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Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


1 settembre 2018

SETTEMBRE


Lotte Laserstein

                                                     Lotte Laserstein    -   Im Gasthaus (In the Restaurant)

“Neue Frau” era il termine che veniva dato alle donne giovani, ribelli e indipendenti, alle “teste calde” che popolarono la Germania tra le due guerre, che si tagliavano i capelli corti e vestivano da uomini. Durò solo un decennio, prima che il calcagno del nazismo schiacciasse le loro teste.
Tra queste, Lotte Laserstein, che in più era ebrea, e che fu costretta a rifugiarsi in Svezia allo scoppio della guerra dove è poi scomparsa in una vita oscura di cui non è rimasta praticamente traccia. Nel 1986 il suo lavoro, che ha il suo corpus tra il 1920 e il 1930 viene riscoperto da uno scrittore che cercava informazioni sul Prof. Erich Wolfsfeld, che era stato anche il maestro di pittura di Lotte. Nessuno conosce questa artista. Nel 1987 venne così organizzata alla Belgrave Gallery di Londra una mostra che fece molto parlare, anche se portò poi alla dispersione delle sue opere.
Lotte, che era nata in Prussia nel 1898 morirà a 95 anni a Kalmar in Svezia nel 1993. Può essere collegata alla Nuova Oggettività o al Realismo tedesco.

Allo Städel Museum di Francoforte dal 9 settembre ci sarà una mostra a lei dedicata.
Ecco le parole di  Anthony Crichton Stuart:
«Lotte Laserstein è così importante perché il XX secolo come nessun altro periodo prima di esso, ha prodotto un numero straordinario di artiste che, nonostante il loro evidente talento sono state emarginate, e il loro lavoro non è mai stato apprezzato. Nonostante questo hanno arricchito notevolmente la nostra storia culturale, il ruolo di queste artiste -sia nel mondo commerciale che in quello accademico- non è mai stato pienamente riconosciuto. Così, il lavoro di Lotte Laserstein sta ricevendo solo ora l’attenzione che giustamente merita. Grazie a prestiti incredibilmente generosi da Svezia, Belgio, Gran Bretagna, Germania e U.S.A., l’esposizione mostra il lavoro potente di una pittrice».




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1 agosto 2018

AGOSTO



La Casa Rossa - Roberto Melli - 1923.


Un piccolo quadro, in parte dimenticato, di valore estetico assoluto, e totalmente inedito per lo stile italiano. Un quadro che i visitatori frettolosi della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma spesso ignorano, ma che preannuncia la pop art e la pittura metafisica di Hopper che, proprio in quegli anni, aveva iniziato negli Stati Uniti la sua ricerca in felice solitudine. Un quadro del quale non era possibile sino a pochi anni fa ritrovare traccia nel web, e che solo pochi storici dell'arte citano.
Al centro dello spazio una casa rossa su una collina che credevo potesse essere una casa del Lungotevere, a Testaccio, dove Melli abitava, e che ho scoperto poi essere Villa Strohl Fern, vista da via Flaminia Vecchia, all'epoca sede di numerosi studi d'artista ( da Trombadori a Oppo, da Arturo Martino a Guidi), oggi invisibile per la crescita degli alberi.
La "casa" si staglia su un cielo azzurro, uno di quelli che i romani conosco bene, dipinto  in estate, con l'aria un po' stanca del pomeriggio.
La prospettiva è totalmente rispettata, ma lo spazio diventa addirittura metafisico. Tutto è immerso nel silenzio. Non ci sono persone. Non c'è nessun compiacimento paesaggistico. 
Nel 1923, dopo aver attraversato il futurismo con dipinti e sculture di valore fondamentali (la donna con il cappello, una lama nella coscienza), appena due anni dopo la Marcia su Roma, due prima del quadro di Hopper, Melli (1885 -1958) aveva aperto una porta che gli italiani non erano stati in grado di vedere.


