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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


27 agosto 2020

LA LIBERTA' DI SCEGLIERE


C’era una volta un principe, in Danimarca o forse due. Il primo principe era pallido e pensieroso e portava un colletto a gorgiera. Il secondo era biondo e bello, e anche se non era nato aristocratico sentiva di avere qualcosa di regale.

Tutti e due erano innamorati: il primo, Amleto, amava la figlia di un cortigiano, Ofelia; il secondo, Søren Kierkegaard, doveva sposare una diciassettenne di nome Regine. Tutti e due erano filosofi. Tutti e due sentivano di avere una missione: il primo doveva vendicare il padre; il secondo una vocazione filosofica. Erano missioni rischiose, e i due lo sapevano; sapevano anche che, per portarle a compimento, sarebbero stati costretti a mettere in pericolo i loro amori. Ponderarono a lungo possibilità e decisioni, soppesarono alternative. Si tormentarono, perché scegliere è difficile soprattutto per chi è malato di riflessione, come scrisse Kierkegaard di Amleto, forse pensando a sé. Tutti e due rinunciarono all’amore.

Lo fecero con una crudeltà quasi insostenibile. Fu un vero sacrificio; un sacrificio segreto, violento e formidabile. Amleto, per tener fuori Ofelia dal suo piano di vendetta, mentre testimoni invisibili li spiano da dietro le tende ha con lei un colloquio che fa accapponare la pelle. Nega di averla mai amata; la deride, la distrugge. Perché lei lo possa detestare, perché possa essere libera, cerca in tutti i modi di rendersi spregevole ai suoi occhi. La sbeffeggia con la crudeltà che solo un amore non ancora finito può consentire. Qualcosa di molto simile fa Kierkegaard. Dopo un anno di fidanzamento con Regine, decide che non potrà mai essere un marito né un padre di famiglia, e neppure un uomo come tutti gli altri; rompe la promessa esattamente come Amleto. Scrive a Regine, una dietro l’altra, lettere che fanno a brandelli i giorni felici, le speranze, la dolcezza, tutto.

I due principi compresero che per poter essere buoni bisogna saper essere crudeli, qualche volta. Amleto dice la frase tremenda: I must be cruel only to be kind. Non che l’epilogo dei loro amori sia poi stato felice: fu tragico come tragica era stata la scelta. Perche' una possibilità si avveri, bisogna sacrificarne un’altra.

È uno di quei paradossi morali di cui talvolta si appropria il senso comune rendendoli placidamente accettabili: come proverbi. Meglio un rimorso che un rimpianto, si dice. Ma se non fosse vero? Il rimorso, per cominciare, non esclude affatto il rimpianto. Ed è sbagliato pensare che il rimpianto nasca dall’inazione; nasce, semmai, dalla convinzione di non aver agito ma anche non scegliere è una scelta. 

Ecco che per rendere reale una possibilità, ne hanno cancellata un’altra, confinandola nel limbo dei rimpianti: l’hanno fatto con una crudeltà che merita di essere ripagata col rimorso. Perché non si può scegliere senza macchiarsi. Non ci sono scelte senza conseguenze.

Il rimpianto annebbia lo sguardo sul passato ed è un modo per nascondere il maggiore dei privilegi, che è anche il più grande dei problemi: la libertà di scegliere. Ci convinciamo di non avere scelto, di non aver avuto scelta; ci condanniamo, così, a un placido risentimento da cui non si può tornare indietro. È solo un modo per ricomprarsi un inutile surrogato di innocenza.



da una rilettura di I. Gaspari




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23 luglio 2020

CONSIGLI DI LETTURA



"Seduto pacificamente senza far nulla

viene la primavera

e l’erba cresce da sola”


Sono i versi di un haiku del monaco buddista e poeta giapponese, Kenko Yoshida, autore del libro Momenti d’ozio, considerato un classico della letteratura di quel paese. A lui l’ozio serve come risposta alla noia che non è la semplice assenza di attività, bensì il contrario: deriva dalla vita quotidiana, dal rumore del mondo. Tutto il contrario di quello che pensiamo noi occidentali. Come del resto e' ormai difficile al giorno d’oggi annoiarsi veramente, quasi impossibile. Siamo consumatori perpetui e anche il tempo libero porta impegno. Gianfranco Marrone, professore di Semiotica dell’Università di Palermo, ha pubblicato da poco un interessantissimo saggio La fatica di essere pigri,dove spiega quanto sia complesso, quasi impossibile, districarsi dalle pressioni sociali che glorificano la prestazione incessante per lasciarsi andare a momenti di ozio, fondamentali per la buona salute dell'essere umano.

