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Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


23 luglio 2016

OZIO

Starsene senza fare niente è l’arte dei pigri, ma anche di chi ricerca la verità attraverso la consapevolezza di ciò che accade veramente nel momento presente. Al giorno d’oggi è sempre più difficile, perché la nostra mente non vuole mai fermarsi. Non avere niente o poco da fare, oppure starsene senza fare niente: sono considerati comportamenti negativi, nella nostra società. Chi ha poco da fare, si sente a disagio, cerca “passatempi”, magari si vergogna di non essere indaffarato. Non pochi maestri spirituali hanno esaltato l’arte del non far nulla. Ecco cosa dice in proposito Thich Nhat Hanh.

Nella nostra società, abbiamo la tendenza a considerare il non fare niente come qualcosa di negativo, se non addirittura di malvagio. Ma quando ci perdiamo nelle attività, non facciamo altro che diminuire la qualità della nostra vita. Facciamo a noi stessi un disservizio. È importante, invece, preservare noi stessi, la nostra freschezza e il buon umore, la nostra gioia e la compassione. Nel Buddhismo, coltiviamo la “assenza di scopo”, ed infatti, nella tradizione buddhista, la persona ideale, un “arhat” o “bodhisattva”, è una persona poco occupata, qualcuno senza un posto di preciso dove andare o qualcosa da fare. La gente dovrebbe imparare come stare lì semplicemente, non facendo niente. Provate a passare una giornata senza fare niente; non la chiamiamo una “giornata pigra”. Eppure, per molti di noi, abituati a correre da una parte all’altra , una giornata pigra è realmente un compito assai arduo! Non è facile essere e basta. Se riuscite ad essere felici, rilassati e sorridenti, quando non state facendo qualcosa, siete abbastanza forti. Non fare niente porta qualità nell’esistenza, che è molto importante. Così, non fare niente è veramente qualcosa. Per favore, scrivetelo e mettetelo in evidenza all’interno della vostra casa: Non fare niente è qualcosa.





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17 giugno 2016

PENSIERO DEL GIORNO




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11 febbraio 2016

PENSIERO DEL GIORNO

"La cosa più nobile che spirito umano possa fare a questo mondo è vedere qualcosa, e dire in modo diretto quello che ha visto. Ci sono centinaia di persone che sanno parlare per una sola che sa pensare; ma migliaia sanno pensare per una che sa vedere. Vedere chiaramente è al contempo poesia, profezia e religione". 


                                                       da "Modern Painters" di John Ruskin




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28 gennaio 2016

NON SOLO PERRAULT

"Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna ... E in questo sommario disegno, tutto; la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto le spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste".

