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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


1 febbraio 2017

FEBBRAIO

File:Henri Fantin-Latour - A Studio at Les Batignolles - Google Art Project.jpg

Henri Fantin-Latour  -  Studio a Batignolles   -  1870


Nel 1863 Edouard Manet presentò al Salon il suo quadro "Colazione sull'erba". La giuria lo rifiutò come fece, quell’anno, con altri trecento artisti. Era cominciata la grande rivoluzione dell'impressionismo.
Henri Fantin-Latour pur rifiutando il modo di fare arte degli impressionisti intrattiene stretti legami con le avanguardie dell'epoca, con Manet in particolare, e decide di esporsi nel modo a lui più congeniale dipingendo "Studio a Batignolles".
Batignolles era la zona in cui vivevano Manet e gran parte dei futuri impressionisti. Fantin-Latour raduna intorno a Manet, che assurge così al ruolo di caposcuola, giovani artisti dalle idee innovatrici: da sinistra a destra, sono riconoscibili Otto Schölderer, pittore tedesco trasferitosi in Francia per conoscere i seguaci di Courbet; Manet, lo sguardo penetrante, seduto di fronte al suo cavalletto; Auguste Renoir che indossa un cappello; Zacharie Astruc, seduto,  scultore critico d'arte e musicista; Emile Zola, portavoce di questo rinnovamento pittorico; Edmond Maître, musicista, collezionista d'arte e mecenate francese; Frédéric Bazille, di profilo, pittore che sarà ucciso qualche mese dopo, ad appena ventisei anni, durante la guerra del 1870; ed infine Claude Monet appena affacciato. I gesti sono misurati, gli abiti sobri, i visi quasi solenni: Fantin-Latour auspica che questi giovani artisti, a quei tempi oggetto di denigrazione, siano considerati come persone serie e rispettabili. In questo ritratto di gruppo esposto al Salon del 1870, ognuno sembra posare per i posteri. Il quadro rispecchia l'opinione che Zola ha di Manet: "Attorno alla figura di un pittore offeso dal pubblico si è creato un fronte comune di pittori e scrittori che lo considerano come un maestro".
Questo quadro si trova al Musée d'Orsay a Parigi come altri due dello stesso genere e altrettanto interessanti: " Omaggio a Delacroix" e "Gruppo di poeti riuniti intorno ad un tavolo".





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16 gennaio 2017

PENSIERO DELLA SERA

Cito dal libro di Bernard Berenson - Clotilde Marghieri "Lo specchio doppio"

... così che per sollevarti al disopra delle tue fatiche e traversie, riuscirai a crearti un'esistenza ideale, tanto ben radicata in te stessa da non sentire il bisogno degli altri, se non come un semplice condimento. Condimento, sì, perchè sono pochi, anzi pochissimi, quelli che per noi significano più che questo. In realtà, è poi un rischio mortale quello che corriamo quando siamo tentati di chiedere agli altri di essere il nostro nutrimento vitale, anzichè solo un condimento, o solo delle spezie.
Un rapporto che ci fa dipendere dagli altri è sempre febbrile, snervante, e quasi mai autentico...




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1 gennaio 2017

GENNAIO


Il mio occhio s’è fatto pittore ed ha tracciato
L’immagine tua bella sul quadro del mio cuore;
il mio corpo è cornice in cui è racchiusa,
Prospettica, eccellente arte pittorica,
Ché attraverso il pittore devi vederne l’arte
Per trovar dove sia la tua autentica immagine dipinta,
Custodita nella bottega del mio seno,
Che ha gli occhi tuoi per vetri alle finestre.
Vedi ora come gli occhi si aiutino a vicenda:
I miei hanno tracciato la tua figura e i tuoi
Son finestre al mio seno, per cui il Sole
Gode affacciarsi ad ammirare te.
Però all’arte dell’occhio manca la miglior grazia:
Ritrae quello che vede, ma non conosce il cuore.

William Shakespeare  Sonetto XXIV

Ut pictura poësis, un quadro è come una poesia.. Ma cosa vedo quando guardo un quadro, cosa mi racconta, cosa mi nasconde.. C'è una storia dietro ad ognuno che il calendario di quest'anno proverà a raccontare.




