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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
www.flickr.com

*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


1 gennaio 2019

GENNAIO

Quando scopri' la passione per i colori Matisse aveva gia' compiuto vent'anni. Costretto a letto per quasi un anno aveva ricevuto dalla madre una scatola di colori per passare il tempo ma in quei colori scopri' "una specie di paradiso". Yves Klein considerava i colori "individui molto evoluti che si integrano con tutto il resto del mondo" mentre van Gogh, ossessionato dal giallo, nell'ultimo periodo della sua vita provo' a mangiarlo direttamente dal tubetto, convinto che assimilando quell'impasto luminoso avrebbe trovato la felicita'.

C'e' un legame particolare tra gli artisti e il colore, per alcuni e' quasi un feticcio..





Gustav Klimt   -  Ritratto di Adele Bloch Bauer          




Fu a Ravenna che Gustav Klimt si converti' all'oro. Visito' nel 1903 i mosaici bizantini e decise di avvolgere le sue modelle in una luminosita' sfolgorante. Accese con intarsi di oro e argento le pergamene dipinte a olio e tempera. Oro vero, in foglia. Oro brunito. Con questa alternanza di opaco - brillante modulo' il rapporto tra le parti piatte e le parti plastiche. E le belle e ricche signore viennesi corsero da lui a farsi ritrarre immmerse in questa luce preziosa. Tutte eleganti, mondane, fragili. Negli anni in cui nasceva la psicoanalisi, Klimt aveva dipinto, sotto la doratura, la potenza della nevrosi.




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24 dicembre 2018

HAVE YOURSELF A MERRY LITTLE CHRISTMAS

                                                           




Buon tutto a tutti     




PS
Da mesi il cannocchiale non permette più i commenti, ora nemmeno i video e solo oggi è possibile pubblicare il post di Natale. Che dire...
Si continua così per rispetto di tutti quelli che sono passati e passano di qua e per la passione che è stata messa i queste pagine negli anni






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16 dicembre 2018

ARTICOLO DEL GIORNO

Fa impressione che un libro come L’impero del bene del critico letterario francese Philippe Muray sia stato scritto nel 1991. E non stupisce che venga riproposto un quarto di secolo dopo. Sembra che l’autore, scomparso nel 1996, l’abbia terminato ieri, per l’efficacia con cui fustiga l’ideologia conformista dei sentimenti positivi, quella che oggi viene chiamata «buonismo» e che lui bollava con il grottesco aggettivo «cordicolo» («asservimento cordicolo», «devozione cordicola») per designare la tendenza a venerare le passioni del cuore a discapito della ragione critica. Il mondo di oggi, s’indignava Muray, è una grande Cordicopolis, in cui regnano l’ossessione igienista della salute e della forma fisica, l’assillo di regolamentare per legge ogni comportamento, il solidarismo di facciata, l’euforia festaiola o festivaliera, l’omologazione del linguaggio e dei gusti malamente mascherata da tocchi esotici. E dire che nel 1991 non era ancora in auge il narcisismo di massa alimentato dai social network. Però Muray non aveva previsto la reazione uguale e contraria innescata dall’ondata «cordicola», cioè lo scatenamento delle pulsioni aggressive alimentato dalla predicazione ipocrita di una falsa mitezza: l’insofferenza che aizza la xenofobia e l’egoismo, fa invocare i muri e la maniera forte. Lungi dall’essere uno sfogo salutare, come pensavano i neoconservatori propensi a cavalcarlo, questo fenomeno intossica ancor di più una vita pubblica già degradata. Servirebbe la penna caustica di Muray per descriverne i guasti.


da laLettura 
A. Carioti




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1 dicembre 2018

DICEMBRE



                               Maruja Malo  -  Sorpresa del trigo  - 1936


Maruja Malo nasce a Viveiro (Lugo) nel 1902.