Mario Lavagetto

Dunque, le fiabe sono vere, come la vita; ma anche false, come la letteratura. Anzi, le fiabe sono letteratura allo stato puro cioè narrazione, racconto, affabulazione, sia pure letteratura popolare, in quanto esprimono le esigenze, i valori, i sentimenti dei ceti popolari, anche se trattano spesso e volentieri di re e di regine, di streghe e di fate, di magie e di miracoli. Ma non sono poi così distanti dalla letteratura cosiddetta alta.
C’è un tempo in cui gli antichi racconti popolari cominciano a essere trascritti, e poi reinventati, e poi riscritti. C’è un tempo in cui le fiabe diventano d’autore e ci sono, come in tutte le letterature, autori geniali che hanno lasciato la loro impronta indelebile.
Accade al lettore di fiabe di imbattersi in racconti che con poche varianti si ritrovano in raccolte di autori diversi, in tempi e luoghi talvolta assai distanti tra loro. Ad esempio, molte fiabe di Perrault (Pelle d’Asino, Cenerentola, La Bella addormentata nel bosco, Il Gatto con gli stivali, Pollicino, Le Fate) si ritrovano in un libro in dialetto napoletano pubblicato una sessantina d’anni prima (1634): il Pentamerone o Cunto de li cunti di Giambattista Basile, riscoperto, valorizzato e tradotto in italiano da Benedetto Croce. Basile è il più grande scrittore di storie fiabesche e tuttavia è difficile credere che Perrault avesse potuto intendere l’oscura lingua napoletana del Pentamerone.
Più probabile che lo scrittore francese attingesse a un comune ricchissimo fondo di narrazioni popolari, e anche a fonti propriamente letterarie, come l’Asino d’oro di Apuleio, il Decamerone del nostro Boccaccio, le Favole di La Fontaine (a loro volta ispirate ai racconti di Esopo e di Fedro). Le stesse fonti a cui attinsero tutti gli scrittori italiani ed europei di fiabe.
Tra gli autori italiani ce ne sono di importanti a cominciare da Gian Francesco Straparola, autore, attorno alla metà del Cinquecento, delle Piacevoli Notti, un testo ricco di meraviglie e di incantesimi; passando nel Seicento per il già citato Basile e nel Settecento Carlo Gozzi che porta la fiaba sulle tavole del palcoscenico; giungendo infine all’Ottocento con Tommaseo, De Gubernatis, Imbriani, Collodi, Capuana; senza dimenticare quelli più vicini a noi, come Gozzano e Gianni Rodari. Con buona pace di quanti affermano che la fiaba sarebbe estranea alla nostra tradizione letteraria e che non è mai esistito un Grimm italiano possiamo rivendicare il merito di una produzione tutt’altro che secondaria.




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7 settembre 2015

PENSIERO DEL GIORNO



"Teniamo quello che vale la pena di tenere e poi, con il fiato della gentilezza, soffiamo via il resto"

George Eliot







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14 ottobre 2014

PENSIERO DEL GIORNO

"Ogni ignorante immagina che l'esistenza intera sia in funzione della propria individualità, come se non esistesse altro che lui; pertanto, se accade una cosa che è contraria a ciò che egli vuole, egli afferma decisamente che tutto ciò che esiste è male". Ma la verità è che tutti i grandi mali "che gli individui umani provocano gli uni agli altri per i loro fini, le loro brame, le loro opinioni e le loro credenze, sono a loro volta tutti conseguenti a una privazione, perchè sono tutti conseguenze dell'ignoranza, ossia della privazione della conoscenza. Ogni individuo in ragione della sua ignoranza arreca a se stesso e agli altri grandi mali".

Tratto da "Guida dei perplessi" di Mosè Maimonide, fine interprete della parola di Dio e di Aristotele, il quale ci rammenta che in questo mondo siamo "la goccia di un secchio".




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30 agosto 2014

COSE PERDUTE

           

