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Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


1 luglio 2017

LUGLIO

File:Madame X (Madame Pierre Gautreau), John Singer Sargent, 1884 (unfree frame crop).jpg

John Singer Sargent  -  Madame X  -  1884

Lei è Madame X, altera e sublimemente chic nel lungo fourreau di velluto nero. La sua figura slanciata troneggia dentro una fastosa cornice dorata in una sala dedicata all' arte americana al Metropolitan di New York. E' il quadro più famoso di John Sargent, ed è una delle poche immagini innalzate al livello di icona di un' epoca. Al mistero di Madame X, dell' identità della sua finora ignota modella e dei complessi rapporti che la legarono al pittore e allo stesso quadro, è dedicato un affascinante libro uscito negli Stati Uniti e recentemente in Inghilterra (Deborah Davies, Strapless, Sutton Publishing). Questo quadro rappresentò per Sargent l' opera che lui stesso considerava il proprio capolavoro, non volle disfarsene per decenni, portandolo con sé negli spostamenti da un continente all' altro che la sua scintillante e fortunata carriera esigeva. Poi un giorno accettò di venderlo al Met. Ormai madame X era morta. Ma chi era madame X? Come in un racconto di Conan Doyle la ricerca, che ha portato a svelarne il segreto, nasce da un particolare piccolissimo, una spallina ricamata. Già alcuni anni or sono qualcuno aveva notato una singolare differenza tra le foto del quadro fatte all' epoca della sua prima esposizione al Salon parigino del 1884, e il quadro come è adesso. Nella prima versione, la posa impossibile che il pittore aveva imposto alla modella, puntellata con il braccio su un tavolo appena troppo basso, aveva causato la calata della spallina ingioiellata dell' abito da sera. Per altro, quella lieve sottolineatura orizzontale forniva all' intera composizione un equilibrio perfetto e un senso vivace di movimento. Oggi il décolleté abissale di madame X è solidamente ancorato da entrambe le spalline e quel fugace senso di movimento e spontaneità non c' è più. Non solo, la Tate Gallery di Londra possiede una replica dello stesso quadro, non del tutto finita e qui la spallina non c' è proprio, né su, né giù. Tutto questo ha portato la Davies a indagare sulla storia del ritratto, scoprendo grazie a lettere, articoli di giornale, fatture e vignette uno spaccato straordinario della vita parigina alla fine dell' Ottocento. Madame X si chiamava in realtà Virginie Amélie Avegno, ed era sposata ad un Monsieur Pierre Gautreau. Amélie, così si faceva chiamare, era una ricca ereditiera di New Orlean considerata una bellezza folgorante malgrado lineamenti che a noi potrebbero sembrare eccessivamente marcati. I pittori che noi chiamiamo pompiers spasimavano dalla voglia di farle il ritratto, ma Madame Gautreau si ritraeva con fermezza. Nel frattempo all' altro capo della città stava faticosamente cercando la sua strada nel mondo dell' arte un giovanissimo pittore americano, bello, raffinato con un indubbio talento soprattutto per i ritratti. Sargent era ossessionato dal profilo di Amélie, quel naso imperioso, spropositato che fendeva l' aria come una prua. La posa si presentava necessariamente contorta. Con sadismo evidente il pittore inchiodò la modella capricciosa e impaziente in una delle pose più scomode della storia dell' arte: sbilanciata e ondulante, il profilo alto, il collo teso. Impiegò un tempo lunghissimo e una straordinaria scienza dell' uso dei colori per rendere quella famosa carnagione color glicine, i capelli e le piccole orecchie purpuree, le mani grassocce e rapaci che stringono il tessuto sontuoso. Il personaggio c' è tutto, ma fu subito evidente che in quel ritratto c' era molto di più. Quando finalmente fu esposto al Salon successe un pandemonio. La spallina caduta fu considerata un simbolo di lussuria, la riconoscibilissima modella una donna perduta. Quello che si dice un successo provocato dallo scandalo. Amélie, che pure aveva fino ad allora valutato il quadro un capolavoro, in lacrime dovette scomparire dalla scena mondana per mesi. Sargent partì amareggiato per Londra portandosi dietro il ritratto. Ma prima corresse l' inclinazione della spallina dello scandalo. Passarono molti anni prima che Amélie capisse che aveva perso una occasione unica. E lui, ancora quindici anni dopo, tracciava meccanicamente con la penna il profilo di quella donna unica che forse a modo suo aveva anche amato.