In un mondo in cui i valori comportamentali identificano l’accidia con uno dei peccati capitali la vita del pigro non è semplice, soprattutto nella nostra contemporaneità dove “tempo libero e consumo vengono a coincidere” e dove non fare nulla per il non fare nulla non è solo difficile, ma quasi impensabile. Ed ecco un quadro piuttosto prevedibile in cui l’ozioso non piglia pesci, morirà di fame, avrà un futuro poco luminoso e la cicala che perde tempo a cantare non supererà l’inverno.

Volgendo un occhio alla narrativa e' interessante secondo Marrone l'analisi di Oblòmov, il protagonista del romanzo di Ivan Aleksandrovic Goncarov. Oblòmov è un antieroe che non ne vuole sapere di partire per avventure faticose, di avvilirsi per amori ritenuti necessari e per altre facezie che lo sottrarrebbero al suo adorato focolare domestico. Per finire in modo piu' pop con la figura di Paperino che incarna la massima dell’intero saggio: “per essere pigri bisogna lavorare moltissimo, scontrarsi con un mondo che cambia e che pretende sempre di più un attivismo ipocritamente euforico. La pigrizia non è un dono, né un tratto caratteriale: è semmai un oggetto da conquistare dopo infinite lotte contro antagonisti d’ogni tipo e natura che fanno del lavoro un valore fine a se stesso."

E come dice Barthes... ogni tanto è il caso di osare essere pigri.



Gianfranco Marrone  La fatica di essere pigri


Kenko Yoshida  Momenti d'ozio


Ivan Aleksandrovic Goncarov   Oblomov




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12 luglio 2020

INGENUITA'

Alla parola “ingenuità” e all’aggettivo “ingenuo” è attribuito solitamente il significato di “candore”, se non di “inesperienza”, significati lontani dalla loro etimologia. L'ingenuitas era un termine legale nell’antica Roma. Indicava la condizione di una persona libera, nata all’interno della società romana e riconosciuta tale nel momento in cui il padre se la poneva sulle ginocchia. Ciò ne faceva una persona naturale, nobile e sincera. Senza bisogno di imporsi e di guadagnare posizioni nella società. Era persona libera. Distinta dai liberti che erano, sì, liberi ma provenienti da una condizione pregressa di schiavitù. 

Mantenere vivo il significato etimologico, e quindi positivo, della parola ingenuità non vuol dire elogiare l’ingenuità idiota del principe Myskin di Dostoevskij, vittima del cinismo e della meschinità che lo circondano. E non vuol dire nemmeno accettare acriticamente l’atteggiamento prevalente nella cultura corrente dell’homo homini lupus (Hobbes). Nessuno oggi vuole essere considerato ingenuo. L’ingenuità è ritenuta una condizione di svantaggio. Come lo è ritenuto il lasciarsi andare ai propri sogni, scommettere su di essi, credere che tutto di valido può ancora accadere e che ci si può spendere per gli altri senza aspettarsi un ritorno. È ritenuto molto più appagante oggi vedersi ed essere riconosciuti come persone dotate di una buona dose di furbizia. Insomma la parola ingenuità non rimanda più alla condizione di libertà e di sincerità, dal momento che gran parte della cultura contemporanea considera una conquista lo stare al mondo in maniera astuta.

Non la pensa così Sören Kierkegaard, che vede nella perdita dell’ingenuità uno dei segnali allarmanti dell’imbruttimento e dell’imbarbarimento della civiltà moderna. Dopo aver scritto: «Non è affatto segno di maturità il perdere completamente l’ingenuità…», il filosofo danese, in un eccesso di fiducia nell’umanità, afferma: «All’esistenza umana sana e onesta appartiene sempre fino all’ultimo un certo momento di ingenuità». Il momento di ingenuità consiste nel saper vivere pienamente inseriti nella realtà senza perdere di vista l’ideale, senza rinunziare all’esercizio di una efficace difesa dalle avversità, dai nemici e dai furbi. Questa ingenuità è sinonimo di nobiltà, mai di stupidita'.


da una rilettura di N. Galantino






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15 giugno 2020

PIOVE

Ci nutriamo ogni giorno di previsioni del tempo. Abbiamo sviluppato un io meteorologico  che e' andato mutando con l'andare dei tempi. Le sempre nuove scoperte scientifiche e tecnologiche hanno apportato una quantita' di nuovi dati che “hanno annullato l'effetto della sorpresa e soprattutto hanno squalificato i saperi degli uomini di altri tempi, che con lo sguardo, l'umidità percepita dal corpo o il vento sulla pelle e tante altre sensazioni prevedevano l'irruzione o meno della pioggia”.Alla pioggia o alla sua assenza sono spesso legate ansie e sofferenze in continuo cambiamento e ormai lontane nell'aspetto fideistico e divino.

