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Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


9 marzo 2016

L' "INVERNO A PALAZZO FORTUNY"

 quest’anno si apre a quattro donne di grande personalità, la prima è proprio la compagna di Mariano Fortuny, Henriette: i due si incontrarono a Parigi nel 1902; sebbene Mariano fosse già famoso la fama vera gli sarebbe derivata proprio dall’impresa creata con lei in Palazzo Fortuny, dove i due installarono un laboratorio di stampa a mano su seta, dal quale sarebbero usciti l’impalpabile stola Knossos , con i suoi motivi minoici, e la tunica Delphos, di diafana seta fittamente plissettata: una veste essenziale e sensualissima che scivolava sul corpo con la stessa perfetta eleganza del chitone dell’ Auriga di Delfi. E che conquistò le trend setter del tempo, dalla marchesa Casati a Isadora Duncan, dalla baronessa Rothschild a Eleonora Duse, guadagnando alla coppia un successo mondiale. L’aveva ideata Henriette e sempre lei, per decenni, avrebbe mandato avanti la fortunata attività sporcandosi le mani con i pigmenti con cui s’inchiostravano le matrici di stampa. Fu lei, poi, sposata da Mariano solo nel 1924, a lasciare nel 1965 il palazzo alla città. La mostra rende omaggio per la prima volta a questa donna geniale, che scelse di vivere nell’ombra del compagno, appagata dal ruolo di amatissima musa: lo fa esponendo le sue creazioni, i ritratti sensuali che lui le dedicò, gli strumenti di lavoro, evidenziando anche le sue doti pionieristiche di fotografa grazie a 200 fotografie inedite. Accanto alla vicenda di Henriette si dipana la vita della pittrice Romaine Brooks, che torna in Palazzo Fortuny dopo la mostra-omaggio alla marchesa Casati, dov’era esposto il suo diabolico, allucinatorio ritratto della Divina Marchesa. Ora Romaine Brooks (1874-1970) rivive una monografica ricca di opere inedite, che rivela i suoi talenti di pittrice, di fotografa e di eccellente, compulsiva disegnatrice. Quando ricadde nei fantasmi di un passato terribile (patì sin dall’infanzia il rifiuto della detestata, ricchissima madre, dedita a folli eccentricità ma soprattutto all’inutile ricerca di una cura per la schizofrenia dell’adorato figlio maschio, presto scomparso), Romaine si "curò" con il disegno, e con esso riuscì a non naufragare nei suoi incubi. Tre intere sale sono dedicate alle sue bellissime carte, quasi incise da un tratto fluido e ininterrotto che delinea i mostri della sua mente, mentre nel gran salone ci sono i dipinti per lo più in autoritratti e ritratti affilati, da "ladra d’anime", secondo Robert de Montesquiou che raccontano la sua vita infelice e privilegiata negli Anni folli, fra viaggi intercontinentali, soggiorni a Capri allora l’Eden dei ricchi omosessuali del mondo intero, dove lei inaugurò i suoi amori saffici, salotti letterari e serate di eccessi. C’è Gabriele D’Annunzio, che la chiamava "Cinerina" per via della sua tavolozza grigio-argentea, alla Whistler, e c’è Natalie Clifford-Barney, amatissima ma volubile compagna di Romaine. Ecco poi la duchessa di Clermont Tonnerre, rivale in amore di Romaine, e l’esangue Jean Cocteau. E Ida Rubinstein, la modella prediletta, per via di quelle membra così lunghe, sottili e aristocratiche: a lei, dopo averle scattato decine di languide fotografie, Brooks dedicherà i dipinti più ambiziosi, dalla Venere triste a Persefone-La Primavera . Nel salone al secondo piano vanno invece in scena le bellissime immagini fotografiche di Sarah Moon (1941), dedicate alle pietre corrose di Palazzo Fortuny e al tema della piega: un’evocazione del Delphos, ma tradotto nella pietra dei panneggi di sculture trovate nel mondo. E al piano terreno, due cicli di dipinti di Ida Barbarigo (1920), discendente dei Cadorin, pittori a Venezia dal XVI secolo: le diafane Erme degli anni ’80 e i sanguigni, brutali Saturni del decennio successivo.
La mostra a Venezia, Palazzo Fortuny, si protrae fino al 1 maggio. Per chi si trovasse nei paraggi una grande, bella, non comune occasione..