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1 giugno 2017

GIUGNO


Jan van Eyck - I coniugi Arnolfini - 1434


La storia comincia a Bruges, la città di residenza del pittore che sulla tavola lascia scritto in latino: "Johannes de Eyck fuit hic 1434", datando e testimoniando di "essere stato lì". Da qui comincia il pellegrinaggio dell'opera che passa nelle mani di don Diego de Guevara, mayordomo mayor dell'imperatore Carlo V, nella raccolta di Margherita d'Austria, a cui viene donato dove risulta coperto alla vista da due sportelli. Da Margherita il quadro passa alla nipote Maria d'Ungheria, sorella di Carlo V. Poi a Filippo II, re di Spagna, Paese in cui resta almeno fino al 1789e dove, nel 1734, scampa prodigiosamente all'incendio dell'Alcázar di Madrid assieme a un altro capolavoro cruciale: il seicentesco Las Meninas di Velázquez. Il quadro "ricompare" a Bruxelles nel 1815, a casa di James Hay, ufficiale inglese ferito nella battaglia di Waterloo. Da qui il trasferimento a Londra e alla National Gallery, che lo espone dal marzo 1843, quando iniziano le interpretazioni del soggetto. La prima ipotesi è che si tratti semplicemente del pittore e di sua moglie: la accoglie anche John Ruskin, teorico del movimento dei preraffaelliti. Sono poi gli storici dell'arte Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle, nel 1857, a legare il dipinto agli Arnolfini: traslitterando così il nome Hernoul- le- Fin con cui viene indicato nei vecchi inventari. Per 150 anni quasi tutta la storiografia, senza alcuna prova, sostiene che si tratti del mercante Giovanni di Arrigo Arnolfini, originario di Lucca ma documentato a Bruges, e della moglie, Giovanna Cenami. In un articolo apparso su The Burlington Magazine, nel 1934, Erwin Panofsky ipotizza che l'opera sia una sorta di certificato del rito che unisce l'uomo e la donna, con Van Eyck come testimone oculare.
A smentire tutto questo è, nel 1994, il ritrovamento casuale da parte dello studioso francese di storia navale Jacques Paviot, di un libro di conti del Duca di Borgogna che registra le due pentole d'argento regalate agli Arnolfini per il loro matrimonio celebrato nel 1447: tredici anni dopo la data riportata sul dipinto e sei dopo la morte del pittore (luglio 1441). Si riparte daccapo, scavando ancora nell'albero genealogico degli Arnolfini: l'identità che fa più al caso è quella di Giovanni di Nicolao, imparentato con i Medici. Ma sua moglie, Costanza Trenta, nel febbraio 1433 - un anno prima della realizzazione della tavola - risulta già morta. E infatti nell'opera "tutto testimonia che la donna sia morta di parto", sostiene la studiosa Margaret Koster. A cominciare da quella candela spenta e consumata che compare sul candelabro in alto dal lato della signora. Qui entra in scena Jean-Philippe Postel, che ha scritto Il mistero Arnolfini: è un medico con la passione per l'arte, amico di Daniel Pennac, che scrive la prefazione e lo ha citato in Malaussène. Visita più volte la National Gallery con in tasca una lente di ingrandimento. Le sue osservazioni si concentrano su quanto appare nello specchio convesso dipinto alle spalle della coppia. Nella scena, l'uomo, che sembra colto in un atto di giuramento, tiene con la sinistra la mano destra di lei. Ma lo specchio in cui compaiono, oltre ai protagonisti, altri due personaggi che li guardano - uno vestito di rosso, l'altro di azzurro - non registra nulla di tutto questo. Nel riflesso, nonostante quanto ci si aspetterebbe dalla precisione della pittura fiamminga, le mani sono sparite. "Dove dovrebbe esserci la mano di lui - spiega Postel - c'è una macchia nera, densa, arrotondata, che taglia in due la figura del visitatore in rosso, nasconde in parte l'abito del personaggio in azzurro e sembra dare origine a un lungo tortiglione".
Che cos'è? Ancora una volta il caso interviene nella ricerca. Mentre è alle prese con Gli Arnolfini, Postel acquista un testo del 1822: Infernaliana di Charles Nodier, che raccoglie una serie di aneddoti fantastici. Uno di questi descrive la visita di un revenant: un marito dall'oltretomba compare alla moglie, chiedendole di far celebrare messe per la salvezza della sua anima. La obbliga a giurare e a dargli la mano: lei la ritira "arsiccia e nera". Leggende come questa con le anime del purgatorio che vagano consumate dal fuoco percorrono a ritroso la letteratura europea fino al Medioevo. Per Postel, attraverso il misterioso fumo nero che si vede nello specchio, Van Eyck ha voluto rappresentare proprio l'apparizione di una donna revenante al suo sposo. "Che io creda o meno negli spettri non ha importanza - dice Postel - Lavorando come medico nei suburbi settentrionali di Parigi, ho capito che se volevo davvero essere di aiuto ai miei pazienti avrei dovuto entrare in empatia con la loro cultura. È la stessa cosa che ho fatto con il dipinto di Van Eyck. Ho solo cercato di capire in cosa credesse la gente all'inizio del XV secolo. E sì, credeva negli spettri, nel Purgatorio e e nei suffragi. Penso che Gli Arnolfini nascondano la rappresentazione di queste credenze ".





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7 maggio 2017

MAGGIO



Raffaello - Madonna Sistina - 1512

Quello che tutti conoscono della Madonna Sistina sono i due angioletti paffuti e pensosi che decorano quaderni, cornici, carte regalo, segnalibri..