"Alle undici in punto, sostiene Pereira, il suo campanello squillò. Pereira aveva già fatto colazione, si era alzato presto, e sul tavolo della sala da pranzo aveva preparato una caraffa di limonata con dei cubetti di ghiaccio". Il personaggio di Antonio Tabucchi è un fedelissimo della spremuta di limone con acqua e zucchero, bibita ante-litteram mai davvero abbandonata a dispetto di tempi, mode, pubblicità. Perché facile, fresca, dissetante più o meno tutto quanto chiediamo a una bevanda in special modo con l’urgenza della sete. La buona, vecchia limonata è stata l’antesignana di quella che oggi è una offerta folta e variegata di bottigliette e lattine proposte da un marketing sempre più aggressivo. Ogni etichetta garantisce di volta in volta magrezza, prestazioni, successo, allegria: tutto concentrato in pochi sorsi miracolosi, ben al di là dell’obbiettivo originario. Dissetare e restituire liquidi all'organismo. Infatti bisogna indurre a bere a prescindere dalla sete così da ampliare la domanda anche se non siamo ancora davvero addicted come gli americani che consumano più del triplo della nostra quota annuale. Bibite non acqua perchè l’acqua non basta più: le nuove bibite l’hanno soppiantata a colpi di vitamine (di sintesi), sali, aromi, coloranti. Il tutto addolcito da quei famosi zuccheri nascosti. Allarmante anche la presenza in molte bibite del conservante benzoato di sodio (E211) che in presenza di luce e calore reagisce con l’acido citrico, formando il tossico benzene (occhio all’etichetta!). Ed ecco come Berselli mi aiuta a fare un salto ai tempi della bibita:
"Sere d’estate, non ancora dimenticate. Si disegna nella memoria il caffè sulla piazza di paese. Il caffè è interclassista, figurarsi, e fino a una certa ora non distingue fra adulti e bambini, specialmente il sabato. Anche i piccoli infatti hanno diritto alla fetta di cocomero nella baracchina appena fuori: ma l’oggetto del desiderio è il bicchiere della bibita frizzante, colorata, assurda. Perché l’approccio alle bollicine rappresenta in verità uno dei riti di passaggio per l’infanzia di quegli anni grigi e soleggiati, intrisi di polvere e luce: dapprima le bibite sono soltanto un fastidioso pizzicore nel naso, tale da generare una ripulsa sdegnata accompagnata da smorfie comiche, e risate degli adulti; e invece all’improvviso si dispiega come un piacere impagabile, insostituibile, da conseguire anche a prezzo di pianti, ricatti e strepiti. Aperta la gazzosa, o gassosa, gazosa, che per tappo aveva una pallina di vetro verde incastrata nel collo della bottiglia (qualcuno la chiamava la balètta o la gagna), che andava spinta con adeguata cautela verso il basso, scrosciava nel grosso bicchiere del bar l’acqua fresca dell’innocenza, dolcificata ed effervescente" e che io non ho mai conosciuto. "Il tappo a corona, quello che doveva diventare il protagonista delle gare di ciclismo a tappetti, sarebbe arrivato molto più tardi. E forse si potrebbe dire che la gazzosa era un antecedente storico della Sprite, anche se allora era semplicemente il piacere di una modernità sorprendente. Il piacere di bere una bibita artificiale, che non esiste in natura, prodotta da centinaia di piccole industrie locali: allora, negli anni delle felicità piccole, intense e irripetibili, quando eravamo indistruttibili, non avevamo paura di coloranti e di sostanze matte, nell’età del citrato e delle polverine, l’artificialità delle bibite apparteneva alla sperimentazione del possibile. Mettere un po’ di gazzosa nella birra, aggiungerla al vino, procedere a mescole e mescite per allungare indefinitamente il piacere. Il senso di una estemporanea felicità. Anche il chinotto, naturalmente, poteva andare. Ma il chinotto conservava un sentoreche richiamava un frutto. Era una bibita sì fabbricata, ma che manteneva un legame per quanto labile e mediato, con la natura, con agrumi e frutti ignoti, mai visti eppure botanicamente certificati. Chi aveva mai visto un chinotto? (e chi un tamarindo, per dire?). Era troppo evidente, quel vincolo, e quindi tale da risultare gradito ad alcuni e meno ad altri, e comunque implicava un avvicinamento e un apprendimento, una socializzazione all’aroma. Mentre la gazzosa era il nulla imbottigliato, lo spumeggiare lieve di un attimo, un formicolio sul palato e nelle narici, e niente più: esperienza irripetibile di una società bambina. L’ambiente prevede un juke-box, un calciobalilla, fumo di sigarette. Gazzosa vuol dire una madeleine popolare, altro che l’aristocrazia proustiana: ma provarla adesso con le attuali gazzose multinazionali delude ogni volta: perché le gazzose nelle lattine, al limone e al lime, non sono mai abbastanza fredde come allora, mai frizzanti a sufficienza. Era l’epoca dei ghiaccioli, del Mottarello «gelato da passeggio igienico e gustoso», dei colori pazzeschi, di sostanze quasi fosforescenti e ingredienti sintetici che oggi verrebbero messi immediatamente all’indice. Ma è una chimica che allora ha permesso a interegenerazioni di adolescenti di sostituire le bibite più costose, dalla Coca-Cola all’Oransoda, con la spuma al cedro o all’arancia. Prezzi modici, infatti. Si veniva da partite di calcio più o meno infinite, nella polvere di campi assolati. E alla fine un bicchiere grande di spuma, che gratifica il palato e ovviamente alla fine aumenta la sete, così che se ne può bere un’altra, con il gusto piacevolmente irresponsabile che si accompagna a ogni bibita gassata. Bere a garganella, gonfiarsi lo stomaco. Poi provare la spuma al bitter, o al ginger, che piacciono soltanto ai depravati o ai finti moderni, la Spumador che rivaleggia con il chinotto,a spuma-spuma che sa di spuma e basta, spuma al quadrato, spuma in quintessenza di spuma. Era il tempo delle bibite: anche questa parola, bibita, si è quasi estinta.Vorrà pur dire qualcosa: perlomeno che non ci sono più le bevande di una volta, proprio come le mezze stagioni, come il tempo perduto della gazzosa."