Nel 1922 si trasferisce con la famiglia a Madrid e inizia i suoi studi presso la Royal Academy of Fine Arts di San Fernando, dove stringe amicizia con Salvador Dalí, ed entra in relazione con tutti i grandi spagnoli del tempo  da Federico García Lorca a Luis Buñuel. Con Concha Méndez, Josefina Carabias, Rosa María Zambrano Chacel ha crea il gruppo o movimento "il capo scoperto", così chiamata perché hanno osato uscire senza il capo coperto.

Negli anni Venti Maruja lavora come illustratore per varie pubblicazioni e stringe una relazione con il poeta Rafael Alberti.

Nel 1932 si trasferisce a Parigi dove rimane per due anni ed espone alla galleria Pierre (André Breton acquista un suo lavoro, lo Spaventapasseri) ed entra in contatto con il Surrealismo.

Negli anni ottanta, i giovani critici d'arte e artisti di Madrid recuperano la sua figura, quasi passata nell'oblio. Muore a Madrid il 6 febbraio 1995.


"Maruja Malo, entre Verbena y Espantajo toda la belleza del mundo cabe dentro del ojo, sus cuadros son los que he visto pintados con más imaginación, emoción y sensualidad.”


Federico Garcia Lorca





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21 novembre 2018

NOIA


I nostri giorni sono completamente impregnati di Economia.

Lei è radicata nella nostra idea di amore.

Dà da mangiare ai bambini.

Lei pulisce le tombe dei cimiteri.

Apre ogni mattina le serrande delle caffetterie.

L’economia punta la sveglia di notte.

Lei stessa, prendendoti per mano, ti insegna quali città vorrai visitare.

La puoi incontrare passeggiando per Zurigo, per Valparaìso, per Beirut.

Lei ha contribuito ad abbattere il muro di Berlino, a bombardare Gaza, a illuminare il Maracanà durante i Mondiali.

Lei vagabonda per Ciudad Juàrez in cerca di donne sole, e tutte le notti dorme abbracciata a Jeff Koons.

La troverai nascosta in una conversazione tra due bambini.

La troverai travestita da sushi, travestita da chiromante, travestita da preservativo.

E in tutte queste occasioni, Lei ti convincerà di tutto, perché è l’unica capace di ordinare il mondo.

Perché Lei è infinitamente erotica.

E alla fine, quando scende la notte, tutti torniamo a casa camminando al suo fianco, Lei ci abbraccia e cominciamo a baciarci.

E noi ci lasciamo baciare.

L’unica cosa che l’Economia non ha ancora potuto comprare, l’unica cosa che non ha ancora persuaso e sedotto, è la Noia.

La Noia, in un certo senso, è anti-economica.

Le feste, le città e le persone sono tutte obbligate a non essere noiose.

Perché la Noia puzza di fallimento.

E io credo che la Vita abbia in sé molta Noia, e che nella Noia ci sia qualcosa di profondamente vero.

La Noia non ha neon, né costumi, non ha una colonna 

sonora.

E penso che la Noia nasconda ancora in sé particelle del vero, e già estinto, naturale ritmo umano.

Camminare e nulla più.

Guardare e nulla più.

Essere e nulla più.

Il giorno in cui abbiamo deciso di separarci dalla Natura, è stato il giorno in cui si è confusa la Noia

con la perdita di tempo.

Perché da questa presunta perdita di tempo nasce l’unica cosa che ci differenzia dagli animali: la riflessione.

L’umanità è avanzata perché qualcuno, a suo tempo, si è fermato a riflettere.

E noi, a causa di una sovra-stimolazione costante, pensiamo che qualsiasi assenza di stimolo sia una perdita di tempo.

Per questo, per favore, esigo tempo per annoiarmi.

Non mi intrattenete, non voglio vedere nulla, non voglio andare da nessuna parte.

....


                                                                          Pablo Gisbert




Ma la noia puo' essere anche creatrice.