Il professor Alain Corbin ha individuato nel XVIII secolo il momento storico in cui la sensibilità per i fenomeni meteorologici è andata intensificandosi.  Nel 1784 Bernardin de Saint-Pierre, nei suoi “Ètudes sur la nature”, andava sottolineando il piacere della pioggia, madre della malinconia; e anzi osservava che per potersi gustare più a fondo la pioggia serviva non avere niente in agenda, e smettere di pensare che non c'erano più le stagioni o le mezze stagioni e non c'era più l'antico ordine nella natura. Serviva ricordare l'esempio di quel console romano che quando pioveva faceva alzare la sua lettiga sotto le fitte frasche d'un albero, per addormentarsi al mormorio delle gocce di pioggia.

Joseph Joubert, nel suo “Carnet” (1779-1783), osservava che la pioggia sapeva rendere le percezioni più nitide e più definite: più sensibili ai rumori, alle sfumature di colore, alle impressioni, in genere. Il pittore Pierre Henri Valenciennes, nello stesso periodo, esortava i suoi allievi ad aspettare un'ora, dopo un'acquazzone, per apprezzare la lucentezza della natura.

Il filosofo Maine de Biran, nel suo diario del febbraio 1819, registrava quanti danni e quanto malessere gli veniva dalla pioggia: addirittura doveva ammettere che “lo stomaco è come affossato su se stesso, le digestioni sono laboriose, le idee lente e oscure; il mondo scompare ai miei occhi”.

Nel Novecento, Gide, nel suo “Journal”, ribadiva la sua avversione per la pioggia, che figliava volontà inquieta e umore instabile e magari cefalea; cent'anni prima Baudelaire aveva riconosciuto nella pioggia una componente fondamentale dello spleen, e Verlaine aveva stabilito un legame incontrovertibile tra pioggia e malinconia. Laforgue, non troppo lontano dai loro esempi, sapeva sfregiare il maltempo così: “Tutto mi annoia, oggi. Scosto le tende.In alto un cielo grigio, rigato da un'eterna pioggia”. 

E in questi giorni di tempo incerto piu' simili ad un aprile piuttosto che ad un meta' giugno non potevo che citare il bellissimo libro "Breve storia della pioggia. Dalle invocazioni religiose alle previsioni meteo di Alain Corbin.




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16 maggio 2020

VERITA'

Sbaglierebbe chi pensasse che la sincerità sia un bene assoluto, da opporre alla menzogna come male assoluto, poiché si può fare uso della sincerità anche per offendere e ferire a morte, per umiliare o vendicarsi. L'uomo sincero, per definizione, dice la verità o quella che crede tale, talvolta quindi ingannandosi e traendo in inganno, senza volerlo. 
In un passo delle Confessioni, Agostino si chiede perché veritas odium parit ( la verita' attira l'odio ). La risposta del vescovo di Ippona è che l'amore per la verità non è disinteressato, equanime e imparziale: gli uomini amano la verità quando non li riguarda, ma la odiano quando riguarda loro stessi e li mette a nudo sotto gli occhi degli altri. 
Si deve sempre dire la verità che si conosce? Vi sono casi in cui è ammesso mentire? Agostino e Kant non ammettono eccezioni al dovere di dire la verità. Per il primo la menzogna è l'origine stessa del peccato. Agostino non considera legittima la menzogna neppure nel caso in cui mentire potrebbe salvare la vita a qualcuno, dato che in tale circostanza si tratterebbe di un dovere che riguarda la salvezza del corpo al prezzo di perdere l'anima. Tanto più che ci sono altre vie per raggiungere lo stesso risultato, evitando così di mentire, come il silenzio o l'omissione o il sacrificio di sé ed ha, a questo proposito, un consiglio preciso: «Quello che dici, deve essere assolutamente vero; ma non devi per forza dire tutto quello che è vero».
In Kant la sincerità è una virtù assoluta che coincide con il dovere della veridicità. Il principio per cui si deve dire la verità è per Kant il principio formale supremo della moralità, dal quale è impossibile essere esonerati.
Lo scettico Montaigne invece non insegue alcuna verità, e afferma che non esiste una verita' universale.
Pensiamo alla terribile scena iniziale di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, in cui il colonnello nazista interroga il contadino francese, chiedendogli se dia rifugio ai nemici dello stato, la famiglia ebrea dei Dreyfus. Tutti desideriamo che il contadino menta e invece, La Padite dice la verità e denuncia la famiglia ebrea per proteggere la propria. 
In un saggio sulla sincerita' e' stata coniata l'espressione "virtù crudele" per indicare l'atto del dire la verità che si accompagna all'assunzione di responsabilità e al farsi carico delle conseguenze anche dolorose, per sé e per gli altri, della pratica effettiva della sincerità. Tra il semplice dire la verità e la sincerità la differenza consiste proprio nel coinvolgimento attivo nel rapporto con gli altri. 