Renè Magritte  - La riproduzione vietata  -   1937


Il ritratto di Sir Edward James si trova al museo Boymans di Rotterdam e trattandosi di Magritte è meno inquietante notare che mentre il libro sulla mensola, "Le avventure di Gordon Pym" di Edgar Allan Poe, si riflette nello specchio non succede lo stesso con la figura dell'uomo di spalle.. Un ritratto senza volto... Forse una spiegazione ci viene dal sonetto di Shakespeare... Forse.
Edward James, che da molti era ritenuto il figlio illegittimo di Edoardo VII, aveva ereditato una fortuna dai genitori morti prematuramente e viveva nella tenuta di famiglia, West Dean House, un castello con più di 300 stanze nel Sussex. Si definiva "anarchico ma fedele alla corona britannica", era amico e mecenate nei tempi degli esordi di Picasso, Dalí ( che lo definì "l'unico autentico matto che conosco"!) dei più celebri surrealisti e dei più estremi dadaisti, frequentava Bunuel, Brecht e Huxley, dirigeva la leggendaria rivista "Minotaure". Molti di loro lo avevano immortalato in quadri oggi così famosi che nessuno si chiede quale sia il suo volto. 




Poi, nel 1945, si trasferì in Messico. E un giorno, in un luogo sperduto, nuotando in un torrente detto "delle sette pozze", rimase avvolto da uno sciame di farfalle. Lo interpretò come un segno del destino. Sarebbe rimasto lì, a Xilitla, oasi di giungla nel desertico San Luis Potosí, inseguendo il sogno di costruire quella che altri avrebbero chiamato "La Casa Infinita". Per quarant' anni ha diretto un esercito di muratori nella creazione di un delirio in cemento variopinto cercando l'armonia con la natura, mantenendo fede all'impegno di non tagliare un solo ramo e non recidere neppure un fiore. Archi orientali ricoperti di muschio, colonne rigonfie percorse da vertiginose scale a chiocciola che portano immancabilmente nel vuoto, gabbie aperte per animali che possono entrare e uscire a loro piacimento. Si è venduto tutto, compresi i dipinti più amati: Dalì, Picasso, Magritte. Il destino, che lo portò quaggiù, gli ha giocato uno scherzo crudele: è morto nel 1984 in Inghilterra, lontano dalla sua Xilitla, durante uno dei rari e fugaci viaggi, per vendere l'ultima tela di quella che fu una collezione invidiata nel mondo intero. Veleva pagare i muratori e continuare a sognare.
Tutto questo appartiene a un contadino indio, Plutarco Gastelum, che Edward conobbe quel giorno facendo il bagno nel torrente delle farfalle, e da allora rimasero amici per sempre, tanto da nominarlo unico erede. Erede del nulla architettonico proiettato nella giungla, mausoleo di fantasmi che si può solo attraversare e mai "vedere": non c'è punto da cui sia possibile ammirare le costruzioni da lontano, e capire dove sia l'inizio e la fine.





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25 dicembre 2016

BUON TUTTO




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17 dicembre 2016

IL NATALE CHE SI LEGGE

Natale pieno di speranze
Piccole donne di Louisa May Alcott

Nella grigia luce del mattino di Natale, la prima a svegliarsi fu Jo; rimase delusa nel vedere che non vi erano calze appese al camino ma, ricordandosi della promessa della mamma, cercò sotto il cuscino e ne trasse un libretto rilegato in rosso. Era la bellissima storia della vita del miglior Uomo che fosse vissuto; Jo la conosceva bene e sapeva che non poteva esistere un miglior libro-guida per un pellegrino in cammino. Con un allegro “Buon Natale” destò Meg e le ricordò di cercare sotto il cuscino. Anch’essa trovò un libro con la copertina verde e con alcune parole di dedica scritte dalla mamma. Questo, rendeva il dono ancor più prezioso. Poco dopo Beth ed Amy si svegliarono e, frugando sotto i guanciali, trovarono la prima un libro color cenere, la seconda uno color turchino. Le ragazze cominciarono a sfogliare i libri commentandoli, mentre il cielo si tingeva di rosa per il sorgere del sole.

Natale divertente e innevato
Emma di Jane Austen

“Tempo di Natale” commentò il reverendo. “Perfetto per la stagione. Dobbiamo considerarci fortunati che non abbia nevicato ieri, impedendoci la nostra riunione, cosa possibilissima se pensate che M Woodhouse sicuramente non sarebbe uscito di casa con tanta neve caduta; ma ormai non ha importanza. Non c’è stagione più propizia allo stare fra amici. A Natale tutti invitano gli amici a casa, e la gente non si preoccupa del tempo. Una volta per colpa della neve sono rimasto bloccato a casa di uamico per una settimana. È stato molto divertente. Dovevo starci una sera e sono riuscito a ripartire solo lo stesso giorno della settimana successiva.”