fonte: A. Accatino




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1 luglio 2018

LUGLIO

  Risultati immagini per CIURLIONIS

Mikalojus Konstantinas Ciurlionis   -   Sparks    -    1906


«Vorrei scrivere una sinfonia sul mormorio delle onde, con il linguaggio segreto delle foreste millenarie, con il luccichio delle stelle, con le nostre canzoncine e con la mia tristezza infinita». 
Così Mikalojus Konstantinas Ciurlionis pittore e musicista lituano titolare di una biografia da romanzo russo dell' Ottocento scriveva alla fidanzata. Dotato di sapienza enciclopedica alla Florenskj e talento visionario di sorprendente modernità: amato da Stravinsky, riconosciuto da Kandinsky come uno dei profeti dell' astrattismo di confessione spiritualista. A cinque anni il padre organista gli insegna a suonare il pianoforte mentre la mamma gli racconta antiche fiabe popolari, primo impatto con il mondo magico del mito che ossessionerà la sua poetica. Studia filosofia (tedesca, orientale, indiana), storia delle religioni, cosmologia, astrologia, astronomia (un asteroide porta il suo nome), fisica, geologia. E psicologia sperimentale. Destinato a una carriera di musicista e compositore, dopo un viaggio a Praga e Dresda, Monaco Vienna, dove ha scoperto l' arte romantica e simbolista, cambia strada e si dedica alla pittura. Ma pochi lo capiscono. Ipersensibile, soffre di depressione. La lettera di Kandinsky che nel 1909 lo invita a esporre a Monaco lo raggiunge quando è già stato ricoverato nell' ospedale psichiatrico dove morirà a 36 anni. M.K. Ciurlionis, benché da vivo abbia conquistato una certa fama non riesce però a vendere le sue opere. La quasi totalità della sua produzione pittorica, come  i suoi spartiti e i suoi manoscritti sono custoditi al museo nazionale di Kaunas che porta il suo nome e non ha mai lasciato il territorio nazionale. La maggior parte delle opere realizzate dall'artista sono estremamente fragili per la scarsa qualità dei materiali (tempera, acquerello, spesso su carta) da lui utilizzati a causa della precaria situazione economica. La sua pittura è una sofferta odissea nello spazio della metafisica. Sospesa tra terra e cielo, realtà e mito, figurazione e astrazione. Farcita di simboli. Usa i colori in chiave emotiva, non descrittiva. Crea mondi nuovi. Inventa paesaggi fantastici dove svettano architetture immaginarie che ricordano Alberto Savinio. Ritrae marine che sarebbero piaciute a Rotckho. E montagne incantate che hanno la forma sinuosa di un' onda di Hokusai. «Un' arte magica - osservava lo scrittore francese Romain Rolland - di fronte alla quale si prova la stessa sensazione di quando, addormentandoci all' improvviso, ci sembra di volare».

Ho scelto questo perchè mi ricorda le lucciole che in questo mese si vedono in campagna. Imperdibile il ciclo "La creazione del mondo".






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1 giugno 2018

GIUGNO

Risultati immagini per malerba pittore

Gian Emilio Malerba - Maschere - 1922



Non c'è una storia speciale per raccontare di Malerba. Mi piace ricordarlo perchè completamente dimenticato, mai citato con Casorati o Donghi e sebbene fosse tra i fondatori del gruppo Novecento insieme a Sironi, Oppi e Marussig. Insieme aderiscono alla famosa corrente del Realismo Magico che si distingue per le sue atmosfere sospese e sognanti, quasi surreali. Il primo a riconoscere il valore artistico di Gian Emilo Malerba fu Vittorio Emanuele III che volle acquistare il suo dipinto Il cappello nero. Espone alla XIII Biennale di Venezia con diversi dipinti tra cui il celebre Maschere.Gian Emilio Malerba si spegnerà prematuramente a quarantasei anni nella città di Milano nel 1924 lasciando molti suoi dipinti in collezioni private e ben pochi in quelle pubbliche, continuando così a rinfocolare il proprio mito di pittore dimenticato, circonfuso da un’aura di magia e sogno senza fine.     