Prima c'erano l'otium dei latini, l'accidia medievale, la melancholia rinascimentale, lo spleen: la noia come la concepiamo oggi e' un concetto recente, introdotto dalla modernita' per una societa' tecnologizzata che privilegia il lavoro e bandisce l'attesa. Ma per restituire spazio all'attesa occorre sottrarsi alla dittatura che prevede di occupare tutto il tempo libero. Perche' e' questa la condizione, diceva Hegel, in cui si cerca l'ignoto; e, aggiungeva Leopardi, e' qui che si coltiva "infelicita' da cui scaturisce la poesia.....









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1 novembre 2018

NOVEMBRE

           
                                                                                  

             

                                              Oscar Ghiglia  -   Donna  che si pettina  -   1909


«In Italia c’è Ghiglia e basta». Così diceva Modigliani a proposito del panorama artistico italiano di inizio Novecento, individuando nell’amico appena più anziano un riferimento e una sorta di alter ego. Livornese, autodidatta in una stimolante Firenze cosmopolita, solitario, scontroso ma in contatto con i più brillanti intellettuali del tempo, Oscar Ghiglia (1876-1945) guarda alla Francia post-impressionista e ammira Cézanne, van Gogh, Medardo Rosso. Guarda anche al maestro toscano Giovanni Fattori, alla purezza delle sue costruzioni spaziali, all’incastro cristallino dei piani di colore. Il risultato è una pittura intrisa di luce e sempre più nitida, composta, sospesa, tradotta plasticamente in scarti e intarsi cromatici, controtendenza negli anni delle avanguardie ma anticipatrice del «ritorno all’ordine» degli anni Venti.
Al Centro Matteucci di Viareggio per "Ghiglia classico & moderno" fino al 4 novembre in mostra 40 opere, nudi, ritratti, nature morte, paesaggi senza tempo.




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1 ottobre 2018

OTTOBRE

                      

     


Josef Capek  -  Cloud



Josef Capek, pittore e scrittore ceco, nato a Hronov 1887 è stato con il fratello una figura di straordinaria vitalità nel clima delle avanguardie tra anni ’20 e anni ’30. Suo fratello di Karel, scrittore, inventò anche la parola robot derivata dal ceco Robota (lavoro) con cui lo scrittore denominò gli automi che lavorano al posto degli operai nel suo dramma fantascientifico R.U.R. del 1920.
Josef fu un importante animatore della vita culturale ceca dal 1911 fino al 1939, quando fu arrestato dai nazisti. Seguace dell'espressionismo e del cubismo, fondò nel 1911 il “Gruppo degli artisti figurativi”, meravigliose e nette alcune sue opere come Fantomas del 1918. Il suo atteggiamento democratico e di critica aperta della guerra e al nazismo lo trasforma in un bersaglio del regime Rifiutatosi di andare in esilio, arrestato dalla Gestapo a settembre 1939 passa cinque anni e mezzo di sofferenza del carcere Praga-Pankrac, poi nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald. Muore di febbre tifoide pochi giorni prima della Liberazione nel settembre 1938.




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18 settembre 2018

ANCHE QUESTA E' UNA BALLATA

Il brano, uno dei più famosi di Simon & Garfunkel, è tratto da una ballata inglese di epoca medievale ripreso (in parte) e arrangiato magistralmente, facendone un classico intramontabile, intervallando le parole originali con altre composte da Simon & Garfunkel di impostazione pacifista.

Are you going to Scarborough Fair?
Parsley, sage, rosemary & thyme
Remember me to one who lives there
She once was a true love of mine

Stai andando alla Fiera di Scarborough?
prezzemolo, salvia, rosmarino e timo
ricordarmi alle persone che vivono là
lei un tempo era un vero amore per me

Tell her to make me a cambric shirt
Parsley, sage, rosemary & thyme
Without no seams nor needlework
Then she'll be a true love of mine

Dille di cucirmi una camicia di lino
prezzemolo, salvia, rosmarino e timo
senza giunture e senza usare l'ago per cucire
e lei sarà un vero amore per me

Tell her to find me an acre of land
Parsley, sage, rosemary & thyme
Between the salt water and the sea strand
Then she'll be a true love of mine

Dille di cercarmi un acro di terra
prezzemolo, salvia, rosmarino e timo
tra l’acqua salata del mare e la sponda
e lei sarà un vero amore per me.