Natale povero
Natale a Regalpetra di Leonardo Sciascia

- Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.
Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.
I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale:
tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto :un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca:"La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".
Alcuni hanno scritto,senza consapevole amarezza, amarissime cose:
"Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa".
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre Pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
"La mattina del Santo Natale - scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto".
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
"E così ho passato il Santo Natale".

E poi  Sartre   Goethe   Pirandello





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1 dicembre 2016

DICEMBRE




Jeanne Hebuterne   - Self portrait   -   1916
  


La chiamavano Noix de coco, promettente allieva dell’Accadèmie Colarossi, pittrice sensibilissima e di eccezionale talento diventerà parte integrante del variegato mondo degli artisti di Montparnasse. Furono il pittore giapponese Léonard Foujita e lo scultore russo Chana Orloff a presentare a Jeanne Amedeo Modigliani nel marzo 1917. A dispetto dei genitori di lei, delle convenzioni sociali, della differenza di età e della malattia (Modigliani è già minato dalla tisi), la coppia va a vivere insieme, conduce una vita bohémienne, al limite della povertà, prima a Montparnasse, poi in Costa Azzurra, dove il pittore spera di riprendersi e dove Jeanne dà alla luce una bambina, poi di nuovo a Parigi dove le condizioni di salute del pittore peggiorano, mentre Jeanne è di nuovo incinta. Lei, sensibile artista, dipinge paesaggi e interni, lui la ritrae sempre più ispirato.
Di loro due insieme resta la descrizione dell’amico scultore Léon Indenbaum: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole, vera madonna accanto al suo dio…»
Nel gennaio del 1920 Modigliani si ammalò di polmonite; pochi giorni prima di morire svenne nello studio che divideva con Jeanne che gli restò accanto paralizzata dal dolore. Il giorno dopo la morte dell’artista, incinta di otto mesi, Jeanne si uccise lanciandosi da una finestra. Cinque anni più tardi il suo corpo fu rimosso dal cimitero di Bagneaux e fu sepolto in quello di Père Lachaise, accanto a Modigliani.

Da vedere il film "I colori dell'anima"
Da leggere "Modigliani" di Aldo Santini



In questo video scorrono i volti delle artiste che hanno dato vita a questo calendario e molte altre. L'ho trovato quasi commovente...






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22 novembre 2016

VIAGGIATORE DI ALCHIMIE

Così è stato definito Memmo Mancini il proprietario della storica Coloreria Ettore Poggi, dal nome di chi la rifondò nel 1825 sebbene esistesse già al tempo di Caravaggio, la bottega più antica di Roma. Perchè soltanto lui crea straordinarie misture di pigmenti che danno la possibilità ad ogni artista di rendere visibile, tangibile la propria creatività. In questo luogo alchemico sono passati tutti i grandi artisti del Novecento: Morandi e de Chirico, Balthus e Dalí, Capogrossi e Turcato, Cy Twombly e Andy Warhol, Franco Angeli e Mario Schifano, Folon e Guttuso. E poi ancora: Rauschenberg e Jim Dine, Edith Schloss e Beverly Pepper, Toti Scialoja e Titina Maselli, Enrico Castellani e Tano Festa…
Cominciò come garzone di bottega nel 1959, conobbe subito Guttuso che a sua volta gli presentò Balthus, l'allora direttore dell'Accademia di Francia, e con lui arrivarono le prime strane richieste. Balthus chiedeva la fritta di Alessandria, chiamata anche blu egiziano, che esisteva già nel terzo millennio avanti Cristo. La dose corretta dei suoi ingredienti si era persa al tempo dei Romani e per secoli i ricercatori hanno tentato di riprodurre la ricetta con scarsi successi. Oggi il colore che più si avvicina alla fritta è il blu Ercolano. Poi ci fu il bruno di mummia e Memmo trovò in un vecchio libro sui pigmenti che si trattava di una sostanza scura risalente all'Ottocento ottenuta macinando i resti di antichi defunti egizi e le resine che li ricoprivano, e impastandoli con l’olio di lino. Molto amato dai pittori inglesi di epoca vittoriana, fu usato anche da Alma-Tadema, che inorridì quando ne individuò l’origine e insieme a Edward Burne-Jones seppellì in giardino il tubetto con il pigmento. Il bruno di mummia attuale è composto di bitume giudaico e argilla ed è usato ampiamente da Balthus per dipingere le gore di buio da cui emergono le sue fanciulle perverse.
C’erano pittori che cercavano il bianco di ossa e di marmo, il bianco d’uovo, la malta romana, l’impasto che gli antichi facevano per tenere su i muri e Michelangelo ricreò per l’intonaco della Sistina. De Chirico acquistava i pigmenti già macinati, che impastava da solo con olio di papavero e ditargilio, un essiccante in polvere. Chiedeva il giallo indiano, un pigmento antico che in origine veniva dall’India, composto di terra bagnata con l’urina delle vacche nutrite con foglie di mango. Salvador Dalí incaricava Memmo degli impasti, ma dovevano esser fatti con essenza di lavanda. Giorgio Morandi ordinava i pennelli di puzzola, corti e piatti, il rosso di robbia, la terra di Siena bruciata, il bianco d’argento e grandi quantità di terra d’ombra naturale che mescolava al verde smeraldo, al cobalto azzurro, al blu d’oltremare, alla lacca di garanza, per smorzarne le tonalità brillanti. La terra d’ombra aveva la stessa funzione della polvere che l’artista lasciava depositare sulle sue composizioni di vasi e bottiglie per appannarle.
Fino ad arrivare a Mario Schifano che amava gli smalti francesi come quelli che usava Picasso a cui aggiunse la richiesta di smalti industriali usati dai carrozzieri: rosso Guzzi, rosso Gilera, verde Vittoria, blu Fiat, così perfetti che con gli stessi smalti in bombolette spray preparava i velatini per Franco Angeli...