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1 maggio 2018

MAGGIO


Deiva de Angelis   -   Nudo femminile  -   1912



Deiva de Angelis si vestiva da uomo seguendo la moda androgina europea e si ritraeva con la sigaretta in bocca. Audace ed esuberante, amava la pittura d’avanguardia, ma era capace di forme solide e antiche, di linee pure.
Passata come una meteora nel mondo artistico romano lascia misteri e interrogativi, colmati in parte dalle testimonianze di contemporanei e da qualche studio recente.
Nata forse a Farneto o a Gubbio nel 1885 da una ragazza madre, si chiamava Deiva Terradura. Povera, ma intraprendente, si trasferisce molto giovane a Roma, dove vende violette in piazza di Spagna. In cerca di fortuna, la trova nell’architetto e acquarellista liberty William Walcot che se ne innamora e ne fa la sua modella. Walcot la fa girare in Europa, Londra, Parigi, ne scopre il talento e la trasforma in pittrice.
Tornata a Roma, dà una forte svolta alla sua vita. Lascia Walcot e sposa l’avvocato romano De Angelis, di cui prende il nome. Nel 1913 l’esordio nel mondo artistico romano alla I Esposizione d’arte della Secessione a Palazzo delle Esposizioni. Il suo Studio d’uomo compare accanto a opere di Matisse, Monet, Manet, Renoir. Partecipa ad altre esposizioni della Secessione e inizia una carriera brillante che la porta nel “salotto buono dell’arte nazionale”.
Dipingeva nudi, ritratti, autoritratti, paesaggi, su tela, tavola, cartone, materiali poveri. Purtroppo rimangono pochi dipinti, perché l’artista, ammalatasi di cancro nei primi anni Venti, dovette venderne la maggior parte per curarsi. Per quel male si spegnerà nel 1925 non ancora quarantenne. A Deiva Terradura De Angelis è stata intitolata una via a San Mariano, comune in provincia di Perugia.




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1 aprile 2018

APRILE




Jeanne Mammen The Redhead 1928


Jeanne Mammen viene descritta nella presentazione della sua mostra berlinese come "…una delle figure più ingombranti e più colorate della recente storia dell'arte. Come artista berlinese, ha vissuto due guerre, distruzione, povertà e il ritorno delle rovine in modo molto personale e produttivo. Come solitario e acuto osservatore, Mammen ha sviluppato una personalità potente con un messaggio chiaro: la distanza crea vicinanza. Non ha risparmiato alcun ambiente e nessuna esperienza. Ha ritratto contemporanei glamour, il nuovo tipo di donna sicura di sé, così come la vita notturna frivola o figure ai margini della società ... icone distintive della "Golden Twenties"…" Il suo sguardo si ferma su tutto, soprattutto sulle donne di malaffare, le amiche, le donne sole, povere, con lo sguardo torbido, ridente, scatenato, o disperato.




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1 marzo 2018

MARZO


Gerald Murphy  -  Watch  -  1925


«Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso...» E' l’Hotel du Cap, quello dell’incipit di Tenera è la notte di Francis Scott Fitgerald, ancora oggi prestigiosissimo ma bianco e non rosa. Lì vicino, Villa America aveva un' insegna dipinta dal proprietario che giocava sul tema della bandiera americana, anticipando di qualche decennio lo stile Jasper Johns, e fu, negli anni '20 dell' età del jazz e della Lost Generation, il centro di un piccolo mondo moderno in cui si sfiorarono, si conobbero, si amarono, si odiarono, alcuni dei personaggi più celebri dell' epoca. Villa America era la casa di Sara e Gerald Murphy. Che erano giovani, ricchi, belli, americani, eccentrici, fortunati, eleganti, felici, e furono per Francis Scott Fitgerald i modelli dei Diver di Tenera è la notte: il romanzo a loro dedicato. Ma troviamo pezzi di entrambi anche in Le nevi del Kilimanjaro, in Festa mobile, in Dos Passos. Attorno a loro, attorno alla loro casa e all' immagine dei belli e felici si raccolse un gruppo che era l' élite dell' arte, della cultura e del gusto di quegli anni e della Lost Generation: Pablo Picasso, Ernest Hemingway, Fitzgerald, Cole Porter, John Dos Passos, Dorothy Parker. Gerald era l' erede di una grande fortuna, un uomo colto e gentile che solo l' esagerata ricchezza allontanò da una strada nell' arte che gli si apriva davanti, come pittore e scenografo; un suo quadro gigantesco, Boatdeck, fu ospitato al Salon des Indépendents del 1924.