Tell her to reap it in a sickle of leather
Parsley, sage, rosemary & thyme
And to gather it all in a bunch of heather
Then she'll be a true love of mine

Dille di mettere il raccolto in un sacchetto di pelle
prezzemolo, salvia, rosmarino e timo
e di legarlo tutto assieme in un mazzetto di erica
e lei sarà un vero amore per me.

Are you going to Scarborough Fair?
Parsley, sage, rosemary & thyme
Remember me to one who lives there
She once was a true love of mine

Stai andando alla Fiera di Scarborough?
prezzemolo, salvia, rosmarino e timo
ricordarmi alle persone che vivono là
lei un tempo era un vero amore per me

On the side of a hill in the deep forest green
Tracing a sparrow on snow-crested ground
Blankets and bedclothes a child of the mountains
Sleeps unaware of the clarion call

Sulla costa di una collina nel verde profondo della foresta
seguendo un passero sul suolo innevato
sotto coperte e lenzuola un bambino delle montagne
dorme incurante del richiamo dei clamori

On the side of a hill, a sprinkling of leaves
Washed is the ground with so many tears
A soldier cleans and polishes a gun
War bellows, blazing in scarlet battalions
Generals order their soldiers to kill
And to fight for a cause they've long ago forgotten

Sulla costa di una collina, una spruzzata di foglie
sparse sul terreno con così tante lacrime
Un soldato smonta e pulisce un fucile
grida di guerra, infiammano di luce scarlatta i battaglioni
i generali ordinano ai loro soldati di uccidere
e di combattere per una causa che hanno dimenticato da molto tempo

Le due canzoni intervallate, sullo stesso bellissimo tema musicale della ballata tradizionale, mettono a confronto una immagine di guerra senza senso (sono gli anni della guerra del Vietnam) con le semplici parole della ballata tradizionale.
Si tratta di una canzone che parla di un abbandono e di un amore impossibile. Il personaggio che canta i versi chiede alla sua amata una serie di prove impossibili, ma molto domestiche, come presupposto perché il loro amore possa avverarsi. Le prove quindi sono per la donna, così come addirittura è la donna che alla fine dovrebbe chiedere la mano all'amante che le chiede le prove d'amore. In altre parole la canzone parla di una serie di situazioni paradossali e impossibili proprio per significare poeticamente che l'amore è finito, è impossibile, l'abbandono è consumato, o forse c'è un impedimento esterno insuperabile, lei è promessa ad un altro, o è già sposata, quanto viene chiesto non potrà mai essere realizzato, e quindi questo è un modo poetico di congedarsi da questo amore infelice. Lasciando però una speranza, una porta aperta, con il bellissimo verso "L'amore richiede prove impossibili / ma nulla di più di quanto chiede ogni cuore".
Ma  perché erano così importanti prezzemolo, salvia, rosmarino e timo, le spezie citate nel ritornello del brano (parsley, sage, rosemary and thyme)?
La risposta viene dalle proprietà di ciascuna delle erbe: l'amarezza tra loro deve essere scacciata dal prezzemolo, la salvia deve dare loro la forza di sopportare la separazione, il rosmarino deve dare a lei la fedeltà di aspettarlo, e il timo il coraggio di affrontare le prove impossibili per arrivare o tornare da lui, mantenendosi pura.








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1 settembre 2018

SETTEMBRE


Lotte Laserstein

                                                     Lotte Laserstein    -   Im Gasthaus (In the Restaurant)