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16 novembre 2016

PENSIERO DEL GIORNO

Che cosa c'è di più drammatico dello spettacolo che abbiamo visto ripetersi tante volte e che vedremo senza dubbio ancora per molto - il giudizio popolare che mette alla prova nelle varie cariche i candidati eletti - tenendosi in disparte, per così dire, e osservandoli per un poco nelle loro azioni per dar poi invariabilmente, alla fine, la giusta, l'esatta ricompensa loro dovuta? Dopo tutto io credo che la parte più sublime della storia politica, il suo culmine, attualmente è fornita proprio dal popolo .... Non conosco nulla di più grande, né migliore esercizio, né migliore digestione, né più positiva prova del passato, risultato trionfante della fede nell'umanità, di una ben combattuta elezione...

Walt Whitman




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8 novembre 2016

FRANTZ




La vicenda complessa, e per certi versi inverosimile, della tedesca Anna e del francese Adrien evoca problematiche che superano l’analisi dei crimini del XX secolo per far emergere elementi che accompagnano la storia dell’umanità da sempre. L’insensatezza della guerra, l’orrore della violenza, il distacco tra la gente comune e le tragiche decisioni dei governi, la fragilità delle giovani generazioni mandate a morire forse per nulla, l’angoscia collettiva generata dalle prospettive esistenziali negate, il valore dei sentimenti individuali sempre messo in secondo piano rispetto al presunto bene supremo di uno Stato. E, infine, la sostanziale e glaciale lontananza della “Patria” dal destino insignificante dei singoli.
Anna, giovane tedesca in lutto per la morte al fronte dell’amato Frantz, e Adrien, ex soldato francese tornato dalla guerra in una condizione psicologica molto precaria, intrecciano contro tutti e contro tutto le loro esistenze. Potrebbero odiarsi con tutte le loro forze e invece iniziano a conoscersi, a cercarsi, a frequentarsi tentando di recuperare quella purezza dei sentimenti che il conflitto mondiale aveva cancellato dalla faccia della Terra.
La possibile relazione tra i due personaggi è appena accennata, perché di fatto impossibile.
Sullo sfondo aleggia il fantasma della millenaria follia umana che attraversa anarchicamente e brutalmente la Storia, follia a cui Anna e Adrien vorrebbero sottrarsi. Cosa che non avranno la forza di fare fino in fondo. Infine, neanche le bugie di Anna, riferite per proteggere i genitori di Frantz da una terribile verità, bugie usate come amorevoli carezze ricolme di tenerezza e rispetto, serviranno purtroppo a proteggere il mondo dalla sua tendenza autodistruttiva.
Molto sensibile nel raffigurare l'animo femminile, fine e tragico, dal tono letterario quasi ottocentesco.