L'Opinione è qualcosa di fluttuante, ma la Verità, dura più del Sole – se poi non riusciamo ad averle entrambe – prendiamo la più vecchia.
Emily Dickinson




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7 maggio 2020

DALLA PARTE DELL' ASINO. UNA LETTURA ALTERNATIVA


Gli asini vivono nella maggior del mondo accanto agli esseri umani, una presenza integrata in molte culture. Anche se in gran parte del mondo sviluppato non sono più utili per gli sforzi umani, in Africa tirano ancora carri, portano carichi pesanti in India, trasportano turisti in Grecia e bambini in gita lungo le spiagge britanniche. Se consideriamo da quanto tempo sono addomesticati e quanto siano stati preziosi nella storia umana, sappiamo ben poco della loro vita o delle loro storie, o anche del loro benessere. Non è che sono sconosciuti, ma generalmente passano inosservati. Mentre attraversavano il mondo al servizio dei loro padroni umani, gli asini sono stati tra gli animali più usati e abusati della storia (...)
Si dice che hanno la vita lavorativa più lunga, che sono in grado di operare nelle aree più aride, che sopravvivono con poco cibo, che sono meno soggetti a malattie, che sono in grado di lavorare a velocità variabili e che, rispetto a cavalli, muli e buoi, hanno un’elevata capacità d’apprendimento. (...) Anche se noti come buoni lavoratori, gli asini hanno un forte senso di autoconservazione, il che ha influenzato la loro fama di testardaggine. (...) Nonostante il servizio prestato agli esseri umani in ogni epoca e società, gli asini tuttavia hanno ottenuto pochi riconoscimenti. Le ingiustizie e le offese che hanno ricevuto costituiscono motivo di riflessione per vari osservatori (...)

L’asino, di Jill Bough, edito da Nottetempo nella collana Animalía, e' un’indagine delle nostre percezioni, dei nostri giudizi e soprattutto dei nostri pregiudizi.
Dalla Favola del cavallo e dell’asino di Esopo a Platero e io di Juan Ramón Jiménez, dall’Asino d’oro di Apuleio al Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino di Robert Louis Stevenson, una narrazione dopo l’altra il somaro è assunto come figura dell’umiltà o della curiosità, di lussuria e malvagità; quando in Collodi Pinocchio si ritrova con le orecchie allungate come «due spazzole di padule», ciò che avverte è vergogna e disperazione, mentre è in Don Chisciotte che il ciuco semplice e onesto cavalcato da Sancho si fa emblema del silenzio paziente.
Ma l’asino resiste. Carico di balle di fieno lungo un sentiero della campagna etiope, legato alla macina che polverizza peperoncini in un villaggio cinese, usato per trasportare i pali di legno utili per puntellare le miniere del Far West o come cavalcatura dei soldati australiani durante la Prima guerra mondiale, l’asino resiste; introdotto come prova in tribunale quando a Londra nel 1822 Richard Martin chiese e ottenne di rendere inequivocabili le ferite che erano state inflitte all’animale dal suo padrone (da qui il Martin’s Act, la prima legge a contrastare la crudeltà contro gli animali), trasportato in aereo dalla US Army durante la Seconda guerra e gettato giù col paracadute (dopo averlo drogato perché atterrando non irrigidisse lezampe);
e ancora, seppure descritto come immagine di stupidità, di pigrizia, di potenza sessuale e di mitezza, al contempo sacro e osceno, esposto, esibito, spettacolarizzato o umiliato, l’asino non fa altro che resistere.
Unico e molteplice, appartenente a un drappello di animali struggenti, l’asino ha attraversato i millenni sopportando l’insopportabile e opponendo all’ottusità del mondo una tenacia asciutta e senza eroismi.