“Neue Frau” era il termine che veniva dato alle donne giovani, ribelli e indipendenti, alle “teste calde” che popolarono la Germania tra le due guerre, che si tagliavano i capelli corti e vestivano da uomini. Durò solo un decennio, prima che il calcagno del nazismo schiacciasse le loro teste.
Tra queste, Lotte Laserstein, che in più era ebrea, e che fu costretta a rifugiarsi in Svezia allo scoppio della guerra dove è poi scomparsa in una vita oscura di cui non è rimasta praticamente traccia. Nel 1986 il suo lavoro, che ha il suo corpus tra il 1920 e il 1930 viene riscoperto da uno scrittore che cercava informazioni sul Prof. Erich Wolfsfeld, che era stato anche il maestro di pittura di Lotte. Nessuno conosce questa artista. Nel 1987 venne così organizzata alla Belgrave Gallery di Londra una mostra che fece molto parlare, anche se portò poi alla dispersione delle sue opere.
Lotte, che era nata in Prussia nel 1898 morirà a 95 anni a Kalmar in Svezia nel 1993. Può essere collegata alla Nuova Oggettività o al Realismo tedesco.

Allo Städel Museum di Francoforte dal 9 settembre ci sarà una mostra a lei dedicata.
Ecco le parole di  Anthony Crichton Stuart:
«Lotte Laserstein è così importante perché il XX secolo come nessun altro periodo prima di esso, ha prodotto un numero straordinario di artiste che, nonostante il loro evidente talento sono state emarginate, e il loro lavoro non è mai stato apprezzato. Nonostante questo hanno arricchito notevolmente la nostra storia culturale, il ruolo di queste artiste -sia nel mondo commerciale che in quello accademico- non è mai stato pienamente riconosciuto. Così, il lavoro di Lotte Laserstein sta ricevendo solo ora l’attenzione che giustamente merita. Grazie a prestiti incredibilmente generosi da Svezia, Belgio, Gran Bretagna, Germania e U.S.A., l’esposizione mostra il lavoro potente di una pittrice».




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16 agosto 2018

E' UNA BALLATA

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it's been the ruin of many a poor boy
And God I know I'm one

Ma che cosa è questa casa del Sole Nascente.. Secondo alcune fonti una casa di tolleranza con questo nome è esistita veramente tra il 1862 e il 1874, di proprietà di una maitresse che si chiamava Madam Marianne Le Soleil Levant, a New Orleans, all'epoca una sorta di "sin city" con il quartiere a luci rosse più grande del mondo. Qualcuno l'ha individuata nella vera casa d'appuntamenti al n.1614 di Esplanade Avenue. Ma, con scarsa sensibilità per le leggende, quella casa, nel 2007, sarà abbattuta, come capita a tanti monumenti del rock. In ogni caso "Rising Sun" era una metafora usata in America, e ancor prima in Inghilterra, sin dall'800, per indicare proprio una casa di tolleranza.
In questa Casa il giovane figlio di un giocatore d'azzardo ha speso i suoi giorni rovinandosi, è disperato perchè sta lasciando la città come galeotto con una palla al piede e da qui la sua angosciata implorazione:

Oh mother, tell your children
Not to do what I have done
Spend your lives in sin and misery
In the House of the Rising Sun

Questa ballata ha radici antiche, Ottocentesche, se ci riferiamo al suo testo; addirittura seicentesche se consideriamo la parte musicale, almeno prestando fede alla ipotesi più accreditata, quella dello studioso e collezionista Alan Lomax, curatore dell'Archive of American Folk Song, secondo il quale la melodia era stata ripresa da una ballata tradizionale inglese di nome "Matty Groves", risalente appunto al XVI secolo, mentre le liriche erano state scritte due secoli dopo, da una coppia di abitanti del Kentucky, Georgia Turner e Bert Martin.
In molti ci hanno messo mano, il primo nel 1934 fu il giovane suonatore di banjo degli Appalachi Clarence "Tom" Ashley e a seguirlo una una sequela infinita di interpreti si mette in fila per la processione delle cover: Woody Guthrie, Frankie Laine, Joan Baez (forse la migliore), Miriam Makeba, Bob Dylan, Nina Simone, Beatles, Doors, Jimi Hendrix, Marianne Faithfull, Dolly Parton, Johnny Cash, Eagles, Tracy Chapman, Tori Amos, Sinéad O'Connor, Duran Duran, Muse e perfino gli italiani Riki Maiocchi e Pooh. Ma alla fine ne resterà una sola. Perché di tante stelle nessuno ha fatto centro. E il colpo in canna è stato riservato dal destino a cinque esuberanti ragazzi inglesi, infervorati di rock e rhythm'n'blues. L'hanno ascoltato in un pub della loro Newcastle, quel motivetto immortale, da un menestrello del Northumbrian di nome Johnny Handle. E non sanno nemmeno che Dylan l'ha appena inserito nel suo album d'esordio. E non possono non chiamarsi Animals. Perché hanno una furia selvaggia nelle vene, che stride col loro look da bravi ragazzi beat.