E' a Parigi, in anni esaltanti di avanguardie artistiche, che Gerald scopre la pittura, e inizia a fare quelle conoscenze che consolideranno il suo mito. Studia pittura con Natalia Goncharova e suo marito Michael Larionov che lo introducono nel circolo di Sergei Diaghilev’s dove diventa intimo di Jean Cocteau, Picasso, André Derain e Léger, che diventa il suo mentore. Gerald dipingerà solamente dal 1921 fino al 1929, elaborando uno stile assolutamente originale, che di fatto, supera cubismo e precisionismo. Realizza, in controtendenza, tele anche di grandissime dimensioni che esaltano oggetti di uso comune, colti dalla pubblicità o dagli scaffali dei negozi. Trasformati in icone. Un’intuizione che anticipa realmente il movimento pop art di Andy Warhol.





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1 febbraio 2018

FEBBRAIO


Gerda Wegener   -  Three young women in hats   -    1920



Nei primi anni del novecento l'artista Gerda Wegener giunse ad una soluzione creativa quando si accorse che la sua modella era in ritardo: fece indossare calze autoreggenti e tacchi a suo marito che posò per lei. Lui era Einar Wegener, pittore paesaggista all'epoca più famoso di lei, che da quel momento cominciò a vestirsi da donna col nome di Lili Elbe e la prima persona al mondo ad effettuare l'operazione per il cambio del sesso.Gerda che sostenne il marito sino alla fine riuscì ad esporre a Parigi al Salon des Indépendants e anche al Salon d'Automne per diventare poi apprezzata collaboratrice di riviste come Vogue e La Vie Parisienne. Dopo la morte di Lili a seguito delle numerose operazioni e l'abbandono del secondo marito si sposta prima a Marrakesh poi a Roma per alcuni anni e poi di ritorno a Copenhagen dove muore di infarto nel 1940.Nel 2001 lo scrittore David Ebershoff pubblica il romanzo The Danish Girl da cui nel 2015 è stato tratto il film omonimo.






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1 gennaio 2018

GENNAIO


Pan Yuliang    "My Family"    1931



Il calendario di quest'anno vuole celebrare artisti poco, a volte pochissimo, conosciuti. Alcuni, veri e propri outsiders. Quindi opere che quasi sicuramente non abbiamo mai avuto occasione di ammirare. L'amore per l'arte è anche curiosità, quella curiosità che è capace di ampliare gli orizzonti della conoscenza.

Gli Outsiders sono perdenti per definizione.
Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli.
E hanno sempre l’indirizzo sbagliato.

Questa è la frase che apre il libro Outsiders di Alfredo Accatino. Racconta storie di artisti geniali che non troveremo mai nei manuali di storia dell'arte e che a volte mi accompagnerà in questo viaggio.


L'artista di gennaio è una donna, cinese, Pan Yuliang. Nata nel 1895 nella provincia di Anhui, venduta come prostituta a quattordici anni e ricomprata verso i venti da un facoltoso uomo d'affari, rinasce scoprendo la bellezza e l'arte fino a diventare la prima donna cinese artista a praticare l’arte occidentale. Incoraggiata dal marito viaggerà in Europa fino ad arrivare a Roma e poi a Parigi dove vivrà fino al 1977 anno della sua morte. Lascerà circa quattromila opere che verranno inviate in cina ed esposte nella Galleria Nazionale di Arte di Pechino e nel Museo Provinciale di Anhui.
Il romanzo di Jennifer Cody Epstein The Painter from Shanghai si basa sulla sua vita e la sua storia è narrata nel film A soul haunted by painting.







