tra il bello e il bestiale che vive in ognuno di noi e sulla riflessione quanto mai attuale di come nell’uomo questi due aspetti debbano necessariamente convivere.




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20 luglio 2019

GIOCO DEL SABATO



  






Il tempo di un week end per scoprire la citazione tratta da Sogno di una notte di mezza estate di

William Shakespeare




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1 luglio 2019

LUGLIO


                                                                           Yves Klein  -   Hiroshima    -    1961



In appena trentaquattro anni, tanto è durata la sua vita, e in soli sette anni di attività artistica, ha lasciato in eredità al mondo dell’arte oltre mille opere. Pur sperimentando la scultura, la pittura, la scrittura e pur essendo un grande appassionato di judo, il suo nome rimane legato a un colore: il blu.

“Essenziale, potenziale, spaziale, incommensurabile, vitale, statico, dinamico, assoluto, pneumatico, puro, prestigioso, meraviglioso, esasperante, instabile, esatto, sensibile, immateriale”. Così si espresse Yves Klein dopo aver creato il suo colore: International Klein Blue o meglio conosciuto come il blu Klein e siglato I. K. B.

“Sono giunto a dipingere il monocromo perché sempre di più davanti a un quadro, non importa se figurativo o non figurativo, provavo la sensazione che le linee e tutte le loro conseguenze, contorno, forme, prospettiva, componevano con molta precisione le sbarre della finestra di una prigione.”

Klein decide quindi di limitarsi a lavorare con un unico colore che di conseguenza avrebbe dovuto essere straordinario, intenso, evocativo. Sceglie il blu, o meglio, una particolarissima sfumatura di blu oltremare, che l'artista definisce "l'espressione più perfetta di blu. Il blu: la verità, la saggezza, la pace, la contemplazione, l’unificazione di cielo e mare, il colore dello spazio infinito, che essendo vasto, può contenere tutto. Il blu è l’invisibile che diventa visibile. Non ha dimensioni. E’ oltre le dimensioni di cui sono partecipi gli altri colori”.

E' impensabile poter riassumere in poche righe la vita, le idee e le opere, alcune antesignane come le Anthropométries, di questo artista. 

Per approfondire consiglio T. Gilabert, Blu K. Storia di un artista e del suo colore, Skira editore.




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1 giugno 2019

GIUGNO

                                     

Frederic Leighton  -  Flaming June  -  1895



Frederic Leighton, il più eccentrico dei preraffaelliti, che avvampò di arancione gran parte delle sue tele, dipinse Flaming June tra il 1894 e il 1895. Il ritratto passò di mano in mano fino al 1963, quando apparve nella vetrina di una galleria londinese in vendita per circa mille sterline. Il collezionista Luiss Ferré  lo vide e restò fulminato. Fu quell’arancione a conquistarlo. Ferré ne tradusse il titolo in Sol ardiente de junio e lo elesse a simbolo della sua intera collezione nel Museo de Arte de Ponce a Porto Rico dove si trova tutt'ora. 

La giovane donna che sembra immersa in un sonno profondo, lontana da questo mondo e priva di qualsiasi difesa è Dorothy Dane, forse amante del ricco Lord, ma su questo non ci sono testimonianze concrete. In ogni caso la sua bellezza conquistò il mondo tanto da permetterle, in seguito, di diventare un'attrice famosa, supportata all'inizio della carriera proprio da Leighton.

Dall’antichità alla fine del XIX secolo, un minerale vulcanico trovato nelle fumarole sulfuree era la principale fonte per la produzione di pigmento arancione.

L’orpimento (solfuro di arsenico) è un minerale altamente tossico, come è noto, è ricco di arsenico e “matura” in una varia tonalità di colori che vanno da un giallo miele ad un arancio intenso quando viene posto sul fuoco.

Convinti che potesse essere un ingrediente chiave nella creazione della pietra filosofale, per secoli gli alchimisti si esposero senza riserve al contatto con questa sostanza tossica.

E così anche gli artisti per i quali entrare nel mistero nascosto dell’arancione era flirtare, allo stesso tempo, con la morte e l’immortalità.





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21 maggio 2019

E per chi ama la fotografia

un'occasione direi unica: le due prime donne di Magnum sono protagoniste di altrettante retrospettive parallele in Italia: la Morath a Treviso, in Casa dei Carraresi, e la Arnold a Villa Bassi. Eve Arnold contende ad Inge Morath il primato di prima fotografa donna entrata a far parte della Magnum.

Serviva lo sguardo coraggioso di una donna per rompere il monopolio maschile dei giganti della Magnum e offrire un altro punto di vista per i ritratti e i grandi reportage che hanno fatto la storia del racconto per immagini. La mitica agenzia fotografica fondata a Parigi nel 1947 da Robert Capa e Henri Cartier Bresson, aprì nel 1951 le porte a Eve Arnold, prima donna a entrare nel cenacolo di maestri dello scatto. 

A far entrare Eve Arnold nella Magnum fu Cartier-Bresson, colpito dalle immagini di una sfilata di moda di modelle nere nel quartiere afroamericano di Harlem, bocciate per la pubblicazione in America perché ritenute troppo scandalose e poi uscite sulla rivista inglese Picture Post. Le donne viste da una donna sono state uno dei temi di spicco della grande artista. Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Joan Crawford sono tra le dive più famose della sua collezione. Poi furono le donne afghane ad occupare la scena per il progetto "Dietro al velo", sulla condizione femminile in Medio Oriente. A Long Island realizzò uno dei reportage più toccanti della sua carriera: "A baby's first five minutes", raccontando i primi cinque minuti di vita dei piccoli nati al Mother Hospital di Port Jefferson.  Fu sul set di "The Misfits", "Gli spostati", con Marylin Monroe e Clark Gable, con la regia John Houston e la sceneggiatura Arthur Miller, all' epoca marito della Monroe. E ancora realizzò un reportage su Malcom X, il leader radicale della protesta nera per poi dedicarsi alle stelle del cinema e ai grandi reportage in giro per il mondo, in particolare Afghanistan, Cina.

Inge Morath è la fotografa che scattò la foto di un lama dentro una macchina a New York. La moglie di Arthur Miller e madre della bellissima Rebecca, commediografa, regista. A sua volta moglie di Daniel Day Lewis. Intelligente, libera, cosmopolita, curiosa. Attraversa l’Europa, viaggia in Nord Africa e in Medio Oriente. Parla molte lingue, compreso il mandarino, appreso per ottenere il visto per visitare la Cina.

Anche lei approda a Reno, nel deserto del Nevada, sul set del film Gli spostati, film “maledetto” per molte ragioni. Fu l’ultimo lavoro di Marilyn Monroe. Clark Gable morì 12 giorni dopo la fine delle riprese e alcuni componenti della troupe si ammalarono per effetto delle radiazioni atomiche. Su quel set Inge conosce Arthur Miller, all’epoca sposato con Marilyn Monroe.Dopo il divorzio dalla diva, i due si sposeranno e rimarranno insieme per tutta la vita. 

Superlativi rimangono i suoi ritratti dei geni degli Anni 50/60. Harold Pinter, Anais Nin, Pablo Neruda, Doris Lessing, Pablo Picasso e Giacometti, per citare i più famosi.



Eve Arnold. All about women

Abano Terme, 17 maggio - 8dicembre


Inge Morath: la vita, la fotografia

Casa dei Carraresi, Treviso fino al 9 giugno


 





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