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1 novembre 2016

NOVEMBRE

Werefkin, Marianne von - Selfportrait I - Google Art Project.jpg

Marianne von Werefkin    -    Self portrait   -   1910



«Se c’è una cosa di cui sono sempre andata fiera è la mia intelligenza. Mi ha regalato gioie indescrivibili».
Marianna Wladimirowna Verevkina era nata a Tula, nella Russia zarista. Il padre era un generale la madre era pittrice e la famiglia, oltre che ricca, era votata alla cultura. Marianne crebbe dunque negli agi e nel rispetto della sua vocazione. Nel 1880 andò a studiare da Ilya Repin, celebre pittore realista russo, talento precocissimo si era già guadagnata il soprannome di Rembrandt russa, “la Velásquez”, “la Zurbáran”.
Poi, a 28 anni, nel 1888, si sparò accidentalmente a una mano durante una partita di caccia. L’incidente la danneggiò in modo irreversibile. Non per questo rinunciò a dipingere. Semplicemente cambiò tecnica. E con la tecnica, il modo di concepire la pittura. Si avvicinò alle avanguardie, comprese, tra i primi, la forza di Edvard Munch e dell’espressionismo. Benché colta, intelligente, decisa a seguire la sua strada fino in fondo, fu perseguitata per anni dalla convinzione che una donna, da sola, non potesse concepire qualcosa di grande e di creativo. Sosteneva: «Credevo che una donna da sola non potesse farcela. Mi dicevo: sono una donna, sono priva di ogni capacità di creare. Sono in grado di capire tutto e non so creare niente… Mi mancano le parole per esprimere il mio ideale. Cerco l’essere umano, l’uomo che possa dare forma a questo ideale». Nel 1892 conobbe Alexej von Jawlensky, un ex ufficiale russo naturalizzato tedesco che voleva abbandonare la carriera militare per fare il pittore. Di lui Marianne divenne pigmalione e mecenate, con lui Marianne si trasferì a Monaco di Baviera, a Schwabing, il quartiere degli artisti. La sua modernissima casa divenne presto il riferimento della Monaco creativa di quegli anni. Vi si incontravano pittori, scrittori, rivoluzionari, dandy, musicisti e filosofi. Convinta di dover coltivare soltanto il genio del suo più pigro compagno, lavorò di nascosto pur di promuovere la sua ispirazione in pubblico. Solo più tardi avrebbe compreso l’errore: «Lui non mi capiva», avrebbe scritto nelle sue Lettres à un Inconnu. Marianne riprese a dipingere ufficialmente nel 1905. Nel 1907 realizzò le sue prime opere espressioniste. Nel 1909, con Jawlensky, aderì alla Nuova associazione degli Artisti di Monaco e, nel 1911, al gruppo Der Blaue Reiter, fondato da Vasilij Kandinskij, Franz Marc e Gabriele Münter. Di Kandinskij e della Münter fu amica, ispiratrice e consigliera. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale si trasferì ad Ascona, in Svizzera: fu una vera e propria fuga. E in parte una beffa: la Germania l’aveva espulsa perché cittadina russa. Con la rivoluzione sovietica perse sia i beni sia la cittadinanza. E dovette arrangiarsi disegnando manifesti pubblicitari per procurarsi da vivere.
Ma a causarle il più grande dolore fu proprio Jawlensky che cominciò subito a tradirla. Per tutta la vita si sarebbe fatto mantenere da donne che l’adoravano.
Ormai sola, nel 1924, Marianne fondò, ad Ascona, il gruppo Grosser Baer, Orsa Maggiore. Passò gli ultimi anni in solitudine: in paese era al tempo stesso venerata come artista e considerata una vecchina bizzarra.
Alla fine aveva compreso la totale autonomia creativa di una donna. Chiudendo le Lettres, scrisse finalmente: «Sono più che mai un’artista. La mia arte, che avevo deposto per amore e rispetto, ritorna a me più grande che mai».
Di Alexej aveva alla fine scritto: «Chi eri dunque? Un’apparenza che ho adornato di penne di pavone». Però forse, nei suoi confronti, il vero ingrato fu Kandinskij. Le doveva moltissimo e non lo ammise mai pubblicamente.


Una tela della Werefkin è esposta a Brescia  presso la mostra Dada 1916. La nascita dell'Antiarte.