Fonte A. Masoero




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29 luglio 2011

BURRNESH

Una burrnessh in primo piano che fuma   Le chiamano vergini giurate. Quand’erano giovani  hanno rinunciato alla femminilità per diventare maschi. E poter così bere, fumare e sparare. Ma anche prendersi cura dei fratelli, amministrare i beni di famiglia e costruire la casa per gli anziani genitori. Oggi ne sono rimaste poche decine. Vivono sulle montagne del Paese delle aquile, al confine con il Kosovo.
Le burrnesh (dal termine albanese burré, uomo) sono un’antica tradizione delle montagne albanesi e kosovare che risale a più di trecento anni fa. La conversione avviene quando la bambina, fiorita fanciulla, giura la sua verginità davanti ai dodici uomini più importanti del villaggio. Una donna che ha promesso castità infinita e totale per conquistarsi l’onore di essere uomo. Di vestirsi, di armarsi, di combattere, ma anche di concedersi lussi perfettamente maschili, come il fumo e l’alcol, proibiti alle donne nella società albanese.
Le vergini giurate apparivano un tempo anche in Serbia e in Montenegro, oggi se ne trovano pochissime (si parla di qualche decina) nascoste nelle montagne dove l’Albania confina col Kosovo. Le ragioni e i misteri che hanno portato donne kosovare e albanesi a farsi vergini per sempre sono da cercare nei costumi e nelle viscere di questa terra.
Una fanciulla magari bella, magari sognatrice di famiglia e di bambini, che regala la sua vita all’onore di sua madre e di suo padre. Vite santificate, perché in quelle terre perdute una figlia, purissima guerriera, dà alla sua famiglia un vanto che tocca la gloria epica.  Abbandonando riti e miti, la tradizione delle vergini ha una spiegazione molto più moderna. In un’Albania rurale dove per una donna il fumo, il lavoro, il sesso e qualunque soffio di libertà diventano una vergogna, la burrnesh si mette addosso questa maschera semplicemente per vivere. E forse anche per nascondere la sua omosessualità, un sacrilegio che nel suo paese non è neppure immaginato. 
Non è il caso di Qamile Stema, 87 anni, gilet nero con orologio a pendolo. "Ero una normalissima ragazza, ma sono diventata uomo solo per far felice mio padre" racconta. "Lui aspettava il maschio, ma io sono nata la nona di nove femmine. Non avevo scelta". O Diana Rakipi, 54 anni, sesta di nove figli: "Il mio fratellino morì per la maledizione di un malocchio. Così per ricordarlo ho voluto diventare un maschio bello com’era lui". Diana veste oggi la divisa della guardia giurata nel porto di Durazzo dove lavora. Il cappello militare non nasconde l’antica femminilità che le passeggia sulla pelle e nel sorriso. Voglia di femminilità tradita dall’anello d’oro e dagli occhi turchini. "Delle donne amo la sensibilità, mentre dei maschi apprezzo il coraggio della sincerità". 




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3 febbraio 2011

CENERENTOLE

Era una schiava e una prostituta. Poi qualcuno la chiamò Cenerentola. Questa è la storia della ragazza eterna, con la sua malasorte, i vestiti stracciati, marchiata dall’invidia che gioca tutto il suo destino in una scarpetta. È lei che sogna il principe azzurro senza sapere che non sarà mai la magia a salvarla ma la sua virtù: innocenza e seduzione. Era lei in Persia con il vaso di alabastro. Si chiamava Ye Xian in Cina, Vassilissa in Russia. È lì che Prokofiev la farà danzare. Era Zezolla, la “gatta”, che Giambattista Basile ritrova ne Lo cunto de li cunti. È il lieto fine di Perrault e dei fratelli Grimm. È il sogno americano della Disney. È il volto di Julia Roberts in Pretty Woman. È la svolta, il biglietto della fortuna di chi sogna un orizzonte oltre i bar della provincia.
La sua storia, vera, comincia 2650 anni fa, in Tracia. Allora si chiamava Rodopi. La storia di Rodopi  è l'antica variante egiziana di Cenerentola e ne è considerata il più antico archetipo letterario. È lei la madre di tutte le cenerentole. Famosa nel mondo greco come etera, Erodoto la cita come schiava tracia di Xanto di Samo, padrone anche di Esopo così che i due si conobbero nel periodo della comune schiavitù nella casa padronale. Poi messa all’asta e riscattata da un ricco mercante di Mitilene, Carasso, fratello di Saffo, tanto innamorato da rovinarsi per lei. La stessa Saffo svelerà, e lo si può leggere nei tre frammenti (5, 7, 15), la vera natura di Cenerentola destinata a dannare tutti gli uomini che la salveranno. Compreso il principe azzurro. Lei che lascia il mercante per il faraone. La storia conferma che il faraone Amasis  (V secolo a. C.) sposò effettivamente una schiava greca di nome Rodopi, facendo di lei la regina. E avrà una città con il suo nome che tradotto significa guance rosa o piccola rosa. Rosetta, la città di mare che oggi chiamano Rashid. Lì dove una stele svelerà la lingua perduta dell’Egitto.