Nella mia limonata non metto ghiaccio ma un mazzetto di menta selvatica appena colta...




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22 giugno 2014

CITTA' LETTERARIE

Non so se bisogna più amare la città o la letteratura per fondere entrambe in un unico pensiero, o se basta leggere casualmente un articolo sulle città più letterarie scoprendo, neanche a dirlo, che ai primi posti spiccano Londra, New York, Roma, Parigi...
Le città non sono solo luoghi, ma immani depositi di vita che la letteratura si incarica di descrivere, tramandare e rendere, quando è possibile,
immortali per poi finire col riflettere tensioni e desideri di chi le abita, sia pure sotto forma di personaggi romanzeschi.
Anche se non tutti hanno una città e un libro che la ricorda non credo si possa fare a meno di pensare a Londra senza Dickens, Parigi senza Balzac, Roma senza Moravia, Madrid senza Hemingway, la lista è lunghissima...
Qui ho scelto ciò che ho vissuto e più amato.

Varsavia
Di quando in quando passava sferragliando un tram dipinto di rosso; dai fili elettrici, in alto, si sprigionavano crepitanti scintille azzurre; gli alti palazzi dagli ampi portoni, le vetrine sfarzosamente illuminate dei negozi, il poliziotto russo in piedi in mezzo alle due carreggiate, i Giardini Sassoni, i cui rami fronzuti sporgevano sopra l'alta cancellata. In mezzo al fitto fogliame trapelavano e svanivano piccole luci.
Isaac Bashevis Singer,  La famiglia Moskat


Istanbul
Tutto attorno c'è molto rumore, e cemento, dappertutto. Ma i cambiamenti di superficie non significano niente: a conoscerla davvero, questa è la Costantinopoli di sempre. Il suo fascino è intatto." Istanbul, Orhan Pamuk

Londra
Si accendevano le luci, e dal mattino Londra era incredibilmente cambiata. Era come se, dopo la fatica di tutto il giorno, la gran macchina avesse fabbricato col nostro aiuto qualche metro di qualcosa di molto eccitante e bello, un fiero tessuto splendente, dagli occhi rossi, un mostro abbronzato e ruggente dall'alito caldo.
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé


Roma
La percorriamo in ogni senso con scrupolo; io mi familiarizzo con la topografia dell'antica e della nuova Roma, osservo rovine ed edifizi, esploro questa e quest'altra villa, lentamente mi accosto alle maggiori bellezze e non faccio che aprire gli occhi e guardare, che andare e venire, giacchè solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma.
Goethe, Viaggio in Italia

Parigi
In veste rosa e verde l'aurora, tremando, avanzava lenta sulla Senna deserta e cupamente Parigi, stropicciandosi gli occhi, imbracciava i suoi attrezzi,
vecchia laboriosa.
Charles Baudelaire, I fiori del male