http://www.bresciamusei.com/pag.asp?n=43&t=Mostre+in+corso




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30 ottobre 2016

ERIK SATIE E LA POESIA CONTEMPORANEA



.....
Bellezza, sufficiente bellezza, bellezza estrema
Delle stelle senza significato, senza movimento.
A poppa sta il nocchiero, più grande del mondo,
Più nero, ma di un’opacità fosforescente.
Il lieve sciacquio dell’acqua appena agitata,
Si fa presto silenzio. E non sappiamo ancora
Se è un nuovo lido, o lo stesso mondo
Che nelle pieghe febbrili del letto terrestre,
Questa sabbia che sentiamo stridere sotto la prua.
Non sappiamo se approdiamo a un’altra terra,
Non sappiamo se mani non si tendano
Dal grembo dell’ignoto accogliente per afferrare
La corda che lanciamo, dalla nostra notte.
E domani, al risveglio,
Forse le nostre vite saranno più fiduciose
In cui voci e ombre indugeranno,
Ma distolte, calme, disattente,
Senza guerra, senza rimprovero, mentre
Il bambino accanto a noi, sul sentiero,
Scuoterà ridendo la sua testa immensa,
Guardandoci con la goffaggine
Della mente che riprende alla sua origine
Il suo compito di luce nell’enigma.
Sa ancora ridere,
Ha afferrato nel cielo un grappolo troppo greve,
Lo vediamo portarlo via nella notte.
Il vendemmiatore, colui che forse coglie
Altri grappoli lassù nell’avvenire,
Lo guarda passare, benché senza volto.
Affidiamolo alla benevolenza della sera d’estate,
Addormentiamoci…
… La voce che ascolto si perde,
Il rumore di fondo che è nella notte la copre.
Le assi della prua, incurvate
Per dar forma alla mente sotto il peso
Dell’ignoto, dell’impensabile, si allentano.
Che mi dicono questi scricchiolii, che spezzano
I pensieri attestati dalla speranza?
Ma il sonno si fa indifferenza.
Le sue luci, le sue ombre: più nient’altro che
Un’onda che s’infrange sul desiderio.
E potrei
Fra poco, al sussulto del brusco risveglio,
Dire o tentare di dire il tumulto
Degli artigli e delle risa che si scontrano
Con l’avidità senza gioia delle vite primarie
Al bordo sconnesso della parola.
Potrei gridare che ovunque sulla terra
Ingiustizia e sciagura devastano il senso
Che la mente ha sognato di dare al mondo,
Insomma, ricordarmi di ciò che è,
Non essere che la lucidità che dispera
E, benché sia ritorta
Ai rami del giardino di Armida la chimera
Che inganna la ragione quanto il sogno,
Abbandonare le parole a chi cancella,
Prosa, per evidenza della materia,
L’offerta della bellezza nella verità,
Ma mi sembra anche che non sia reale
Che la voce che spera, fosse essa
Inconsapevole delle leggi che la negano.
Reale, solo, il fremito della mano che tocca
La promessa di un’altra, reali, sole,
Queste barriere che spingiamo nella penombra,
Quando si fa sera, di un sentiero di ritorno.
So tutto quello che occorre cancellare dal libro,
Una parola comunque resta a bruciarmi le labbra.
O poesia,
Non posso impedirmi di chiamarti
Con il tuo nome che non si ama più tra quelli che errano
Oggi tra le rovine della parola.
Oso rivolgermi a te, direttamente,
Come nell’eloquenza delle epoche
In cui si ponevano, alla vigilia dei giorni di festa,
In cima alle colonne dei saloni,
Ghirlande di foglie e di frutti.
Lo faccio, confidando che la memoria,
Insegnando le sue parole semplici a quelli che cercano
Di far essere il senso malgrado l’enigma,
Farà decifrare loro, sulle sue grandi pagine,
Il tuo nome uno e molteplice, in cui arderanno
In silenzio, un fuoco chiaro,
I sarmenti dei loro dubbi e delle loro paure.
«Guardate, lei dirà, nel solo libro
Che si scriva attraverso i secoli, vedete crescere
I segni nelle immagini. E le montagne
Inazzurrarsi in lontananza, per essere a voi terra.
Ascoltate la musica che delucida
Con il flauto sapiente alla vetta delle cose
Il suono del colore in ciò che è.»
O poesia,
Io so che ti disprezzano e ti negano,
Che ti considerano un teatro, perfino una menzogna,
Che ti gravano delle colpe del linguaggio,
Che dicono infetta l’acqua che tu porti
A quelli che tuttavia desiderano bere
E delusi si allontanano, verso la morte.
Ed è vero che la notte gonfia le parole,
Venti girano le loro pagine, fuochi sfiancano
Le loro bestie atterrite fin sotto ai nostri passi.
Abbiamo creduto che ci avrebbe condotto lontano
Il sentiero che si perde nell’evidenza,
No, le immagini cozzano contro l’acqua che sale,
La loro sintassi è incoerenza, cenere,
E presto nemmeno vi sono più immagini,
Più libro, più grande corpo caloroso del mondo
Che stringa le braccia del nostro desiderio.
Ma so comunque che non esiste altra stella
Che si muova, misteriosamente, auguralmente,
Nel cielo illusorio degli astri fissi,
Se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre
Si raggruppano a prua, e perfino cantano
Come un tempo quelli che arrivavano, quando s’ingrandiva
Davanti a loro, alla fine del lungo viaggio,
La terra nella schiuma, e brillava il faro.
E se rimane
Altro che un vento, uno scoglio, un mare,
Io so che tu sarai, anche di notte,
L’àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia,
E la legna raccolta, e la scintilla
Sotto i rami umidi, e, nell’inquieta
Attesa della fiamma che esita,
La prima parola dopo il lungo silenzio,
Il primo fuoco che prenda in fondo al mondo morto.