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27 luglio 2010

ALTRE DONNE

Doris Lessing fu colta di sorpresa all'annuncio del conferimento del premio Nobel per la letteratura nell'ottobre del 2007.  Il premio le fu comunicato dai giornalisti che stazionavano fuori da casa sua ad Hampstead poco lontano dal centro di Londra. Lei era appena scesa da un taxi con le borse della spesa fatta in un supermercato vicino casa.  La Lessing non si perse d'animo  fece due chiacchiere con i reporter sui gradini di casa e si fece fotografare senza problemi sebbene non fosse di certo "pronta". Poi andò in casa stappò una bottiglia di vino bianco e brindò, sola, al suo ennesimo premio. Non a caso è suo il personaggio di Maudie in Il diario di Jane Somers  che incarna un tabù dell'attuale società: la vecchiaia femminile. Un argomento imbarazzante e poco toccato sostituito da un nuovo perentorio luogo comune: l'ideologia dell'eterna giovinezza, della donna per sempre giovane. Nell'universo di Maudie non c'è la frontiera della chirurgia plastica. Nè lifting nè rivendicazione sociale, nè superdonne nè vittime. L'importante è mantenere una certa amicizia con la propria vita, quella passata e quella presente ma anche quella futura. 




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8 febbraio 2010

L'UOMO DEL FUTURO

"La scienza non è nient'altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell' umanità".