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27 maggio 2014

EROS E ARTE

               "Louise - scrive Charles Baudelaire - era una prostituta da cinque franchi. Una volta venne con me al Louvre dove non era mai stata: divenne tutta rossa, si coprì il volto e, tirandomi per la manica mi chiedeva, davanti a statue e quadri immortali, com' era possibile che si ostentassero pubblicamente simili indecenze".
In effetti, al Louvre, si vede molto erotismo e molto bene. Il sedere più bello è quello dell' Ermafrodito   scolpito da Gian Lorenzo Bernini, fa capolino il masochismo con Allegoria della vittoria di Matthieu Le Nain, l' omosessualità è esibita con Jacques-Louis David e il suo Leonida alle Termopili (con soldati che si toccano), scene orgiastiche appaiono in La morte di Sardanapalo di Eugène Delacroix, c' è una bionda inseguita da angioletti che le appiccano il fuoco al petto e tra le gambe dipinta da Jean-Honoré Fragonard, c' è il lesbismo con Jean-Auguste Dominique Ingres in Il bagno turco e le sue donne nude che si osservano e toccano, masturbazione in Venere e Adone di Dirck de Quade van Ravesteyn, seduzione in Domenichino, palpeggio esplicito in Rubens in Issione re dei Lapiti, donne che si accarezzano con la Scuola di Fontainebleau (che ho inserito) e una specie di stupro in Lotta tra Amore e Castità del Perugino.
Perché l' arte antica può osare e non disturba il comune senso del pudore mentre foto e pubblicità creano a volte disagio. L' arte è un medium che consente di ritenere accettabile anche una sessualità esibita o perversa ciò che non accade nei film e in fotografia perché qui si ritrova un residuo del vero. E ciò che rende le oscenità dell' arte classica più accettabili è il riferimento dei temi erotici raffigurati alla mitologia classica che serve da schermo nobile. 
Storicamente ci sono state oscillazioni nella pudicizia: il Quattrocento non era sessuofobico e annovera tra gli artisti molti omosessuali, tanto che non si dà gran peso alle accuse di sodomia rivolte a Leonardo; lo è la Controriforma, che fa dipingere i braghettoni al Giudizio universale di Michelangelo per coprire i nudi, di nuovo non lo è il Settecento libertino. Le avanguardie sono state anerotiche, se si eccettua Salvator Dalì e per quanto riguarda l'arte moderna non c'è altro che esagerazione come strumento di trasgressione e rottura.
E' così che si riscopre l' erotismo nell' arte classica, dove tutto quello che siamo già era.