Nell’inganno delle parole – Yves Bonnefoy




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1 ottobre 2016

OTTOBRE


Elin Danielson-Gambogi - Self Portrait  -  1890


Nata nel 1861 a Norrmark, un piccolo villaggio della Finlandia, Elin Danielson, dopo un periodo di formazione artistica ad Helsinki, ottenne delle borse di studio che le consentirono di recarsi a Parigi e perfezionare i propri studi. Giunse in seguito a Firenze, dove conobbe il pittore Raffaello Gambogi, di tredici anni più giovane, allievo di Giovanni Fattori e di Angiolo Tommasi, che sposerà nel 1898. Nel 1905 i Gambogi prendono la decisione di trasferirsi a Volterra per tentare di riparare al sempre più grave stato mentale del livornese che viene curato nel nosocomio diretto dallo psichiatra Luigi Scabia. Fino alla fine del primo decennio del secolo i due artisti risiedono a Volterra, sono anni di solitudine, difficili e tormentati, vissuti sempre all’ombra della miseria, nei quali tuttavia continuano entrambi a dipingere, ed assai verosimilmente è proprio l’arte, col suo potere taumaturgico, a porre un freno all’affanno del loro vivere inquieto. I due artisti spesso dipingevano i medesimi soggetti e nello stesso stile; la ricchezza della gamma cromatica utilizzata da Gambogi influì sulle opere della Danielson rendendo i suoi dipinti più vivaci. Entrambi parteciparono a varie mostre in Finlandia ed in Italia. La Danielson fu la prima pittrice finlandese a partecipare alla Biennale di Venezia.
Colpita da una micidiale polmonite, Elin muore il 31 Dicembre 1919.





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27 settembre 2016

HER


La notte degli Oscar 2014 Her, di Spike Jonze, ha vinto la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. Her ha come attori protagonisti Joacquin Phoenix, Amy Adams e la voce di Scarlett Johansson. Il film parte da un unknown space. La vita, l’esistenza, i pensieri, i conflitti hanno origine in uno spazio sconosciuto e anonimo, senza connotazioni, che lentamente deve prendere forma, dimensione e significatività dalle esperienze della vita. Questo è anche lo spazio in cui si muove il protagonista di Her, Theodore, su cui il regista presenta come immagine iniziale un primo piano di trenta secondi. Tutto il film, in fondo, sarà un primo piano sul suo stare o meglio non saper stare nell’esistenza reale.
Her muove i suoi passi da lontano, il riferimento principe è l’HAL 9000 di kubrickiana memoria: la letteratura e il cinema hanno spesso ragionato sulle possibilità di una perdita di controllo da parte dell’uomo nei confronti delle sue stesse creazioni. Per non parlare della questione relativa al “sentire” delle intelligenze artificiali. Spike Jonze parte da lì, certo, ma finisce per affrontare il discorso in maniera nuova: fantascienza e filosofia vanno di pari passo, fisica e bioetica si mischiano, ma quello che conta, quello che davvero interessa lo sceneggiatore e regista statunitense è l’aspetto umano dell’amore. Una “follia socialmente accettabile” da una società popolata da individui asociali: asettica e spettrale, silenziosa e abbandonata dal caos, Los Angeles è sempre popolatissima ma di persone che sui marciapiedi, in metro, al mare parlano da sole.
Di questo film ho amato la fotografia, la scenografia dominata da colori caldi e pastellati, la musica di Karen O e degli Arcade Fire e Phoenix di impareggiabile bravura.
La versione originale è decisamente migliore, come al solito, anche perchè la doppiatrice italiana, Micaela Ramazzotti, sembra più che altro leggere il copione, in modo quasi infantile.
Non credo sia un film romantico, al contrario, di rara desolazione.

"Il passato è solo una storia che raccontiamo a noi stessi."

"Io dico che chiunque si innamori è un disperato. Innamorarsi è una pazzia, è come se fosse una forma di follia socialmente accettabile."