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8 agosto 2018

I PASSERI SOLITARI

Non so se nelle antologie moderne ad uso nelle scuole sia compresa ancora la poesia Il passero solitario. Titolo che stranamente appartiene a due poeti: Leopardi e Pascoli. Quest'ultimo accusava Leopardi di indeterminatezza nelle sue citazioni naturali, di scrivere albero siepe augello là dove uno spirito poetico avrebbe consigliato di scrivere olmo ginepro allodola. Ma una volta tanto Giacomo esce da quel generico che tanto dava fastidio al Pascoli citando il passero solitario, rivivendone l'accento lungo, accorato e melodioso. Non un uccello gli serviva ma quel determinato uccello che fin dll'infanzia aveva veduto sulla torre di Recanati. Non ricordo ai tempi di scuola che nessun antologista o alcun professore si curasse di spiegare che il passero leopardiano non era quel loquace, garrulo, pettegolo passerotto che vola in grandi sciami e viene a posarsi sui davanzali ma un determinato e malinconicissimo uccello che con il passerotto non ha nulla a che fare. Si tratta del Monticola Cyana, più grande e grosso del passero comune, ama i luoghi remoti e alti, grandi massi, mura diroccate, torri ed ha un bellissimo piumaggio blu scuro tendente all'azzurro. Non cinguetta come il suo omonimo ma ha un canto disteso e con l'usignolo il più flautato, il più ricco di armonie tra gli uccelli canori.

da una rilettura  di Eugenio Montale "Il secondo mestiere"




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1 agosto 2018

AGOSTO



La Casa Rossa - Roberto Melli - 1923.


Un piccolo quadro, in parte dimenticato, di valore estetico assoluto, e totalmente inedito per lo stile italiano. Un quadro che i visitatori frettolosi della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma spesso ignorano, ma che preannuncia la pop art e la pittura metafisica di Hopper che, proprio in quegli anni, aveva iniziato negli Stati Uniti la sua ricerca in felice solitudine. Un quadro del quale non era possibile sino a pochi anni fa ritrovare traccia nel web, e che solo pochi storici dell'arte citano.
Al centro dello spazio una casa rossa su una collina che credevo potesse essere una casa del Lungotevere, a Testaccio, dove Melli abitava, e che ho scoperto poi essere Villa Strohl Fern, vista da via Flaminia Vecchia, all'epoca sede di numerosi studi d'artista ( da Trombadori a Oppo, da Arturo Martino a Guidi), oggi invisibile per la crescita degli alberi.
La "casa" si staglia su un cielo azzurro, uno di quelli che i romani conosco bene, dipinto  in estate, con l'aria un po' stanca del pomeriggio.
La prospettiva è totalmente rispettata, ma lo spazio diventa addirittura metafisico. Tutto è immerso nel silenzio. Non ci sono persone. Non c'è nessun compiacimento paesaggistico. 
Nel 1923, dopo aver attraversato il futurismo con dipinti e sculture di valore fondamentali (la donna con il cappello, una lama nella coscienza), appena due anni dopo la Marcia su Roma, due prima del quadro di Hopper, Melli (1885 -1958) aveva aperto una porta che gli italiani non erano stati in grado di vedere.


fonte: A. Accatino




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6 luglio 2018

APPENDICE A "LUGLIO"




