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Copenhagen
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


24 giugno 2009

FESTA PAGANA

  Ieri sera si è celebrata anche qui a Copenhagen la festa di S. Hans. E' la festa del momento più luminoso dell'anno. In Danimarca  S. Hans (San Giovanni Battista) si celebra alla vigilia il 23 giugno, un po' dovunque, nei parchi, sulle spiaggie, sulle colline, si accendono grandi falò, attorno ai quali ci si ritrova guardando le scintille. Questa usanza di accendere falò ha origini antichissime, era in diretto rapporto con il solstizio estivo ossia il punto dell'anno dove le ore di luce si estendono per maggior tempo durante la giornata e il sole rimane visibile più a lungo. Fenomeno particolarmente evidente in Scandinavia. Il tutto trae la sua origine dalla credenza pagana che in questo particolare momento dell'anno ogni essere vivente attinge dalla luce del sole il massimo delle energie benefiche della natura.
Il solstizio segna dunque la massima estensione della solarità  ma anche il momento dove le ore di luce cominciano a declinare poichè in inverno il fenomeno è inverso, è il buio a predominare. La luce ha sempre avuto un grande significato per i popoli del nord sia dal punto di vista climatico e pratico. Infatti le lunghe giornate inducono una maggior socialità e stimolano la vita all'aria aperta, ma anche dal punto di vista simbolico e interiore.
Nei paesi anglosassoni S.Giovanni è detto Midsummer day, la vigilia è vista come una notte dove possono accadere fatti inquietanti e meravigliosi. Shakespeare lo ricorda nella sua opera "Sogno di una notte di mezza estate". Nelle campagne italiane si usava (e forse si usa ancora) raccogliere le cosiddette 'erbe di S.Giovanni', cioè varie piante come l'iperico, la verbena, l'artemisia, l'aglio, in funzione protettiva antidemonica.







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11 giugno 2009

FAVOLE

   Molti sono i nomi di grandi scrittori il cui nome andrebbe iscritto in una sorta di galleria del dolore perchè tutti colpiti in un modo o nell'altro da dolori e sventure. Tra essi insieme a Stevenson, Kipling e a Roald Dahl, a Ted Hughes e a Kenneth Grahame c'è anche quello di Hans Christian Andersen ovvero dello scrittore danese artefice della reinvenzione del genere fiabesco in chiave moderna. Fiabe che formalmente erano dedicate ai bambini ma nel contempo strizzavano l’occhio al mondo adulto e che poco o niente avevano a che fare con i tradizionali racconti popolari sino ad allora conosciuti. Né con le fiabe e con le favole della tradizione contadina nord europea, né con le favolette moraleggianti di scuola francese, né con i più truci racconti che i fratelli Grimm avevano da appena qualche decennio dato alle stampe.
Pare che dietro le mille sembianze dei suoi personaggi “altri e diversi” a celarsi trasfigurato sulla carta c’era sempre e solo lui. Andersen, ancora oggi lo scrittore più tradotto nel mondo, nacque nel 1805 nei bassifondi di Odense da un ciabattino e da una lavandaia alcolizzata. Ebbe una sorellastra che esercitò la più antica professione del mondo, restò orfano a undici anni e a alla stessa età divenne uno dei tanti schiavi del lavoro minorile, irriso e perseguitato per la sua bruttezza fisica, per il suo carattere introverso e per il manifestarsi delle prime inclinazioni omossessuali.
Si trattava in tutta evidenza di qualcosa di originale che irrompeva nel panorama letterario europeo. Ciò che disturbava critici letterari e pedagogisti era a volte l’assoluta scompostezza dei sui personaggi fiabeschi, principesse che corrono a cavallo di porci e bambini che oppongono il contropotere della Verità alla nudità di ogni Re e di ogni Potere, e a volte ciò che di più inquietante si percepiva dietro il velo fiabesco. L’incolmabile dolore degli umili e dei docili che era lo stesso del piccolo Hans Christian; la denuncia dei destini di separatezza dei diversi (Andersen scrisse quello straordinario piccolo poema che è La sirenetta nel momento più angosciante del suo amore non corrisposto per l’amico Edward Collin); la consapevolezza che non tutto può avere necessariamente un lieto fine, non su questa terra, come accade per esempio ne La piccola fiammiferaia
La fama e il successo cambiarono definitivamente il destino di Hans Christian Andersen, del ragazzo dei bassifondi di Odense che finì “per bere la cioccolata con la regina, seduto allo stesso tavolo, davanti a lei e al re”, come scrisse in La fiaba della mia vita. Che non dovette niente  alla critica letteraria del tempo. Piuttosto all’entusiastica accoglienza delle sue storie da parte dei bambini e delle bambine di tutta Europa. Uno straordinario fenomeno di adozione che forse trova la sua spiegazione nei meccanismi di riconoscimento che i bambini pongono in atto verso tutto ciò che sentono più vicino al proprio sentire e alla propria natura. E quindi verso tutto ciò che nella loro fragilità e diversità dal mondo adulto, sempre inconosciuto e sempre ostile, colgono come occasione di identificazione di sé: anche nelle vicende di un brutto anatroccolo il cui vero nome era Hans Christian Andersen.


Dalla piacevole rilettura di alcune favole che non ricordavo, di un articolo di A. Melis, e dopo la visita alla tomba di Andersen nel cimitero di Assistens Kirkegård dove tra l'altro è sepolto anche il filosofo Søren Kierkegaard. Tra i due coetanei scoppiò una querelle per i giudizi al vetriolo che il filosofo fece nei confronti dei lavori di Andersen.




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28 maggio 2009

COPENHAGEN

Poco prima di partire ho letto questi versi di un poeta messicano (Xavier Villaurrutia): 
Andiamocene in viaggio, senza muoverci, per vedere la sera di sempre con altro sguardo, per vedere lo sguardo di sempre con diversa sera.  Andiamocene in viaggio, senza muoverci.
Belli ma così lontani da me che non vedevo l'ora di andare in viaggio muovendomi..
E' come essere fatti d'aria e perdere la freschezza dopo che si è rimasti per un pò di tempo sempre nello stesso luogo..
E spostarsi è aprire la finestra..

Copenhagen. La mia nuova città. Il mio nuovo mondo da scoprire.
E la prima foto che ho scattato. Biciclette. Biciclette ovunque..

 
Copenhagen - 27 maggio 2009 - (foto by Julia)




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