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1 dicembre 2017

DICEMBRE





Giovanni Boldini  1898

Marthe de Florian era un’attrice di teatro francese e cortigiana della Belle Epoque. Per cortigiana non si deve intendere ciò che oggi noi pensiamo. Ma una donna socialmente capace di intrattenere legami, anche duraturi, con il cuore del potere e dell’economia; capace di sedurre, di creare intrighi ed eros. La più bella donna di Parigi, si diceva alla fine dell’Ottocento. Marthe morì nel 1939 in quella casa, che spesso condivideva con il figlio, Henry Beaugiron e con la nipotina Solange Beaugiron figlia di Henry. La nonna avrebbe lasciato a lei l’appartamento, ma Solange aveva deciso di chiudere con il passato, pur tutelandolo, amorosamente, da lontano. Non aveva mai pensato di disfare la casa di sua nonna e pagava con regolarità le spese del condominio. Ma nessuno vi poteva entrare. Fu nel 2010, dopo la morte della nipote dell’attrice che quel segreto di sontuosità e di affetti, mantenuto chiuso in uno scrigno per circa 70 anni, sarebbe stato reso pubblico. L’apertura avvenne con grande emozione. La serratura scattò a fatica e sul pianerottolo si riversò un odore concentrato di vecchie cose, libri, antiche cere, polvere. L’interno era splendido. Specchiere antiche, quadri, mobili, suppellettili di grande gusto. Intatti anche i prodotti di bellezza dell’attrice, come se tutto fosse lasciato stare, per un ritorno di Marthe. Tra gli oggetti dell’appartamento, un ritratto di Marthe de Florian, in un abito in chiffon rosa, dipinto da Giovanni Boldini.
Questa tela, naturalmente, era completamente inedita, mai esposta. L’opera era stata realizzata nel 1898, mentre Marthe de Florian aveva 34 anni.




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1 novembre 2017

NOVEMBRE

Édouard Manet, Olympia

Edouard Manet  -  Olympia  -  1863

"Questa Olympia, lo sapete, fece scandalo quando fu esposta al Salon del 1865; uno scandalo tale che fu necessario rimuoverla. Ci furono borghesi che, visitando il Salon, volevano sfondarla con gli ombrelli, tanto la trovavano indecente".
E viene da chiedersi, come ha fatto Foucault, che cosa ci sia di così terribilmente insopportabile in questo dipinto.
La reazione esagerata del pubblico all’esposizione del dipinto nasce secondo diversi autori dal fatto che la collocazione dell’opera al Salon avviene su un terreno già reattivo a causa di almeno quattro fatti tra essi collegati: la notevole diffusione editoriale della scandalosa Signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, pubblicata nel 1848; la produzione dell’omonimo dramma (1852) tratto dal romanzo, che sconcertò i benpensanti per il legame sentimentale, considerato abominevole, fra una donna di facili costumi e un giovane di buona famiglia; la trasposizione nella Traviata di Verdi (1853); la presenza, nel lavoro di Dumas, di una prostituta, l’antagonista di Margherita Gautier, che si chiamava proprio Olympia. L’immagine proposta al Salon del 1865 da Manet fu sicuramente interpretata come reiterazione della storia di Dumas e ciò che romanzo, dramma e melodramma lasciavano allo spazio della fantasia, nel quadro diviene rappresentazione senza veli, nella carnale violenza della realtà. Perciò i giornali dell’epoca si accanirono ferocemente contro il pittore.
Marie Duplessis, altrimenti nota come “la dame aux camélias” aveva ispirato a Dumas il celebre romanzo. L’opera, per il suo contenuto “indecente”, destò lo sdegno dei benpensanti, e fu oggetto di critiche spietate, in quanto storia struggente dell’amore tra Margherita Gautier, una cortigiana, abituata agli agi, ai gioielli e agli abiti sontuosi, e Armando Duval, rampollo di una nobile famiglia parigina. Impossibile, per i due, coronare il sogno di felicità: la distanza morale e sociale che li separa, ma soprattutto gli intrighi dei genitori del giovane, erigeranno ostacoli insormontabili e condurranno ad una tragica fine. Verdi, come ho detto, trasse spunto dal personaggio di Margherita Gautier per la Violetta della sua Traviata, rappresentata per la prima volta alla Fenice di Venezia nel 1853. Le date d’uscita di romanzo, dramma e melodramma confermerebbero la presenza di un’atmosfera fortemente sensibilizzata sul tema, causa della reazione al quadro di Manet, che dipinse l’Olympia nel 1863, due anni prima di esporla al pubblico. E' proprio la prostituta Olympia, l’antagonista di Margherita Gautier che Édouard Manet, spirito libero e anticonformista, che non rispettava le regole morali del secondo Impero che ritrae a seno scoperto con tanta indifferenza, con quel fiore arrogante che le orna i capelli corvini, il piede sinistro calzato da una vezzosa pantofola di raso e la mano impudica appoggiata sul ventre, e che non giustifica la propria nudità con un episodio mitico o storico. Non si nasconde agli sguardi, non arrossisce, ma non chiede nemmeno di sedurre. Esige soltanto di essere pagata.