fonte: G. Vasta




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27 aprile 2020

22 APRILE



..Tenere l'infinito nel cavo di una mano...
 La magia della natura con le sue creazioni ci permette di sfiorare un concetto astratto ed inafferrabile come l’infinito, racchiudendolo nei più piccoli dettagli di un frutto, una foglia o sulla superficie di una conchiglia.
L'uomo ha da sempre cercato di comprenderlo, descriverlo, catturarne l’essenza tramite le scienze. Il matematico Benoit Mandelbrot e' il fondatore di cio' che oggi viene chiamata geometria frattale. Nella sua introduzione a questa disciplina scrive:
"Perché la geometria viene spesso definita fredda e arida? Uno dei motivi è la sua incapacità di descrivere la forma di una nuvola, di una montagna, di una linea costiera, di un albero. Osservando la natura vediamo che le montagne non sono dei coni, le nuvole non sono delle sfere, le coste non sono cerchi, ma sono degli oggetti geometricamente molto complessi.” 
I frattali non sono oggetti così astratti e lontani dalla vita quotidiana: ogni giorno ciascuno di noi si imbatte in qualcosa di molto simile ad un frattale come ad esempio alcuni tipi di foglie o di piante oppure i "frattali" per eccellenza: il fiocco di neve e il cavolo verde. Una montagna, una pianta, un corallo, una conchiglia non sono altro che il frutto di parti più piccole aventi forme analoghe che si ripetono all’infinito in maniera decrescente.
Semplificando al massimo il concetto di frattale, lo si può definire come una figura geometrica caratterizzata dal ripetersi sino all’infinito di uno stesso motivo su scala sempre più ridotta.
L' avvento delle tecnologie computerizzate ha permesso di visualizzare il comportamento di complesse funzioni matematiche che producono immagini grafiche affascinanti. Oggi utilizzando una workstation grafica sono sufficienti poche frazioni di secondi per visualizzare tali funzioni che producono immagini sorprendenti in termini di particolari e dettagli che ricordano la complessità di forme geometriche ricorrenti in natura (fiocchi di neve, felci, foglie, chiocciole..)
L’industria del design e della moda ha preso in prestito questi concetti matematici per ispirarsi a nuove creazioni.
Uno degli esempi più visibili è rappresentato da un brand famoso della moda internazionale come Desigual che lega il suo stesso logo ai modelli generati dalle funzioni matematiche che rientrano nella categoria dei frattali.
Anche alcuni marchi più tradizionali si ispirano per le loro creazioni agli incredibili colori e forme dei frattali. Ad esempio PIQUADRO, leader nella produzione di borse e valige professionali, ha deciso di dedicare una linea completa, OPERA, ai frattali.
La fractal art si basa pertanto sul calcolo di funzioni matematiche dai cui risultati si ricavano immagini, animazioni e musica. Le immagini, ad esempio, sono grafici dei risultati dei calcoli, così come le animazioni sono sequenze di questi stessi grafici. In musica, invece, ai risultati si associano diversi toni e frequenze.
Immagini, movimenti, colori e musica del genere frattale non sono che il tentativo dell’uomo di fare propria l’idea di infinito suggeritagli dalla natura. Ancora una volta, l’arte si inchina alla sua magnificenza, di cui è una semplice, creativa, imitazione.

Per saperne di piu qui








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17 aprile 2020

CURA

MENTRE CURA STAVA ATTRAVERSANDO UN CERTO FIUME, VIDE DEL FANGO ARGILLOSO. LO RACCOLSE PENSOSA E COMINCIÒ A DARGLI FORMA. ORA, MENTRE STAVA RIFLETTENDO SU CIÒ CHE AVEVA FATTO, SI AVVICINÒ GIOVE. CURA GLI CHIESE DI DARE LO SPIRITO DI VITA A CIÒ CHE AVEVA FATTO E GIOVE ACCONSENTÌ VOLENTIERI. MA QUANDO CURA PRETESE DI IMPORRE IL SUO NOME A CIÒ CHE AVEVA FATTO, GIOVE GLIELO PROIBÌ E VOLLE CHE FOSSE IMPOSTO IL PROPRIO NOME. MENTRE GIOVE E CURA DISPUTAVANO SUL NOME, INTERVENNE ANCHE TERRA, RECLAMANDO CHE A CIÒ CHE ERA STATO FATTO FOSSE IMPOSTO IL PROPRIO NOME, PERCHÉ ESSA, LA TERRA, GLI AVEVA DATO IL PROPRIO CORPO. I DISPUTANTI ELESSERO SATURNO, IL TEMPO, A GIUDICE, IL QUALE COMUNICÒ AI CONTENDENTI LA SEGUENTE DECISIONE: “TU, GIOVE, CHE HAI DATO LO SPIRITO, AL MOMENTO DELLA MORTE RICEVERAI LO SPIRITO; TU, TERRA, CHE HAI DATO IL CORPO, RICEVERAI IL CORPO. MA POICHÉ FU CURA CHE PER PRIMA DIEDE FORMA A QUESTO ESSERE, FINCHÉ ESSO VIVE, LO CUSTODISCA. PER QUANTO CONCERNE LA CONTROVERSIA SUL NOME, SI CHIAMI HOMO POICHÉ È STATO TRATTO DA HUMUS”.


 Il mito di Cura -  Igino - I secolo A.C.