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9 aprile 2014

MUSICA

Mi piace pensare alla musica come a una scienza delle emozioni, citando George Gershwin..Sentire musica attiva una vasta rappresentazione di centri cerebrali. La musica suscita reazioni fra le più intense nei meccanismi nervosi delle emozioni. L'intensità dell'emozione non dipende dalla musica, ma dal cervello che l'ascolta: un brano di Bach o di Mahler può provocare un'emozione intensa quanto quella che un altro cervello, indifferente a quei suoni, prova ascoltando un bolero strimpellato in un pub. La musica è quindi un prodotto del cervello. La musica cambia non solo i centri nervosi delle emozioni, ma anche le connessioni fra i centri cerebrali dell'emotività e quelli muscolari, neuro-vegetativi ed endocrini. Sino alla riproduzione meccanica del suono, che avvenne poco più di un secolo fa, la musica si doveva cercare. Oggi accade il contrario: siamo raggiunti ovunque dalle note. Anzi, a volte non riusciamo a liberarcene, a evitarle. Chiedersi quali siano funzioni, scopi e usi della musica nella società contemporanea non è cosa semplice, perché essa è diventata la regolatrice del tempo che utilizziamo e una componente essenziale delle nostre emozioni. Per questo un buon motivo musicale aiuta la vendita dei prodotti e promuove l’immagine; per la medesima ragione la nostra giornata è cadenzata da alcune musiche, anche se non ce ne accorgiamo. A volte è la musichetta che ci saluta allo squillo del telefonino o nell’accensione del computer, altre volte precede le notizie di radio e Tv, altre volte ancora è il sottofondo che ascoltiamo inconsciamente al supermercato, in un’attesa di chiamata, al ristorante o al bar. Ormai è diventata immagine. Occorre aggiungere che la musica, come tutte le componenti della vita, ha bisogno di riflessione per essere capita. Non c’entra il genere. In essa c’è sempre un messaggio che dobbiamo mettere in comunicazione con il nostro spirito, si tratti di un motivetto o di note dure del rock più aggressivo, di un’aria lirica di Verdi o di una cantata di Johann Sebastian Bach. La musica parla immediatamente al nostro cuore e quindi entra in noi attraverso vie privilegiate: per questo è importante sceglierla a seconda di ciò che desideriamo. Forse il problema dell’uomo contemporaneo è quello di ritrovare una sua armonia, quindi una sua musica, e non di essere un soggetto passivo.  Soltanto scegliendo le «nostre» note ne ricaveremo educazione, piacere, nonché quella catarsi di cui parlava Aristotele, e anche una difesa contro tutto quello che consideriamo rumore.

 Tratto in parte da Neuroscience marzo 2014




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24 febbraio 2014

GIOVANI E GIOVENTU'

 «Giovani adulti e gioventù. La gioventù si rivolta contro i padri, o perché nauseata dalle relazioni “patriarcali”, che le appaiono ossificate, non dignitose, limitate e vuole cambiarle, oppure fa provocatoriamente intendere essere giunto ormai il tempo in cui i “vecchi” si facciano da parte e lascino i loro importanti posti alla generazione che avanza. In ciò consiste la differenza tra i giovani adulti e la gioventù: questa apporta il cambiamento, i giovani adulti non conoscono gioventù, si limitano a maturare negli uffici, nelle funzioni, nella somiglianza ai propri padri che sono riusciti, ma hanno superato i limiti di età. I giovani adulti si augurano di maturare il più rapidamente possibile in situazioni già pronte e di stabilirsi in esse come nel proprio regno. Non affacciano alcuna nuova idea, non abbondano in immaginazione, ma sono ambiziosi e impazienti. Da qui i loro ripetuti appelli agli adulti; affidate alle nostre mani le vostre già avviate imprese.
Non conoscono il tormento della ricerca e del dubitare giovanili, non hanno incontrato la felicità della rivolta giovanile, la differenziazione, il disincanto. Dalla tenera età soffrono di saccenteria, gli piace ammaestrare, dinanzi a loro la realtà si dispiega come cosa data e utilizzabile. Ma con loro la sorte non è stata benigna: non ancora carichi di anni, sono vecchi anzitempo.
Il giovane adulto si sviluppa e matura in un ambiente già definito, con esso si identifica, non ne indaga la legittimità, a lui, giovane adulto, basta che sia proficuo e prometta un’ascesa vertiginosa o almeno garantita. »

K. Kosìk, Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia




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24 giugno 2013

PAZIENZA

           

Riflessioni sul Camino de Santia

Pazienza, pazienza

Pazienza nell’azzurro

Ogni atomo di silenzio

E’ la fortuna di un frutto maturo.


Paul Valéry Palma


La pazienza consiste nel saper attendere, non nel senso in cui l'attesa è ricerca di un risultato e per questo inevitabile impazienza, ma nel senso in cui essa è un modo di restare immobili in uno stato di disponibilità.