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1 ottobre 2017

OTTOBRE


Edvard Munch - L'urlo - 1893


Il quadro più celebre di Munch ed in assoluto uno dei più famosi dell’espressionismo nordico ha uno spunto autobiografico.
Munch scrisse e dipinse L’urlo. Fu aggredito da voci, atterrito da colori che si rompevano nella mente e li raccontò con le parole, prima di affidarsi alla tela. In trenta righe, tra poesia e prosa, registra l’attacco profondo. Le ritroviamo nel volume "Edvard Munch, Frammenti sull’arte".
Scrive: “Una sera camminavo lungo un viottolo in collina nei pressi di Kristiania con due compagni. Era il periodo in cui la vita aveva ridotto a brandelli la mia anima. Il sole calava, si era immerso fiammeggiando sotto l’orizzonte. Sembrava una spada infuocata di sangue che tagliasse la volta celeste. Il cielo era di sangue sezionato in strisce di fuoco, le pareti rocciose infondevano un blu profondo al fiordo scolorandolo in azzurro freddo, giallo e rosso. Esplodeva il rosso sanguinante lungo il sentiero e il corrimano, mentre i miei amici assumevano un pallore luminescente. Ho avvertito un grande urlo, ho udito, realmente, un grande urlo, i colori della natura mandavano in pezzi le sue linee, le linee e i colori risuonavano vibrando, queste oscillazioni della vita non solo costringevano i miei occhi a oscillare, ma imprimevano altrettante oscillazioni alle orecchie, perché io realmente ho udito quell’urlo e poi ho dipinto il quadro L’urlo”.
Munch è un esponente di vertice dell’espressionismo. La realtà viene da lui potenziata. E questo potenziamento del sentire e del rappresentare il mondo attraverso forme sgradevoli, rispetto alla più diffusa concezione del bello, costituirà una linea portante del Novecento, sotto il profilo artistico.
Molto si è scritto a proposito di questo quadro, scomodando psicologia, filosofia, medicina, sociologia. Qui vorrei sottolineare un particolare meno noto. Alcuni astronomi hanno individuato la location del dipinto. In un articolo pubblicato sulla rivista "Sky and Telescope", il fisico astronomico Donald W. Olson e colleghi della Texas State University descrivono come hanno identificato la località che fa da sfondo al tormentato personaggio che grida sotto un cielo rosso sangue: si tratterebbe di una strada di Oslo che corrisponde perfettamente alla rappresentazione che Munch fa del porto della città e dell'isola di Hovedo. Secondo gli scienziati, Munch e alcuni amici probabilmente camminavano lungo la strada nel 1883. Lo studio dettagliato dei diari del pittore e la ricostruzione dei fenomeni celesti che possono aver creato il "cielo rosso sangue" hanno portato il team a propendere per l'eruzione del vulcano Krakatoa, il 27 agosto 1883. Il vulcano, pur molto lontano da Oslo, inviò una gran quantità di polveri e gas nell'atmosfera. I quotidiani norvegesi riferiscono di crepuscoli insolitamente rossi fra il novembre 1883 e il febbraio 1884. Si sono recati a Oslo, un tempo si chiamava Kristiania, e hanno individuato la strada che corrisponde esattamente al luogo dove Munch si deve essere trovato 120 anni or sono. L'artista probabilmente era rivolto verso sud-ovest: esattamente nella direzione dove nell'inverno del 1883-84 apparvero i tramonti di Krakatoa.