Il nome cura, del dio minore pagano, e' latino e se spontaneamente viene tradotto con l'italiano cura simile al care inglese ha significato si di premura e sollecitudine ma anche di inquietudine, apprensione, affanno. 

Quindi protagonista della storia e' allora l' inquietudine, personificata in Cura, creatrice e accompagnatrice dell'uomo.

L'inquietudine è la condizione nella quale avvertiamo un senso di dis-orientamento, che ci mette in guardia sullo stato di stabilità, o instabilità, del nostro disagio, e ci fa andare alla ricerca di un nuovo orientamento. Cifra fondamentale del disorientamento è proprio l'inquietudine. È proprio quando si è disorientati che inizia la riflessione sulle decisioni da prendere nella vita. Nuove situazioni, nuovi problemi e nuove irritazioni mantengono l'orientamento in un'inquietudine costante. Per questo l'inquietudine è l'atmosfera di base dell'orientamento. Se le situazioni non sono né prevedibili né calcolabili o verificabili, domina l'inquietudine intorno alla domanda se ci si è orientati correttamente prendendo decisioni giuste; l'inquietudine può trasformarsi in paura di non aver preso la decisione opportuna. E la paura può degenerare, in casi estremi, in disperazione se il dubbio nei confronti delle proprie possibilità d'azione paralizza l'azione stessa. Infine, la disperazione può portare alla depressione o percezione della sconfitta e senso di impotenza. Se invece l'orientamento riesce e la direzione presa conduce a una soluzione soddisfacente, segno e misura del riuscito orientamento sarà la quiete, e nella quiete il bisogno di orientamento si placa.  Nietzsche concepì inquietudine e quiete come poli del bisogno di orientamento. Ne La gaia scienza scrive infatti il filosofo tedesco che il nostro bisogno di conoscenza deriva dalla ricerca della quiete; la gioia del conoscere manifesta il recuperato senso di sicurezza e il ritrovato orientamento. (F. Rigotti)




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6 aprile 2020

SENZA TITOLO

Prima dell’ultima curva del giorno
colgo delle parole con cui dormire:
nella sera esse riprendono
le vesti pesanti e accorte.
Il loro andare è misurato
e come mattoni allineati s’incastonano
nella bianca calce della pagina.
È un muro che scende dall’alto
il lento trascorrere del segno.
Non c’è finestra o spiraglio
ma preziosa e gremita
cura del fitto unire.
Vorrei fosse un’unica figura
la gemma che ancora dura e chiusa
il giardiniere stacca e si regala.

Valerio Magrelli

da “Rima palpebralis”, in “Ora serrata retinae”




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20 marzo 2020

UNA AL GIORNO

                                                                           22


Mia moglie dice:

- Tutti hanno dei complessi e tu non fai eccezione.

Tu hai il complesso della mia inferiorita'.



                                                                           60


Mia moglie chiede ad Ar'ev:

- Andrei, non capisco, ma tu fumi?

- Vedi, - dice Ar'ev, - io mi metto a fumare solo quando bevo. E siccome bevo in continuazione, molti pensano erroneamente che io fumi.



                                                                           247


La Russia e' l'unico paese al mondo in cui un letterato viene pagato in base alla quantita' di pagine scritte e non per le copie vendute. Ne' tantomeno per la qualita'. Solo in base alla quantita'. Questo spiega l'arcano, implicito motivo della nostra catastrofica logorrea russa. Supponiamo che un autore voglia eliminare una frase. Una voce dentro di lui gli suggerisce:

- Cretino! Sono cinque rubli! Un chilo di manzo freschissimo...







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17 marzo 2020

UNA AL GIORNO

Sto rileggendo in questi giorni i Taccuini di Dovlatov. Il genio di Dovlatov, uno dei grandi umoristi della letteratura russa, consisteva nella capacità di sentire e di esprimere la paradossalità universale. La quotidianità dell'esistenza dell'uomo sovietico, per esempio, ma anche l'american way of life come vissuta da un emigrato di ultima generazione sbarcato in America per poter pubblicare.

I Taccuini rappresentano annotazioni svariate, riguardanti sia la vita sovietica, fino al 1978, che il periodo dell’emigrazione, ovvero la vita americana e il mondo russo in esilio (New York 1979-1990). Queste pagine si presentano sotto forma di appunti di carattere eterogeneo, micro-testi autonomi, più o meno brevi e a seconda dei casi, come miniature narrative, aforismi, giochi di parole, aneddoti autobiografici. Fantasia e cronaca, storia e assurdo, raffinatezza e squallore si fondono nei Taccuini, così come nelle sue altre opere.

Vorrei condividere alcune di queste pagine...