Pochi conoscono il suo nome, anche se tutti usiamo nella nostra vita quotidiana il suo genio.
Nikola Tesla ha inventato la corrente alternata, il generatore di energia idroelettrica, l’illuminazione a fluorescenza, il motore rotante e la turbina senza pale.
La sua vita è costellata da una serie di trionfi scientifici seguita da un'altrettanto lunga  serie di disastri commerciali, una vita incredibile, avventurosa, disperata, potremmo dire elettrica che portò Tesla dall’Europa di Sarajevo all'America di Thomas Edison. Il suo era uno sguardo ingenuo e illuminato sull’America: "quello che ho lasciato era un mondo gradevole, artistico e pieno di fascino, in tutti i sensi; quello che ho trovato è meccanizzato, grezzo e privo di attrattiva. E’ questa l’America? La sua civiltà sta un secolo dietro quella dell’Europa".
E nella vita era un uomo completamente dedito ad un sogno: il sogno dell'energia elettrica per tutti, a costo zero, che non considerava l’intreccio tra industria, finanza e ricerca scientifica.
Un genio dimenticato perché troppo utopista, sfruttato da tutti coloro che lo circondavano molti dei quali si appropriarono dei suoi meriti: Edison, Westinghouse e Marconi sono solo alcuni di essi.
Raccontare della sua vita è raccontare di una strenua lotta per dimostrare la verità delle sue invenzioni.
Di come gli fu ingiustamente mossa l'accusa  da parte di Edison che la corrente alternata fosse pericolosa.
Della sua esibizione alla fiera mondiale del 1° maggio 1893 col suo cappello a cilindro, il tight e gli stivali di gomma quando la folla lo vide far passare milioni di volt di elettricità ad alta frequenza attraverso il corpo ed accendere lampade mediante la scintilla prodotta dallo schiocco delle dita.
Fu così, con il suo corpo elettrico, che Tesla rispose alla menzogna di Edison.
E’ raccontare del perché, dopo la sua morte, l’FBI cancellò ogni traccia ed informazione sul suo conto.
La rivincita postuma arriva molto lentamente ma è implacabile. Dopo la sua morte gli astronomi battezzano in suo onore un piccolo cratere sulla luna, a fianco a quello intitolato allo scrittore di fantascienza H.G. Wells. Negli anni Settanta la New Age californiana lo riscopre come un profeta della comunicazione con gli extraterrestri. Nel 1984 fa la sua apparizione nel mondo della popculture di massa: il gruppo inglese di musica techno Orchestral Manoeuvres in the Dark gli dedica un brano, Tesla Girls. Nel 2006 David Bowie recita la parte di Tesla nel film The Prestige. Terry Gilliam gli dedica un documentario. Nel 2007, quando l’azienda hi-tech Nvidia lancia una nuova gamma di microprocessori ad alta potenza, non ha dubbi sul nome da dargli: Tesla. Gli autori di videogame della società Capcom Entertainment, nella Silicon Valley, ricreano Nikola Tesla come un personaggio digitale nella saga di fantascienza per adolescenti Dark Void. Quasi a voler pareggiare i conti, la rinascita del mito di Tesla si accompagna al tramonto di fama del suo eterno rivale. Gli storici dell’economia sono severi con Edison, oggi accusato di essere stato un prepotente monopolista. Le nuove norme ambientali mettono gradualmente fuorilegge le  lampadine inventate da Edison, per sostituirle con i nuovi modelli più ecosostenibili, a fluorescenza: le discendenti di quelle che Tesla usava per le sue esibizioni all’Expo di Chicago nel 1893. Tra gli adepti del tecno-culto non poteva mancare la nuova azienda simbolo della Silicon Valley. “Tesla è un ispiratore”, dice Larry Page, fondatore di Google. E progettata nella Silicon Valley, salutata da Obama come germoglio della green economy, la prima auto elettrica americana si chiama Tesla.

Per saperne di più su Nikola Tesla

 




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18 luglio 2009

AMORE PER LO SPAZIO



Convair Astronautics by Pereira & Luckman  (1958 )  photo by Julius Shulman 

Di Shulman, come succede spesso con i fotografi, sono più famose le immagini del cognome, contrariamente a quanto succede per la pittura o la scultura. E' considerato dalla critica il maestro delle immagini dedicate all’architettura modernista statunitense, di cui ha permesso la diffusione in tutto il mondo. Le case californiane degli anni Cinquanta e Sessanta hanno infatti rappresentato un modello per gli architetti del mondo intero, dall’Italia alla Thailandia, dal Giappone al Congo belga. Sono di Shulman le più famose foto della case di Richard Neutra con cui è stato legato da una lunga amicizia, tra cui le immagini della Kaufman House di Palm Springs, che era stata messa all’asta nei mesi scorsi ed è considerata uno dei capolavori assoluti dell’architettura contemporanea. Il fotografo californiano ha scattato migliaia di immagini, di architetti conosciuti e meno conosciuti, ma quasi esclusivamente in California. Dobbiamo a lui la diffusione di numerose opere, famose o meno, di maestri del novecento come Frank Lloyd Wright, John Lautner o Eero Saarinen. Nato il 10 ottobre 1910 a Brooklyn, figlio di immigranti ebrei russi, Shulman è finito con tutta la famiglia a Los Angeles nel 1920. La sua lunga e brillante carriera di fotografo degli architetti inizia nel 1936, con l’incontro con Neutra, di origini austriache e che era fuggito dal nazismo come molti architetti moderni che operavano in Germania e in Austria negli anni venti. 
Julius Shulman è morto due giorni fa a Los Angeles all’età di 98 anni, nella sua casa, ovviamente di stile mid-century.