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1 settembre 2017

SETTEMBRE

Immagine correlata


Francisco Goya   -   1821

“Non ci sono regole in pittura”, scrisse Goya. Non ha titolo questo quadro. Viene detto "Il cane" ed è una delle tante storie enigmatiche della pittura. E' il muso di un cane, che affiora su un piano inclinato e si staglia contro uno spazio vuoto, color ocra chiaro. Nient' altro: il quadro è tutto qui. Eppure quel cane, confinato nella parte bassa del rettangolo, perso nell' immensità dorata che lo circonda e sembra sul punto di inghiottirlo, comunica una vertigine quasi metafisica. Non esiste paesaggio, né realtà riconoscibile. Nessun dettaglio, quasi un' astrazione. L' immagine cattura una porzione esigua del visibile. È impossibile dire cosa stia accadendo al cane o dove si trovi. Goya dipinse il Cane quando lasciò definitivamente Madrid e la corte dei Borboni che aveva servito per decenni, e si ritirò in una casa vicino al ponte di Segovia. La casa aveva un nome profetico: Quinta del Sordo, poiché sordo era il precedente proprietario. E sordo era anche Goya, da quasi trent' anni, in seguito a una malattia.
Goya vi si trasferì nel 1819, e quasi vi morì, perché fu colpito da un' altra gravissima malattia (immortalata nello scioccante Autoritratto col medico Arrieta ). Quando si riprese, dopo il 1820, decorò le pareti della casa con quattordici pitture murali, dipinte a olio sull' intonaco secco. Sono note come pinturas negras, sia perché prevale il colore nero, sia perché le immagini stesse hanno a che fare con la tenebra, la malinconia saturnina, il lato oscuro del mondo: processioni notturne, stregonerie, congiure, duelli mortali. Quelle pitture - giocate su registri che variano dalla satira all' allucinata poesia - Goya non intendeva venderle. Le dipinse per sé, ignorando il gusto della sua epoca, nella solitudine e nella libertà più totale. La sarabanda di figure inquietanti che evocò in un rito privato, quasi una cerimonia segreta di cui era sacerdote e destinatario, apre uno squarcio su ciò che sarebbe stata la storia dell' arte occidentale se i pittori avessero dipinto per sé e non per i committenti. Goya proiettò sulle pareti di casa sua una sorta di lanterna magica della psiche. Le immagini, ricche di riferimenti culturali, trasudano angosce personali e collettive e si offrono a molteplici interpretazioni. Ma qualunque cosa significassero per lui, Goya portò con sé la chiave per decifrarle. A tutt' oggi, restano un enigma.

fonte M. Mazzucco





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1 agosto 2017

AGOSTO

Risultati immagini per mona lisa isleworth
            Monna Lisa  -  Leonardo  -  1503  - 1516                             Monna Lisa Isleworth   -  1503

Secondo la biografia di Leonardo di Giorgio Vasari, Leonardo iniziò a dipingere la Monna Lisa nel 1503 ma la lasciò incompiuta. Tuttavia un quadro finito di una certa dama fiorentina ricomparve nel 1517 appena prima la morte di Leonardo nella sua collezione personale. Per oltre tre secoli il mondo dell'arte lo ha ignorato: l'opera di Leonardo conservata al Louvre sarebbe la copia di un originale conservato in Svizzera. Questo dipinto del XV secolo, conosciuto come Ritratto di Isleworth dal nome del quartiere londinese in cui lo custodiva il collezionista britannico Hugh Blaker e rimasto per 40 anni in un caveau svizzero è stato rivelato al pubblico nel settembre 2012. Di proprietà di un consorzio internazionale che lo ha acquistato nel 2003 dagli eredi di Elisabeth Meyer, la compagna del collezionista d'arte Henry Pulitzer, lontano cugino di Joseph Pulitzer, creatore del premio omonimo ha come soggetto una Monna Lisa molto simile, ma più giovane e più sorridente rispetto alla Gioconda del Louvre. Per la «Mona Lisa Fondation di Zurigo», la fondazione alla quale i proprietari hanno affidato il quadro perché venisse studiato, si tratterebbe della prima versione, abbozzata nel 1503 e rimasta incompiuta della celeberrima Monna Lisa di Leonardo. Presentata a Ginevra insieme a un libro di studi che ne sostiene l'attribuzione al genio toscano, eccola l'altra Gioconda da tempo battezzata la «Isleworth Mona Lisa».