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22 febbraio 2013

LA CURA

 Una guerra silenziosa arma l’uno contro l’altro gli italiani. È la guerra del diritto contro il privilegio, dell’equità contro l’ingiustizia. È anche la guerra dei più giovani contro il potere degli anziani. Delle donne contro le strettoie d’una società maschile. Dei singoli contro il concistoro delle lobby. Dei talenti contro i parenti. Più in generale degli spiriti liberi, dei senza partito, contro l’obbedienza cieca e serva reclamata dalla politica.
Per vincere la guerra c’è una camicia di gesso da mandare in pezzi. Quella del localismo, del nepotismo, del maschilismo, del clientelismo, del corporativismo, del favoritismo, dell’affarismo e di tutti gli altri ismi che paralizzano la società italiana. Perché da queste parti l’ascensore sociale non funziona, è sempre fermo al piano di partenza. Perché ti passa la voglia di sbatterti e sudare, quando sai già in anticipo che la tua carriera dipende dal certificato di nascita che hai ricevuto in sorte, o nel migliore dei casi dalla benevolenza dei potenti. E perché infine questa situazione ti toglie slancio, dinamismo, fiducia nel futuro.
Da qui un pessimismo duro e compatto come una lastra di piombo. Il futuro non è più quello di una volta, diceva il poeta Valéry. Oggi lo dice, pressoché all’unisono, il popolo italiano. C’è insomma in circolo come uno scoramento collettivo, un senso di frustrazione che si è trasformato in depressione. Nessuna autorità, sia civile sia politica, riscuote più il consenso del popolo italiano. E dunque si salvi chi può. Dentro la cornice delle regole, ma più spesso al di fuori. Difatti la sfiducia nel sistema deborda fatalmente in sfiducia nelle regole che governano il sistema, nella loro capacità d’assicurare un minimo d’equità alla nostra convivenza. C’è quindi bisogno d’una cura. Anzi: serve una terapia d’urto, non basterà qualche aspirina.
D’altronde le regole consuete non valgono durante un’emergenza: c’è un diritto per il tempo di pace, ma c’è anche un diritto per il tempo di guerra. E la crisi di libertà, di giustizia, d’efficienza, di legalità che si è rovesciata sull’Italia è altrettanto micidiale d’una guerra, perché ha corrotto il nostro tessuto connettivo, il nostro paesaggio umano, così come le bombe devastano il paesaggio naturale. Questa sciagurata condizione rende l’Italia un laboratorio perfetto per sperimentare soluzioni non convenzionali. Poi, se funzionano, magari in qualche caso potremmo anche esportarle: dopotutto il problema di coniugare eguaglianza e libertà all’insegna del merito è un problema universale.
Però la questione si pone proprio qui a lettere maiuscole, dunque è qui che c’è maggiore urgenza d’un brevetto. Per meglio dire, c’è urgenza di un doppio colpo di frusta, sia per la società civile sia per la società politica. Rompendo il potere delle corporazioni, delle camarille, delle lobby, che sono un ostacolo all’affermazione dei migliori. Ma al tempo stesso rompendo il potere dei partiti, restituendo lo scettro ai cittadini, innervando la democrazia rappresentativa con un’iniezione di democrazia diretta. Perché nessuna terapia può guarire l’ammalato se non interviene lì dove si propaga l’infezione, all’origine della catena di comando. E perché il pesce, come dicono nel Meridione, puzza sempre dalla testa.
Al termine di questo viaggio, dovremo perciò correggere il concetto stesso di democrazia, o almeno la falsa democrazia che conosciamo. Da qui il decalogo che percorre questo libro: dieci proposte radicali, per estirpare la malapianta alla radice. Non sempre, a questo scopo, è indispensabile coniare una regola nuova di zecca. Talvolta il rimedio esiste già, soltanto che non viene mai applicato: nella Costituzione italiana, per esempio, c’è un serbatoio di soluzioni di cui quasi nessuno sospetta l’esistenza. Oppure il rimedio era stato individuato nei secoli scorsi dai nostri antenati, per poi cadere nell’oblio: l’esperienza dell’antica Grecia può ancora impartirci una lezione. Ma in via generale in Italia l’ordine costituito ha legittimato il disordine esistente, sicché c’è bisogno di fondare un nuovo ordine, senza troppi compromessi col passato. Come osservò Voltaire, Londra divenne una città ordinata dopo che un incendio la ridusse in cenere, obbligando i londinesi a ridisegnare strade e piazze. Ecco perciò la conclusione: "Volete buone leggi? Bruciate quelle che avete, e fatene di nuove".