Ormai dotati di vita propria sono stati ritagliati da un capolavoro celebre ma incredibilmente poco conosciuto e riconosciuto in Italia. Non vi è libro di storia dell'arte dagli Stati Uniti alla Russia che non riporti il dipinto e le sue vicende, Italia esclusa. Già, in Italia nei testi non c'è...
La sua è una storia avventurosa: dipinta da Raffaello per commissione di Giulio II, che la donò al monastero piacentino di San Sisto nel 1754 venne venduta dai monaci in ristrettezze economiche ad Augusto III di Sassonia. Il 21 gennaio chiusa in una cassa di legno imbottita di paglia partì per Dresda su di un carro. Il 31 gennaio passò le Alpi tra pareti altissime di neve; il 6 di febbraio fu a Innsbruck e il 13 ad Augusta. Giunse a Dresda il primo marzo entrando il giorno stesso nella sala del trono polacco. Nascosta in una galleria abbandonata durante la Seconda guerra mondiale, fu scoperta e presa dai russi che la portarono in Unione Sovietica e prima della restituzione agli alleati tedeschi fu esposta a Mosca e poi a Berlino.
Eccezionale è stata la fortuna di quest'opera sublime e innovatrice. Il grande pittore per la prima volta pone il centro della prospettiva al di fuori del quadro, là dove sta lo spettatore, offrendogli la straordinaria esperienza di una visione celeste che lo coinvolge direttamente, sul piano sia emotivo che culturale.
La Madonna è vestita in modo semplice: è una semplice donna che porta in braccio il suo bambino. Dismette i panni dell'immagine per il culto e diventa immagine ideale, termine di contemplazione estetica e formale, anticipando quello che sarebbe stato il destino comune dell'opera d'arte in epoca moderna.
Per ammirarla a Dresda si dirige un pellegrinaggio di artisti e intellettuali, e si moltiplicano le pagine di commento. Andy Warhol nel 1985 realizzò una Madonna Sistina formato poster gigante. Winckelmann la considera il più interessante incontro fra arte greca e arte cristiana, Goethe e Schopenhauer le dedicano alcune liriche, nell'Estetica di Hegel numerosi sono i riferimenti al dipinto. La Sistina ammaliò anche Nietzsche che riconobbe l'onestà artistica dell'artista e Freud che scrisse "da quel quadro emana un incanto da cui non ci si può sottrarre". In apparenza il meno sensibile fu Tolstoj il quale però scrisse nel 1857 dopo la visita alla pinacoteca: "Sono rimasto freddo davanti a tutto, esclusa la Madonna". Chi invece ne rimase letteralmente folgorato fu Dostoevskij, per lui la Sistina fu una presenza costante. La vide per la prima volta nel 1867 durante una sosta a Dresda, trasferta che poi ripetè annualmente sempre e solo per rimanere incantato davanti al quadro che entrò spesso nei suoi romanzi. E' citata ne L'adolescente, in Delitto e castigo, I demoni.
Ma le parole più struggenti rimangono senza dubbio quelle di Vasilij Grossman, che ammira l'opera durante l'esposizione moscovita e la paragona a una donna incontrata nel campo di Treblinka: "Ho l'impressione che questa Madonna sia la manifestazione più atea della vita, dell'umano senza la presenza del divino... A piedi scalzi, lei camminava con passo leggero sul suolo pulsante di Treblinka, dal punto di scarico del treno alla camera a gas. La riconobbi dall’espressione del viso e degli occhi. Vidi suo figlio, e riconobbi il prodigio di quel volto straordinario, non infantile. Così erano le madri e i bambini a Treblinka, quando sullo sfondo verde cupo dei pini scorgevo i muri bianchi delle camere a gas, così erano i loro cuori". E se ingrandiamo l'immagine e fissiamo lo sguardo su quei volti ecco le parole di Bulgakov: " E là mi penetrarono l’anima gli occhi della Regina celeste che scendeva dal cielo con il Bambino eterno. C’era in essi la smisurata forza della purezza e del sacrificio accettato con preveggenza, la conoscenza della sofferenza e la disponibilità a offrirsi volontariamente, e quella reale disposizione al sacrificio si vedeva negli occhi non infantili, saggi, del Bambino. Essi sanno ciò che li attende.."
In nessun quadro di questo genere vedremo mai l'umana paura negli occhi della madre e del figlio.







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1 aprile 2017

APRILE

Risultati immagini per ophelia millais

John Everette Millais  -   Ophelia   -    1851


C'è un salice che cresce di traverso
ad un ruscello e specchia le sue foglie
nella vitrea corrente; qui ella venne,
il capo adorno di strane ghirlande
di ranuncoli, ortiche, margherite
e di quei lunghi fiori color porpora
che i licenziosi poeti bucolici
designano con più corrivo nome
ma che le nostre ritrose fanciulle
chiaman "dita di morto"; ella lassù,
mentre si arrampicava per appendere
l'erboree sue ghirlande ai rami penduli,
un ramo, invidioso, s'è spezzato
e gli erbosi trofei ed ella stessa
sono caduti nel piangente fiume.
Le sue vesti, gonfiandosi sull'acqua,
l'han sostenuta per un poco a galla,
nel mentre ch'ella, come una sirena,
cantava spunti d'antiche canzoni,
come incosciente della sua sciagura
o come una creatura d'altro regno
e familiare con quell'elemento.
Ma non per molto, perché le sue vesti
appesantite dall'acqua assorbita,
trascinaron la misera dal letto
del suo canto ad una fangosa morte.

(W. Shakespeare - Amleto atto IV, scena VII)