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1 luglio 2017

LUGLIO

File:Madame X (Madame Pierre Gautreau), John Singer Sargent, 1884 (unfree frame crop).jpg

John Singer Sargent  -  Madame X  -  1884

Lei è Madame X, altera e sublimemente chic nel lungo fourreau di velluto nero. La sua figura slanciata troneggia dentro una fastosa cornice dorata in una sala dedicata all' arte americana al Metropolitan di New York. E' il quadro più famoso di John Sargent, ed è una delle poche immagini innalzate al livello di icona di un' epoca. Al mistero di Madame X, dell' identità della sua finora ignota modella e dei complessi rapporti che la legarono al pittore e allo stesso quadro, è dedicato un affascinante libro uscito negli Stati Uniti e recentemente in Inghilterra (Deborah Davies, Strapless, Sutton Publishing). Questo quadro rappresentò per Sargent l' opera che lui stesso considerava il proprio capolavoro, non volle disfarsene per decenni, portandolo con sé negli spostamenti da un continente all' altro che la sua scintillante e fortunata carriera esigeva. Poi un giorno accettò di venderlo al Met. Ormai madame X era morta. Ma chi era madame X? Come in un racconto di Conan Doyle la ricerca, che ha portato a svelarne il segreto, nasce da un particolare piccolissimo, una spallina ricamata. Già alcuni anni or sono qualcuno aveva notato una singolare differenza tra le foto del quadro fatte all' epoca della sua prima esposizione al Salon parigino del 1884, e il quadro come è adesso. Nella prima versione, la posa impossibile che il pittore aveva imposto alla modella, puntellata con il braccio su un tavolo appena troppo basso, aveva causato la calata della spallina ingioiellata dell' abito da sera. Per altro, quella lieve sottolineatura orizzontale forniva all' intera composizione un equilibrio perfetto e un senso vivace di movimento. Oggi il décolleté abissale di madame X è solidamente ancorato da entrambe le spalline e quel fugace senso di movimento e spontaneità non c' è più. Non solo, la Tate Gallery di Londra possiede una replica dello stesso quadro, non del tutto finita e qui la spallina non c' è proprio, né su, né giù. Tutto questo ha portato la Davies a indagare sulla storia del ritratto, scoprendo grazie a lettere, articoli di giornale, fatture e vignette uno spaccato straordinario della vita parigina alla fine dell' Ottocento. Madame X si chiamava in realtà Virginie Amélie Avegno, ed era sposata ad un Monsieur Pierre Gautreau. Amélie, così si faceva chiamare, era una ricca ereditiera di New Orlean considerata una bellezza folgorante malgrado lineamenti che a noi potrebbero sembrare eccessivamente marcati. I pittori che noi chiamiamo pompiers spasimavano dalla voglia di farle il ritratto, ma Madame Gautreau si ritraeva con fermezza. Nel frattempo all' altro capo della città stava faticosamente cercando la sua strada nel mondo dell' arte un giovanissimo pittore americano, bello, raffinato con un indubbio talento soprattutto per i ritratti. Sargent era ossessionato dal profilo di Amélie, quel naso imperioso, spropositato che fendeva l' aria come una prua. La posa si presentava necessariamente contorta. Con sadismo evidente il pittore inchiodò la modella capricciosa e impaziente in una delle pose più scomode della storia dell' arte: sbilanciata e ondulante, il profilo alto, il collo teso. Impiegò un tempo lunghissimo e una straordinaria scienza dell' uso dei colori per rendere quella famosa carnagione color glicine, i capelli e le piccole orecchie purpuree, le mani grassocce e rapaci che stringono il tessuto sontuoso. Il personaggio c' è tutto, ma fu subito evidente che in quel ritratto c' era molto di più. Quando finalmente fu esposto al Salon successe un pandemonio. La spallina caduta fu considerata un simbolo di lussuria, la riconoscibilissima modella una donna perduta. Quello che si dice un successo provocato dallo scandalo. Amélie, che pure aveva fino ad allora valutato il quadro un capolavoro, in lacrime dovette scomparire dalla scena mondana per mesi. Sargent partì amareggiato per Londra portandosi dietro il ritratto. Ma prima corresse l' inclinazione della spallina dello scandalo. Passarono molti anni prima che Amélie capisse che aveva perso una occasione unica. E lui, ancora quindici anni dopo, tracciava meccanicamente con la penna il profilo di quella donna unica che forse a modo suo aveva anche amato.




permalink | inviato da ioJulia il 1/7/2017 alle 9:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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