Numero 52: «All’instituito di Drammaturgia di Leningrado era accaduto che, al cospetto degli studenti, fosse intervenuto lo chansonnier francese Gilbert Bécaud. Terminato finalmente l’incontro, l’organizzatore si era rivolto agli studenti. “Fate le vostre domande”. Tutti tacevano. “Fate domande all’artista!”. Silenzio. Allora il poeta Eremin, che si trovava in sala, aveva gridato a tutta voce: “Quelle heure est il?” (Che ore sono?). Gilbert Bécaud aveva guardato l’orologio e aveva risposto gentilmente “Le cinque e mezza”. Non si era offeso».


Numero 3: «Il figlio dei nostri vicini: “Tra tutte le verdure preferisco i ravioli». 


Numero 17: «“Come vuole che le tagli i capelli?”. “In silenzio”».




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10 marzo 2020

IMPERFEZIONE


Siamo qui perche' imperfetti. La perfezione, non e' di questo mondo. Forse il vuoto inteso come pura e primitiva dimensione astratta puo' considerarsi perfetto. Esistono in natura o in noi stessi quelle armoniche corrispondenze, quei sublimi equilibri...? E' il percorso evolutivo a darci quasi tutte le risposte. L'imperfezione ci ha creato e accompagnato fino qui. 
La storia naturale, scrive l’evoluzionista e filosofo della scienza Telmo Pievani nel saggio Imperfezione, è un catalogo di imperfezioni che hanno funzionato, a partire da quella infinitesima deviazione nel vuoto quantistico primordiale da cui è nato l’universo. Il nostro universo è precario e pericoloso, soggetto a repentini sconvolgimenti quindi imperfetto per definizione. La storia che viviamo è solo una delle tante storie possibili. La realtà è ingannevole e l’evoluzione è tutt’altro che intuitiva. Animismo e teleologia appannano la visione di homo sapiens, lo inducono a ragionare in termini fatalistici e finalistici. Siamo una specie relativamente giovane, passeggiamo sulla Terra da appena 200.000 anni e crediamo che tutto sia stato preordinato per noi, imperfetti divenuti via via sempre più perfetti: nulla di più sbagliato. Siamo solo una delle tante storie possibili che, per puro caso, si è realizzata. Ogni forma di vita terrestre discende da un comune progenitore: un archeobatterio che risale a circa 3,5 miliardi di anni fa. La selezione naturale - scrive Pievani - è il filtro che si ciba del caso. Il primate bipede homo sapiens, il più inessenziale, fortunato e creativo sottoprodotto dell’evoluzione imperfetta non è altro che una summa di rabberci che, alla fine, malgrado tutto, hanno funzionato. La nostra transizione al bipedismo non è stata indolore: la colonna vertebrale e' stata raddrizzata alla bell’e meglio e il peso dell’intero corpo grava  ora su un unico asse, scaricandosi su due gambe. Di conseguenza la colonna si incurva e le vertebre sono sottoposte a pressioni indebite. Nervi e muscoli si sono riadattati per quanto possibile, ma non ci esimono da sciatiche, ernie e piedi piatti. Anche il nostro linguaggio è figlio dell’imperfezione. Conquistato il bipedismo, il linguaggio è stato reso possibile in seguito all’abbassamento della laringe, un tratto vantaggioso che però ci ha resi più soggetti al pericolo di soffocamento quando ci nutriamo. Grazie al nostro cervello abbiamo evoluto tecnologie avanzatissime, ma anche l’intelligenza umana ha il suo lato oscuro, il suo tratto svantaggioso: progettiamo viaggi interstellari, studiamo il bosone di Higgs, investiamo nella ricerca medica ma al contempo abbiamo posto le basi per la sesta estinzione violentando il pianeta che ci ospita. Homo sapiens è l’imperfetto per definizione: creatura prodigiosa, creativa, curiosa ma con forti limiti sia sul piano fisico che psichico. È l’incarnazione di come ha  lavorato e lavora l’evoluzione. Nei grandi numeri il suo limite è l’apofenia, ovvero la tendenza a ravvisare schemi di significato in quel che invece è meravigliosamente casuale. 
Darwin l’aveva capito: dove c’è perfezione non c’è storia. Il filosofo della scienza ed evoluzionista Telmo Pievani ci induce a una riflessione profonda e disincantata sulla natura umana. A emergere è anche il ritratto di un antropocene sempre più sconsiderato e irresponsabile dove vige la legge egoista del qui e ora, senza rispetto e pietas per generazioni future. 

Da una rilettura di  "Dall'ameba a Donald Trump"


Qui e' possibile leggere il libro gratuitamente





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23 gennaio 2020

PENSIERO DEL GIORNO


"Volgi il tuo occhio all'interno, e scoprirai migliaia di regioni, nel tuo cuore, vergini ancora. Viaggiale tutte, e fatti esperto di cosmografia interiore".