Presso la Tate Britain Gallery di Londra si trova il suo quadro più famoso, l'Ophelia. Se molti conoscono la figura shakespeariana dell'infelice Ophelia annegata nel fiume mentre era impegnata a intrecciare ghirlande di fiori, probabilmente folle e suicida a seguito dell’omicidio del padre avvenuto per mano dell’amato Amleto, pochi forse sanno che una "vera" Ophelia ha ispirato il pittore.
Millais iniziò a realizzare Ophelia nel 1851 posizionando il suo cavalletto sulle rive del fiume Hogsmill, nel Surrey. Lavorò all’opera per 11 ore al giorno, sei giorni alla settimana, per un periodo di cinque mesi. Era determinato a catturare con una precisione senza precedenti la scena naturale davanti ai suoi occhi. Al suo ritorno a Londra restava sulla tela lo spazio bianco da riempire con la figura della giovane che egli "riconobbe" in Elizabeth (Lizzie) Eleanor Siddal modella preferita e icona della confraternita. Per riprodurre fedelmente Ofelia annegata, il pittore chiede ad Elizabeth di posare, vestita, immersa in una vasca da bagno riscaldata con delle candele, ma durante una delle tante sedute le lampade si spengono, Millais, concentrato, non se ne accorge, ed Elizabeth sviene dal freddo. Viene riportata in fin di vita a casa del padre che, infuriato, chiede un risarcimento al pittore di 50 sterline. Ma la salute di Lizzie è ormai compromessa.
Dante Gabriele Rossetti entra prepotentemente nella sua vita proprio quell’anno, come amante e maestro, un rapporto che ando’ progressivamente mischiando i ruoli fino al più classico matrimonio riparatore, celebrato per salvare le apparenze nella borghese società vittoriana, per contenere le crescenti sofferenze della ragazza. Da qui Elizabeth diverrà sempre più strumento nelle mani del marito e delle sue ossessioni, lasciata sola a macerare nella sofferenza e nella disperazione, chiusa nelle proprie creazioni poetiche e liriche, vittima dei costanti tradimenti di Rossetti, curata solo dal laudano. La notte dell’11 febbraio 1862, sola in casa, scrive un biglietto e beve un’elevata dose di laudano. Ha 32 anni. Rossetti la trova priva di conoscenza, distrugge il biglietto di Lizzie, un suicidio sarebbe stato uno scandalo e non avrebbe permesso una sepoltura cristiana. Dante, disperato, decide di seppellire insieme ad Elizabeth l’unico manoscritto delle poesie scritte per lei. Sette anni più tardi, gravato dalla povertà e dai debiti, andrà a recuperarle per poterle pubblicare. Così una notte del 1869 nel cimitero di Highgate, Rossetti e il suo agente letterario aprono la tomba di Elizabeth. I presenti all’apertura del sepolcro raccontarono che il corpo di Elizabeth e il suo viso erano rimasti intatti e che i suoi splendidi capelli rossi erano cresciuti sino a riempire completamente la bara.



Elizabeth Eleanor Siddal "Il vero amore non ci è concesso"

"Lizzie Siddal. Il volto dei Preraffaelliti" di Lucinda Hawksley

"Elizabeth Siddal. La musa ispiratrice dei preraffaelliti" di Conny Stockhausen


Ophélia, film del 1963 di Claude Chabrol

Francesco Guccini le ha dedicato una canzone dal titolo Ophelia contenuta nell'album Due anni dopo 

A Ofelia è dedicata una poesia del poeta francese Arthur Rimbaud




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1 marzo 2017

MARZO



Federico Zandomenighi  -  Strada a Parigi con passanti che bevono a una fontana Wallace  -  1877


Dall’alto della soffitta, le mani sotto il mento,
vedrò l’officina che chiacchiera e canta;
i comignoli e i campanili, alberi di città,
e grandi cieli che fanno sognare d’eternità.
Com’è dolce veder nascere tra le brume
la stella nell’azzurro, alla finestra il lume,
i fiumi di carbone salire al firmamento
e la luna versare il suo vago incantamento.
Vedrò le primavere, le estati, gli autunni
e quando verrà l’inverno e le sue monotone nevi,
dappertutto chiuderò tende e imposte,
per costruire nella notte i miei palazzi fatati.
Mi abbandonerò al sogno di orizzonti bluastri,
di giardini, di zampilli piangenti in alabastri,
di baci, d’uccelli che cantano mattino e sera,
e tutto quello che di più infantile c’è nell’Idillio.

Un brano dai "Quadri parigini" di Baudelaire per introdurre il quadro di Zandomenighi. Non racconta una storia ma ci parla della città e del suo arredo urbano, come già il titolo originale annuncia e incuriosisce.
Questa veduta parigina è caratterizzata dalla presenza di una fontana pubblica posta al centro a calamitare l'attenzione dello spettatore. Le caratteristiche fontanelle disseminate in tutta la città prendono il loro nome "Wallace" dal celebre collezionista e filantropo Richard Wallace che le finanziò. Progettate da Lebourg furono collocate dal 1870 a seguito dei disordini della Comune e dei bombardamenti prussiani che avevano distrutto gli acquedotti e reso difficile l'approvigionamento di acqua. A una utilità sociale si accompagnò l'esigenza estetica di arredare il nuovo tessuto urbano. Qui è raffigurato il modello grande inconfondibile per via delle quattro cariatidi personificazioni della carità, sobrietà, bontà e semplicità. Un'altra particolarità è la colonna Morris per le affiches a caratteri cubitali, un elemento del paesaggio urbano caro ad altri pittori (Beraud) e fotografi (Atget) della Belle Epoque. Le colonne Morris sono piccoli chioschi utilizzati per annunciare spettacoli teatrali o altri eventi e prendono il nome dall'inventore Gabriel Morris, stampatore specializzato nella promozione di spettacoli.
E un brano da "La strada di Swann" di Proust per chiudere...

"Tutte le mattine correvo alla colonna Morris per vedere gli spettacoli che annunciava. Nulla era più disinteressato e più felice dei sogni offerti alla mia fantasia da ogni lavoro teatrale annunciato, e che erano condizionati a un tempo dalle immagini inseparabili delle parole che componevano il titolo ed anche dal colore dei cartelloni ancor umidi e gonfi di colla su cui questo spiccava.."