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12 settembre 2016

POSTILLA

Boris Pasternak è conosciuto dai lettori italiani quasi esclusivamente per il suo unico romanzo, Il dottor Živago. Ma Pasternak è stato anche e soprattutto un poeta. Uno dei più importanti del Novecento non soltanto russo. Al Pasternak poeta, e più in particolare al poeta d’amore, è dedicata ora un’antologia uscita a cura di Marilena Rea per l’editore Passigli,  Anch’io ho conosciuto l’amore. Poesie 1913-1956. 

Si tratta dell’amore, dunque, probabilmente il più inevitabile ma anche il più arduo dei temi che sia dato affrontare in poesia. Antiche infatti quanto l’uomo sono sia il sentimento sia le parole più semplici e dirette chiamate a significarlo. Ma per questo anche difficili, più di altre a rischio di consunzione, appiattimento, grigiore, banalità. Da vero poeta Pasternak si mostra consapevole di tutto questo. Il poeta riconosce appieno la difficoltà e quasi l’impossibilità di rispecchiare l’uno nell’altra, di affermare la vitalità dell’amore attraverso la vitalità della parola. Si tratta in ogni caso di una lotta contro la ripetizione, il conformismo (il «comfort»), l’uniformità, il perbenismo e l’ipocrisia dei costumi. Al riguardo si può trovare anche un componimento che vale come un autentico manifesto degli intendimenti esistenziali e poetici che presiedono a queste poesie. Eccone la quartina iniziale: «Amore mio – che impressione! Quando ama un poeta/ è un dio disadattato che s’innamora./ E il caos torna a strisciare nel mondo/ come ai tempi della genesi». 
Il «caos della natura», così viene chiamato. Ed è lì che il poeta innamorato guarda, è da quella forza primaria che attinge la sua parola. Pasternak, il Pasternak delle poesie d’amore è non a caso un poeta della natura. In queste poesie dire l’amore e dire la natura è la stessa cosa. Non si trova in pratica una formulazione che non sia legata alle piante, ai fiori, agli elementi, all’atmosfera, alla notte, al gelo, alle stelle, ai risvegli nelle fredde primavere russe. Il linguaggio e le metafore della natura, le immagini dell’energia intrinseca alla vita stessa, sono qui, alla lettera, il linguaggio dell’amore e della sua poesia: «E i giardini, gli acquitrini, i recinti,/ e il cosmo che ribolle di bianche/ grida — sono solo gradi della passione,/ accumulata nel cuore di un uomo».

da La lettura




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1 settembre 2016

SETTEMBRE


Paula Modersohn Becker - Self Portrait - 1897

Nel 1907, lo stesso anno in cui Picasso dipingeva Les demoiselles d’Avignon, moriva a trentun anni Paula Modersohn Becker. La pittrice tedesca lasciava una produzione assai vasta di opere estremamente innovative; nel suo percorso aveva esplorato le fonti più varie: dalla scultura gotica a quella di Rodin; dal Rinascimento italiano al barocco fiammingo e spagnolo; dalla pittura giapponese agli impressionisti ai postimpressionisti, concentrandosi particolarmente intorno all’arte primitiva. Tra il 1896 e il 1898 Paula frequentò la scuola per donne artiste a Berlino, conobbe Otto Modersohn, che sposò un anno dopo. Ma la vita matrimoniale non riusciva a conciliarsi con la libertà artistica di Paula, che interruppe la convivenza e si stabilì a Parigi, per seguire lezioni di anatomia e visitare gallerie e musei.
Nel frattempo il marito insisteva per una riconciliazione; la pittrice si incontrò con lui a più riprese, accettando infine il rientro in famiglia e avviando una gravidanza, da sempre fortemente desiderata. L’attesa però ebbe un decorso difficile, che quasi non permise a Paula di dipingere. Subito dopo la nascita della figlia, nel 1907, l’artista morì per complicazioni cardiopolmonari. Nel corso di questo breve tempo aveva prodotto circa 1400 lavori, tra disegni ed opere concluse; uno solo trovò acquirente mentre lei era in vita. Proprio ieri si è conclusa al Museo d'Arte Moderna di Parigi la prima monografia in Francia di Paula Modersohn-Becker una delle figure principali d'avanguardia in Germania che sviluppò uno stile originale e identificativo, caratterizzato da una grande forza di espressione in colori ma anche da un'estrema sensibilità nel trattamento dei soggetti, che hanno spesso confuso i suoi contemporanei.

Grazie a Gabriella che me l'ha fatta conoscere




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