Henry David Thoreau




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10 novembre 2019

BIBLIOTERAPIA

A Firenze è nata la Piccola Farmacia Letteraria, dove le letture sono classificate in base all'emozione di cui parlano. I volumi sono corredati di bugiardini per orientarsi, scegliendo tra "capsule di affetto" o "iniezioni di entusiasmo". E' nata così una libreria che non divide la narrativa per generi o provenienza geografica ma per emozioni. Negli anni trenta lo psichiatra americano Karl Menninger prescriveva la lettura di romanzi a pazienti depressi. I libri possono far emergere sentimenti o pensieri che altrimenti rimarrebbero inespressi e possono cambiare il modo di vedere il mondo. Presso la libreria non si fa terapia ma i bugiardini che accompagnano i volumi sono scritti con la consulenza di una psicologa perchè la lettura scelta e guidata come strumento terapeutico deve essere affidato ad un professionista. Quindi leggere anche per guarire. Tra i più venduti c'è il libro di Durian Sukegawa Le ricette della signora Tokue.
Chi invece vuole sperimentare un weekend diverso dal solito può dare un'occhiata alla catena Golden Book Hotels e provare uno dei resort che hanno deciso di dedicare una parte dei loro spazi non a beauty farm e piscine ma a sale di lettura, in alcuni casi autentiche biblioteche.
Splendide biblioteche d'albergo sono quelle de il Salviatino, villa rinascimentale sul pendio della collina di Fiesole, ex sede dell'università di Stanford custode di centinaia di volumi da sfogliare all'ombra del giardino all'italiana.

"Alcuni mi portano il sorriso sulle labbra o la consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso"
Francesco Petrarca
sui libri



piccolafarmacialetteraria.it
goldenbookhotels.it
salviatino.com




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26 ottobre 2019

E SILENZIO


Tacere. O anche silere, perche' la lingua latina distingueva la quiete della natura e delle cose da una parte (silere) e quella degli uomini dall'altra (tacere). Tacere  appartiene al mondo degli esseri umani. Silere appartiene al mondo della natura e delle cose inanimate e da quest'ultimo ha origine silentium, che designa la tranquillità degli uomini e quella delle cose, la mancanza di rumori propria della notte e di luoghi solitari, come pure il silenzio di chi non parla. 

Sono coloro che lo amano, I portatori di silenzio?  Titolo di un libretto della collana dell'Accademia del Silenzio, del poeta Stefano Raimondi. Il silenzio dei poeti è diverso dal silenzio dei filosofi, dei mistici, dei sociologi, degli scienziati o dei musicisti. Per Raimondi si tratta del luogo nel quale il silenzio «ha luogo», trova posto. Il silenzio è il luogo in cui si può abitare allontanandosi dalla chiacchiera che lo offende.

«Che cos'è il silenzio?», «Dove si trova?»e«Perché è più importante che mai?» sono invece le tre domande che si pone l'autore di un altro libro sul silenzio, Erling Kagge, Il silenzio. Uno spazio dell'anima. Il silenzio interno che Kagge trova nella sua testa quando vive in città, a Oslo, e fa l'editore; e il silenzio esterno allorché vive le sue avventure nei luoghi dei grandi spazi e dei grandi silenzi, a cinquanta gradi sotto zero. Il suo non è comunque un silenzio spirituale: il titolo e sottotitolo in lingua italiana con quell'indebito riferimento all'anima traggono in inganno  perche' la traduzione dal norvegese suona ben diversa: Silenzio nel tempo di rumore. La gioia di chiudere fuori il mondo. Il silenzio è, scrive Kagge, «uno strumento per arricchire la vita» rifugiandoci nella nostra testa e chiudendo fuori il mondo. 

Il silenzio, aggiunge Kagge, è un nuovo lusso. Non tutti possono e comprano a caro prezzo lavatrici e auto silenziose, tra le altre cose. Come un nuovo lusso è il buio, silenzio visivo che viene sottratto, rubato, dalle luci dell'illuminazione.

Alle tre domande Kagge propone trentatré risposte, basate sulle sue competenze di esploratore e le sue conoscenze di studioso.

Come raggiungere il silenzio non fa parte delle tre domande canoniche poste dall'autore di questo libro ma la risposta trentadue si occupa proprio di questo, e suona: immergersi nella natura, lasciare a casa ogni dispositivo elettronico... E studiare bene la risposta trentatré: una pagina vuota, nel suo silenzioso biancore..




da una rilettura di F. Rigotti






permalink | inviato da ioJulia il 26/10/2019 alle 20:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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