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1 febbraio 2017

FEBBRAIO

File:Henri Fantin-Latour - A Studio at Les Batignolles - Google Art Project.jpg

Henri Fantin-Latour  -  Studio a Batignolles   -  1870


Nel 1863 Edouard Manet presentò al Salon il suo quadro "Colazione sull'erba". La giuria lo rifiutò come fece, quell’anno, con altri trecento artisti. Era cominciata la grande rivoluzione dell'impressionismo.
Henri Fantin-Latour pur rifiutando il modo di fare arte degli impressionisti intrattiene stretti legami con le avanguardie dell'epoca, con Manet in particolare, e decide di esporsi nel modo a lui più congeniale dipingendo "Studio a Batignolles".
Batignolles era la zona in cui vivevano Manet e gran parte dei futuri impressionisti. Fantin-Latour raduna intorno a Manet, che assurge così al ruolo di caposcuola, giovani artisti dalle idee innovatrici: da sinistra a destra, sono riconoscibili Otto Schölderer, pittore tedesco trasferitosi in Francia per conoscere i seguaci di Courbet; Manet, lo sguardo penetrante, seduto di fronte al suo cavalletto; Auguste Renoir che indossa un cappello; Zacharie Astruc, seduto,  scultore critico d'arte e musicista; Emile Zola, portavoce di questo rinnovamento pittorico; Edmond Maître, musicista, collezionista d'arte e mecenate francese; Frédéric Bazille, di profilo, pittore che sarà ucciso qualche mese dopo, ad appena ventisei anni, durante la guerra del 1870; ed infine Claude Monet appena affacciato. I gesti sono misurati, gli abiti sobri, i visi quasi solenni: Fantin-Latour auspica che questi giovani artisti, a quei tempi oggetto di denigrazione, siano considerati come persone serie e rispettabili. In questo ritratto di gruppo esposto al Salon del 1870, ognuno sembra posare per i posteri. Il quadro rispecchia l'opinione che Zola ha di Manet: "Attorno alla figura di un pittore offeso dal pubblico si è creato un fronte comune di pittori e scrittori che lo considerano come un maestro".
Questo quadro si trova al Musée d'Orsay a Parigi come altri due dello stesso genere e altrettanto interessanti: " Omaggio a Delacroix" e "Gruppo di poeti riuniti intorno ad un tavolo".





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1 gennaio 2017

GENNAIO


Il mio occhio s’è fatto pittore ed ha tracciato
L’immagine tua bella sul quadro del mio cuore;
il mio corpo è cornice in cui è racchiusa,
Prospettica, eccellente arte pittorica,
Ché attraverso il pittore devi vederne l’arte
Per trovar dove sia la tua autentica immagine dipinta,
Custodita nella bottega del mio seno,
Che ha gli occhi tuoi per vetri alle finestre.
Vedi ora come gli occhi si aiutino a vicenda:
I miei hanno tracciato la tua figura e i tuoi
Son finestre al mio seno, per cui il Sole
Gode affacciarsi ad ammirare te.
Però all’arte dell’occhio manca la miglior grazia:
Ritrae quello che vede, ma non conosce il cuore.

William Shakespeare  Sonetto XXIV

Ut pictura poësis, un quadro è come una poesia.. Ma cosa vedo quando guardo un quadro, cosa mi racconta, cosa mi nasconde.. C'è una storia dietro ad ognuno che il calendario di quest'anno proverà a raccontare.




Renè Magritte  - La riproduzione vietata  -   1937


Il ritratto di Sir Edward James si trova al museo Boymans di Rotterdam e trattandosi di Magritte è meno inquietante notare che mentre il libro sulla mensola, "Le avventure di Gordon Pym" di Edgar Allan Poe, si riflette nello specchio non succede lo stesso con la figura dell'uomo di spalle.. Un ritratto senza volto... Forse una spiegazione ci viene dal sonetto di Shakespeare... Forse.
Edward James, che da molti era ritenuto il figlio illegittimo di Edoardo VII, aveva ereditato una fortuna dai genitori morti prematuramente e viveva nella tenuta di famiglia, West Dean House, un castello con più di 300 stanze nel Sussex. Si definiva "anarchico ma fedele alla corona britannica", era amico e mecenate nei tempi degli esordi di Picasso, Dalí ( che lo definì "l'unico autentico matto che conosco"!) dei più celebri surrealisti e dei più estremi dadaisti, frequentava Bunuel, Brecht e Huxley, dirigeva la leggendaria rivista "Minotaure". Molti di loro lo avevano immortalato in quadri oggi così famosi che nessuno si chiede quale sia il suo volto. 




Poi, nel 1945, si trasferì in Messico. E un giorno, in un luogo sperduto, nuotando in un torrente detto "delle sette pozze", rimase avvolto da uno sciame di farfalle. Lo interpretò come un segno del destino. Sarebbe rimasto lì, a Xilitla, oasi di giungla nel desertico San Luis Potosí, inseguendo il sogno di costruire quella che altri avrebbero chiamato "La Casa Infinita". Per quarant' anni ha diretto un esercito di muratori nella creazione di un delirio in cemento variopinto cercando l'armonia con la natura, mantenendo fede all'impegno di non tagliare un solo ramo e non recidere neppure un fiore. Archi orientali ricoperti di muschio, colonne rigonfie percorse da vertiginose scale a chiocciola che portano immancabilmente nel vuoto, gabbie aperte per animali che possono entrare e uscire a loro piacimento. Si è venduto tutto, compresi i dipinti più amati: Dalì, Picasso, Magritte. Il destino, che lo portò quaggiù, gli ha giocato uno scherzo crudele: è morto nel 1984 in Inghilterra, lontano dalla sua Xilitla, durante uno dei rari e fugaci viaggi, per vendere l'ultima tela di quella che fu una collezione invidiata nel mondo intero. Veleva pagare i muratori e continuare a sognare.
Tutto questo appartiene a un contadino indio, Plutarco Gastelum, che Edward conobbe quel giorno facendo il bagno nel torrente delle farfalle, e da allora rimasero amici per sempre, tanto da nominarlo unico erede. Erede del nulla architettonico proiettato nella giungla, mausoleo di fantasmi che si può solo attraversare e mai "vedere": non c'è punto da cui sia possibile ammirare le costruzioni da lontano, e capire dove sia l'inizio e la fine.