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1 luglio 2018

LUGLIO

  Risultati immagini per CIURLIONIS

Mikalojus Konstantinas Ciurlionis   -   Sparks    -    1906


«Vorrei scrivere una sinfonia sul mormorio delle onde, con il linguaggio segreto delle foreste millenarie, con il luccichio delle stelle, con le nostre canzoncine e con la mia tristezza infinita». 
Così Mikalojus Konstantinas Ciurlionis pittore e musicista lituano titolare di una biografia da romanzo russo dell' Ottocento scriveva alla fidanzata. Dotato di sapienza enciclopedica alla Florenskj e talento visionario di sorprendente modernità: amato da Stravinsky, riconosciuto da Kandinsky come uno dei profeti dell' astrattismo di confessione spiritualista. A cinque anni il padre organista gli insegna a suonare il pianoforte mentre la mamma gli racconta antiche fiabe popolari, primo impatto con il mondo magico del mito che ossessionerà la sua poetica. Studia filosofia (tedesca, orientale, indiana), storia delle religioni, cosmologia, astrologia, astronomia (un asteroide porta il suo nome), fisica, geologia. E psicologia sperimentale. Destinato a una carriera di musicista e compositore, dopo un viaggio a Praga e Dresda, Monaco Vienna, dove ha scoperto l' arte romantica e simbolista, cambia strada e si dedica alla pittura. Ma pochi lo capiscono. Ipersensibile, soffre di depressione. La lettera di Kandinsky che nel 1909 lo invita a esporre a Monaco lo raggiunge quando è già stato ricoverato nell' ospedale psichiatrico dove morirà a 36 anni. M.K. Ciurlionis, benché da vivo abbia conquistato una certa fama non riesce però a vendere le sue opere. La quasi totalità della sua produzione pittorica, come  i suoi spartiti e i suoi manoscritti sono custoditi al museo nazionale di Kaunas che porta il suo nome e non ha mai lasciato il territorio nazionale. La maggior parte delle opere realizzate dall'artista sono estremamente fragili per la scarsa qualità dei materiali (tempera, acquerello, spesso su carta) da lui utilizzati a causa della precaria situazione economica. La sua pittura è una sofferta odissea nello spazio della metafisica. Sospesa tra terra e cielo, realtà e mito, figurazione e astrazione. Farcita di simboli. Usa i colori in chiave emotiva, non descrittiva. Crea mondi nuovi. Inventa paesaggi fantastici dove svettano architetture immaginarie che ricordano Alberto Savinio. Ritrae marine che sarebbero piaciute a Rotckho. E montagne incantate che hanno la forma sinuosa di un' onda di Hokusai. «Un' arte magica - osservava lo scrittore francese Romain Rolland - di fronte alla quale si prova la stessa sensazione di quando, addormentandoci all' improvviso, ci sembra di volare».

Ho scelto questo perchè mi ricorda le lucciole che in questo mese si vedono in campagna. Imperdibile il ciclo "La creazione del mondo".






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1 giugno 2018

GIUGNO

Risultati immagini per malerba pittore

Gian Emilio Malerba - Maschere - 1922



Non c'è una storia speciale per raccontare di Malerba. Mi piace ricordarlo perchè completamente dimenticato, mai citato con Casorati o Donghi e sebbene fosse tra i fondatori del gruppo Novecento insieme a Sironi, Oppi e Marussig. Insieme aderiscono alla famosa corrente del Realismo Magico che si distingue per le sue atmosfere sospese e sognanti, quasi surreali. Il primo a riconoscere il valore artistico di Gian Emilo Malerba fu Vittorio Emanuele III che volle acquistare il suo dipinto Il cappello nero. Espone alla XIII Biennale di Venezia con diversi dipinti tra cui il celebre Maschere.Gian Emilio Malerba si spegnerà prematuramente a quarantasei anni nella città di Milano nel 1924 lasciando molti suoi dipinti in collezioni private e ben pochi in quelle pubbliche, continuando così a rinfocolare il proprio mito di pittore dimenticato, circonfuso da un’aura di magia e sogno senza fine.     




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