Dalla prefazione del libro di Michele Ainis "La cura"




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21 dicembre 2012

PENSIERI CONTRO

            C'è una divinità malefica nella tradizione sarda che si chiama sempilcemente "Quello fuori di noi". Il male è altro. E' il diverso, l'alieno. E' il diavolo. Così abbiamo creduto per secoli, ce lo hanno insegnato a scuola, le religioni ne hanno dato spiegazioni e rappresentazioni dettagliate. In realtà il male è in tutti noi. Abita il nostro interno. Già Freud aveva visto che Eros non produce solo bene, la ricerca di appagamento nell'altro può portare al suo malefico soffocamento. I confini tra il bene e il male non sono quindi mai così netti come siamo portati a credere. E' il caso di chi ricorrendo alle tipiche frasi come "Io sono sincero, dico tutto quello che penso" si sente autorizzato a tirare fendenti a destra e a manca. Non risparmia nessuno, assolvendosi da ogni responsabilità in nome di una qualità, la sincerità, normalmente connessa al bene. In realtà chi si comporta così mette in atto azioni di un sadismo sconcertante. Ecco che le carte si sono quindi rimescolate in un attimo: il male è produttore di bene così come il bene è capace di creare il male. Nel saggio La necessità del male Valcarenghi propone una pedagogia per il riconoscimento del nostro lato malvagio. Oggi l'educazione si orienta a riconoscere solo il bene nei bambini mentre il male è trattato come incidente di percorso, come qualcosa che non deve accadere perchè non naturale. Il risultato è che nella personalità infantile inizia a formarsi un senso di colpa insidioso perchè il bambino sente di non essere solo buono. Secondo questa impostazione la norma "comportati bene" dovrebbe coincidere con la nostra natura dal momento che siamo nati buoni. Non è ovviamente così. La norma è necessaria proprio perchè non coincide con il desiderio, altrimenti non sarebbe necessaria. Il male si aggira in prossimità del nostro Io. E' la sua Ombra. Se l'Io rappresenta la coscienza l'Ombra è l'inconscio. Sta in disparte a lungo poi può esprimersi attraverso inattesi colpi di coda. Che spesso fanno male, sono dolorosi ma che inaspettatamente possono rivelarsi costruttivi. Troppo spesso la razionalità non ha l'energia necessaria per le rivoluzioni della vita. Un capovolgimento radicale può essere allora guidato dalle forze oscure. L'Ombra è personificazione del male ma a volte mostra un aspetto favorevole e non infausto alla malvagità.
Si apre una nuova prospettiva: il male a volte fa bene.

Da una rilettura di Claudio Widmann.
 




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11 novembre 2012

BREVITA'

Della brevità l'aforisma è la forma storicamente più apprezzata, racchiude concisione e profondità, unendo come scriveva Savinio "potenza massima e minimo volume". Il grande aforisma riesce in poche parole a dare un'immagine autentica quanto paradossale dell'esistenza; sorprende, spiazza ma non è una battuta comica. Anche se talvolta può fa ridere il suo tono è acre, disilluso, dissacrante.
Fissa in rapidi scatti le molteplici esperienze della vita, fornisce insegnamenti o più spesso contro-insegnamenti differenti dalla morale comune e perbenista. Non cerca scappatoie ma affronta le cose di petto mettendole in vista. E' una medicina fastidiosa ma forse salutare.
La mia scelta cade su Silvana Baroni, da "Il bianco, il nero, il grigio" :


"Si tace anche a vanvera"




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