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1 dicembre 2016

DICEMBRE




Jeanne Hebuterne   - Self portrait   -   1916
  


La chiamavano Noix de coco, promettente allieva dell’Accadèmie Colarossi, pittrice sensibilissima e di eccezionale talento diventerà parte integrante del variegato mondo degli artisti di Montparnasse. Furono il pittore giapponese Léonard Foujita e lo scultore russo Chana Orloff a presentare a Jeanne Amedeo Modigliani nel marzo 1917. A dispetto dei genitori di lei, delle convenzioni sociali, della differenza di età e della malattia (Modigliani è già minato dalla tisi), la coppia va a vivere insieme, conduce una vita bohémienne, al limite della povertà, prima a Montparnasse, poi in Costa Azzurra, dove il pittore spera di riprendersi e dove Jeanne dà alla luce una bambina, poi di nuovo a Parigi dove le condizioni di salute del pittore peggiorano, mentre Jeanne è di nuovo incinta. Lei, sensibile artista, dipinge paesaggi e interni, lui la ritrae sempre più ispirato.
Di loro due insieme resta la descrizione dell’amico scultore Léon Indenbaum: «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole, vera madonna accanto al suo dio…»
Nel gennaio del 1920 Modigliani si ammalò di polmonite; pochi giorni prima di morire svenne nello studio che divideva con Jeanne che gli restò accanto paralizzata dal dolore. Il giorno dopo la morte dell’artista, incinta di otto mesi, Jeanne si uccise lanciandosi da una finestra. Cinque anni più tardi il suo corpo fu rimosso dal cimitero di Bagneaux e fu sepolto in quello di Père Lachaise, accanto a Modigliani.

Da vedere il film "I colori dell'anima"
Da leggere "Modigliani" di Aldo Santini



In questo video scorrono i volti delle artiste che hanno dato vita a questo calendario e molte altre. L'ho trovato quasi commovente...






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1 novembre 2016

NOVEMBRE

Werefkin, Marianne von - Selfportrait I - Google Art Project.jpg

Marianne von Werefkin    -    Self portrait   -   1910



«Se c’è una cosa di cui sono sempre andata fiera è la mia intelligenza. Mi ha regalato gioie indescrivibili».
Marianna Wladimirowna Verevkina era nata a Tula, nella Russia zarista. Il padre era un generale la madre era pittrice e la famiglia, oltre che ricca, era votata alla cultura. Marianne crebbe dunque negli agi e nel rispetto della sua vocazione. Nel 1880 andò a studiare da Ilya Repin, celebre pittore realista russo, talento precocissimo si era già guadagnata il soprannome di Rembrandt russa, “la Velásquez”, “la Zurbáran”.
Poi, a 28 anni, nel 1888, si sparò accidentalmente a una mano durante una partita di caccia. L’incidente la danneggiò in modo irreversibile. Non per questo rinunciò a dipingere. Semplicemente cambiò tecnica. E con la tecnica, il modo di concepire la pittura. Si avvicinò alle avanguardie, comprese, tra i primi, la forza di Edvard Munch e dell’espressionismo. Benché colta, intelligente, decisa a seguire la sua strada fino in fondo, fu perseguitata per anni dalla convinzione che una donna, da sola, non potesse concepire qualcosa di grande e di creativo. Sosteneva: «Credevo che una donna da sola non potesse farcela. Mi dicevo: sono una donna, sono priva di ogni capacità di creare. Sono in grado di capire tutto e non so creare niente… Mi mancano le parole per esprimere il mio ideale. Cerco l’essere umano, l’uomo che possa dare forma a questo ideale». Nel 1892 conobbe Alexej von Jawlensky, un ex ufficiale russo naturalizzato tedesco che voleva abbandonare la carriera militare per fare il pittore. Di lui Marianne divenne pigmalione e mecenate, con lui Marianne si trasferì a Monaco di Baviera, a Schwabing, il quartiere degli artisti. La sua modernissima casa divenne presto il riferimento della Monaco creativa di quegli anni. Vi si incontravano pittori, scrittori, rivoluzionari, dandy, musicisti e filosofi. Convinta di dover coltivare soltanto il genio del suo più pigro compagno, lavorò di nascosto pur di promuovere la sua ispirazione in pubblico. Solo più tardi avrebbe compreso l’errore: «Lui non mi capiva», avrebbe scritto nelle sue Lettres à un Inconnu. Marianne riprese a dipingere ufficialmente nel 1905. Nel 1907 realizzò le sue prime opere espressioniste. Nel 1909, con Jawlensky, aderì alla Nuova associazione degli Artisti di Monaco e, nel 1911, al gruppo Der Blaue Reiter, fondato da Vasilij Kandinskij, Franz Marc e Gabriele Münter. Di Kandinskij e della Münter fu amica, ispiratrice e consigliera. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale si trasferì ad Ascona, in Svizzera: fu una vera e propria fuga. E in parte una beffa: la Germania l’aveva espulsa perché cittadina russa. Con la rivoluzione sovietica perse sia i beni sia la cittadinanza. E dovette arrangiarsi disegnando manifesti pubblicitari per procurarsi da vivere.
Ma a causarle il più grande dolore fu proprio Jawlensky che cominciò subito a tradirla. Per tutta la vita si sarebbe fatto mantenere da donne che l’adoravano.
Ormai sola, nel 1924, Marianne fondò, ad Ascona, il gruppo Grosser Baer, Orsa Maggiore. Passò gli ultimi anni in solitudine: in paese era al tempo stesso venerata come artista e considerata una vecchina bizzarra.
Alla fine aveva compreso la totale autonomia creativa di una donna. Chiudendo le Lettres, scrisse finalmente: «Sono più che mai un’artista. La mia arte, che avevo deposto per amore e rispetto, ritorna a me più grande che mai».
Di Alexej aveva alla fine scritto: «Chi eri dunque? Un’apparenza che ho adornato di penne di pavone». Però forse, nei suoi confronti, il vero ingrato fu Kandinskij. Le doveva moltissimo e non lo ammise mai pubblicamente.


Una tela della Werefkin è esposta a Brescia  presso la mostra Dada 1916. La nascita dell'Antiarte.

http://www.bresciamusei.com/pag.asp?n=43&t=Mostre+in+corso




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1 ottobre 2016

OTTOBRE


Elin Danielson-Gambogi - Self Portrait  -  1890


Nata nel 1861 a Norrmark, un piccolo villaggio della Finlandia, Elin Danielson, dopo un periodo di formazione artistica ad Helsinki, ottenne delle borse di studio che le consentirono di recarsi a Parigi e perfezionare i propri studi. Giunse in seguito a Firenze, dove conobbe il pittore Raffaello Gambogi, di tredici anni più giovane, allievo di Giovanni Fattori e di Angiolo Tommasi, che sposerà nel 1898. Nel 1905 i Gambogi prendono la decisione di trasferirsi a Volterra per tentare di riparare al sempre più grave stato mentale del livornese che viene curato nel nosocomio diretto dallo psichiatra Luigi Scabia. Fino alla fine del primo decennio del secolo i due artisti risiedono a Volterra, sono anni di solitudine, difficili e tormentati, vissuti sempre all’ombra della miseria, nei quali tuttavia continuano entrambi a dipingere, ed assai verosimilmente è proprio l’arte, col suo potere taumaturgico, a porre un freno all’affanno del loro vivere inquieto. I due artisti spesso dipingevano i medesimi soggetti e nello stesso stile; la ricchezza della gamma cromatica utilizzata da Gambogi influì sulle opere della Danielson rendendo i suoi dipinti più vivaci. Entrambi parteciparono a varie mostre in Finlandia ed in Italia. La Danielson fu la prima pittrice finlandese a partecipare alla Biennale di Venezia.
Colpita da una micidiale polmonite, Elin muore il 31 Dicembre 1919.





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1 settembre 2016

SETTEMBRE


Paula Modersohn Becker - Self Portrait - 1897

Nel 1907, lo stesso anno in cui Picasso dipingeva Les demoiselles d’Avignon, moriva a trentun anni Paula Modersohn Becker. La pittrice tedesca lasciava una produzione assai vasta di opere estremamente innovative; nel suo percorso aveva esplorato le fonti più varie: dalla scultura gotica a quella di Rodin; dal Rinascimento italiano al barocco fiammingo e spagnolo; dalla pittura giapponese agli impressionisti ai postimpressionisti, concentrandosi particolarmente intorno all’arte primitiva. Tra il 1896 e il 1898 Paula frequentò la scuola per donne artiste a Berlino, conobbe Otto Modersohn, che sposò un anno dopo. Ma la vita matrimoniale non riusciva a conciliarsi con la libertà artistica di Paula, che interruppe la convivenza e si stabilì a Parigi, per seguire lezioni di anatomia e visitare gallerie e musei.
Nel frattempo il marito insisteva per una riconciliazione; la pittrice si incontrò con lui a più riprese, accettando infine il rientro in famiglia e avviando una gravidanza, da sempre fortemente desiderata. L’attesa però ebbe un decorso difficile, che quasi non permise a Paula di dipingere. Subito dopo la nascita della figlia, nel 1907, l’artista morì per complicazioni cardiopolmonari. Nel corso di questo breve tempo aveva prodotto circa 1400 lavori, tra disegni ed opere concluse; uno solo trovò acquirente mentre lei era in vita. Proprio ieri si è conclusa al Museo d'Arte Moderna di Parigi la prima monografia in Francia di Paula Modersohn-Becker una delle figure principali d'avanguardia in Germania che sviluppò uno stile originale e identificativo, caratterizzato da una grande forza di espressione in colori ma anche da un'estrema sensibilità nel trattamento dei soggetti, che hanno spesso confuso i suoi contemporanei.

Grazie a Gabriella che me l'ha fatta conoscere




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1 agosto 2016

AGOSTO

Self-Portrait - Marie Laurencin

Marie Laurencin   -   Self portrait    -    1905


Marie ispirò alcune delle più note poesie di Apollinaire, tra cui "Le Pont Mirbeau", riflessione sull'amore perduto. La sua amicizia con Apollinaire le consentì di entrare nel circolo cubista e il poeta si servì della sua posizione di critico d'arte per appoggiare le sue opere. I suoi dipinti in stile naif e decorativo consistono per lo più di aurìtoritratti, ritratti e soggetti di fantasia presi dalla letteratura o dalla fantasia dell'autrice. Ebbe una posizione privilegiata nella Parigi mondana degli anni venti, fu amica di numerosi scrittori dei quali illustrò le opere, vedi Andrè Gide e Max Jacob. La sua predilezione per le figure femminili sinuose e sottili la consacrò ritrattista dell'ambiente mondano femminile, tra le altre di Coco Chanel.




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1 luglio 2016

LUGLIO


Artemisia Gentileschi  -  Autoritratto   -  1638

E’ indubbio che attorno ad Artemisia Gentileschi sia stata costruita nel tempo un’impalcatura abbastanza “letteraria”. Quel che nessuno può contestare è che ci troviamo di fronte ad una figura fuori dal comune. Non dimentichiamo il ruolo subalterno ricoperto dalle donne nella società dell’epoca; per riuscire ad emergere in un ambito complesso come quello artistico doveva essere necessaria,a parte il talento, una personalità davvero fortissima. Probabilmente, l’esperienza dello stupro contribuì, per reazione, ad esaltare una tendenza già presente nel suo carattere. Proviamo a metterci nei suoi panni: dopo aver subito la violenza, viene sottoposta all’umiliazione del processo, durante il quale si tenta di far passare la tesi della “provocazione” da lei messa in atto verso il maestro. Tassi alla fine sarà condannato e imprigionato, ma Artemisia dovrà abbandonare Roma per Firenze, dove verrà costretta a sposare un uomo molto più anziano di lei. Saranno anni bui, un tunnel da cui uscirà lasciando la famiglia, marito e figli, per tornare a Roma e ricominciare, da donna sola, l’attività di pittrice. Una decisione che non sarebbe facile da prendere neppure oggi, immaginiamoci allora; e che rivela un’eccezionale spirito d’indipendenza. Per quanto riguarda i riflessi autobiografici nella sua produzione artistica, in tutta franchezza non si sa se come è stato sostenuto, in quelle femmine orgogliose, prepotenti e forzutissime ella abbia, in fondo, ritratto sempre se stessa.




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1 giugno 2016

GIUGNO


Vanessa Bell - Self-portrait - 1915

Affascinante, brillante, formidabile. Vanessa Bell era la sorella maggiore della scrittrice Virginia Woolf. La sua vita si svolge agli inizi, e per più di vent’anni, come un romanzo vittoriano in un’ampia casa buia, segnata dal dolore, dalla scoperta inquietante del diverso e da forme più o meno sottili di violenza. Con la morte del padre, orfani, i quattro fratelli possono decidere da soli dove e come vivere. È Vanessa a trovare la nuova casa, sorda alle critiche di parenti e amici scandalizzati dalla scelta di un quartiere così poco alla moda come Bloomsbury: "Per me nel 1904 era come essere usciti di colpo in pieno sole dal buio. Per la prima volta nella mia vita, ero libera di dipingere per quanto tempo mi pareva, nella mia stanza, senza preoccupazioni familiari o domestiche." Vivere da soli per quattro ragazzi poco più che ventenni significa anche ricevere chi si vuole e quando si vuole, come gli ex-compagni di università del fratello Thoby tutti i giovedì sera per parlare "di qualunque cosa ci passasse per la testa e fino alle ore piccole senza adulti a cui rendere conto di azioni o idee", tutti insieme, Vanessa e Virginia comprese. È da questi incontri che nasce il Bloomsbury Group. Nel 1910 il critico d’arte Roger Fry, amico dei Bell, organizza la mostra Manet and the Post-Impressionists che scandalizza Londra e contemporaneamente rivela un mondo nuovo ai giovani artisti inglesi: "è stato come se finalmente si potessero dire le cose che si erano sempre provate invece di cercare di dire le cose che gli altri ti dicevano che dovevi provare. Era la libertà di essere se stessi" scrive Vanessa, che con Roger Fry avrà una relazione. Durante la guerra i membri del Bloomsbury Group si schierano a favore dell’obiezione di coscienza e Vanessa si ritira in campagna, nel Sussex, con Duncan Grant, un interessante pittore, più giovane di lei di sei anni e omosessuale, con cui vivrà per il resto della propria vita e da cui avrà la figlia Angelica.
Considerata fra i più audaci innovatori dell'arte inglese del secolo scorso ebbe uguale interesse per il paesaggio, lo studio di figura, la natura morta, il ritratto. La sua partecipazione alla seconda mostra postimpressionista nel 1912 insieme a Picasso, Matisse, Cezanne tra gli altri, influenzò moto il suo lavoro di ispirazione fauve.




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1 maggio 2016

MAGGIO

File:Suzanne Valadon - Self-Portrait - Google Art Project.jpg

Suzanne Valadon  -  Self Portrait  -  1898




Suzanne Valadon comincia la sua carriera nel quartiere parigino di Montmartre frequentando i cafè bohemien e i circoli di avanguardia artistica. Grazie alla sua bellezza intensa e sensuale diventa modella per numerosi pittori tra i quali Pierre Puvis de Chavennes, Pierre Auguste Renoir, Henri de Toulouse Lautrec ed Edgar Degas. Fu amante di Erik Satie e madre del pittore Maurice Utrillo. Edgar Degas, avendo notato le sue capacità, la incoraggiò nel disegno e nella pittura. I suoi primi disegni furono di ambientazione e di taglio degasiano: donne nel bagno, nudi femminili colti in una feriale intimità. Nel 1894 Suzanne venne ammessa alla Società Nazionale di Belle Arti e fu la prima donna ad esserlo. Dipinse poi con predilezione nature morte di mazzi di fiori e paesaggi dai colori vivaci oppure nudi. E come lei stessa disse l'impulso creativo le veniva da una caparbia volontà di catturare e intensificare un momento dell'esperienza.




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