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9 marzo 2009

(CONTRO)POTERE

"Sono cresciuta in una guerra. Da allora lotto per i diritti di ognuno".
Sono le parole di Irene Khan, 52 anni, settimo Segretario generale di Amnesty International. Nata nel Bangladesh è la prima donna, prima asiatica, prima musulmana a ricoprire questo incarico. Con lei quest' anno partirà il programma "Dignity", dignità. Perchè come in passato si è lottato per i prigionieri di coscienza oggi si deve lottare per chi è dietro le sbarre della miseria.
"Noi donne siamo le custodi della memoria. Perchè non ci lasciamo intrappolare dall'ideologia. E se ci troviamo in pericolo usiamo soprattutto la ragione."
Così' parla Shirin Ebadi premio Nobel per la pace 2003, prima donna giudice in Iran e l'avvocato che ha sempre difeso le donne e i dissidenti denunciando le violenze dei servizi segreti di Teheran.
"A volte l'umanità è cieca. La battaglia più difficile è quella per la consapevolezza."
E' Wangari Maathai prima africana a ricevere il premio Nobel della pace nel 2004. La chiamano la "Mamma degli alberi" perchè dal 1977 quando ha fondato la ong ambientalista Green Belt Movement  ne ha piantati oltre 40 milioni in tutta l'Africa.

                                           




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7 agosto 2008

STORIE OLIMPICHE

" Io sono colui che ha vinto e ha perso la vittoria"


Il 24 luglio 1908 davanti al Castello di Windsor sta per prendere il via la maratona delle Olimpiadi di Londra. Alla partenza, davanti alla principessa del Galles, ci sono 55 atleti, tra cui Dorando Pietri, garzone di pasticceria di Carpi. Quando manca ormai poco più di un chilometro all'arrivo sotto le tribune dello stadio di White City Pietri deve fare i conti con l'enorme dispendio di energie e la disidratazione dovuta al gran caldo. La stanchezza gli fa perdere lucidità: invece di rallentare, dato il vantaggio ormai incolmabile che sa di avere, si fa prendere da una specie di delirio di onnipotenza. Due ore e 45 minuti dopo il via Dorando imbocca la porta del White City ed entra in pista, sbagliando però la direzione della corsa. I giudici riescono a farlo tornare indietro. Il traguardo è un miraggio infinitamente remoto. Sugli spalti le 75.000 persone convenute cominciano ad intuire il dramma. Dorando cade una prima volta ma si rialza per pura forza di volontà e forse già con l’aiuto di qualcuno. Poi ricade ancora per altre quattro volte, ma ancora, testardo e orgoglioso, si rialza. Alla sesta caduta, però, Pietri non riesce più a rimettersi in piedi. E qui accade qualcosa di straordinario: un giudice, baffuto ed elegante, con in testa una paglietta e in mano un megafono, rialza Dorando, ormai semisvenuto, lo accompagna verso il traguardo. Mentre il pubblico, liberato di colpo da un peso invisibile, esplode in un’ovazione senza fine, l’americano John Hayes supera anch’egli il traguardo, 32 secondi dopo Pietri. La squadra americana presenta però un immediato reclamo per l'aiuto ricevuto da Pietri, reclamo che viene prontamente accolto. L'italiano è così squalificato e cancellato dall'ordine di arrivo della maratona e la medaglia d'oro, tanto sospirata, sfuma irrimediabilmente. Il dramma di Dorando Pietri ha però commosso gli spettatori dello stadio. Quasi a compensarlo della mancata medaglia olimpica, la regina Alessandra lo premia con una personalissima coppa d'argento dorato. Per Pietri è l’inizio della celebrità: il racconto della sua impresa eroica, ma sfortunata, fa immediatamente il giro del mondo e l’atleta emiliano diventa improvvisamente famoso. 
In tutto il mondo gli storici dello sport definiscono ancora oggi quella "non vittoria" come "l’episodio più celebre nella storia dei giochi moderni".




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1 agosto 2008

MELVILLE

 "Ci sono certe bizzarre circostanze in questa strana e caotica faccenda che chiamiamo vita, che un uomo prende l'intero universo per un'enorme burla in atto, sebbene non riesca a vederne troppo chiaramente l'arguzia, e sospetti anzichenò che la burla non sia alle spalle di altri che le sue. Egli ingolla tutti gli avvenimenti, [...] non importa quanto indigeribili, come uno struzzo dallo stomaco robusto inghiotte pallottole e pietre focaie. E quanto alle piccole difficoltà e afflizioni, le prospettive d'improvvisa rovina, di pericolo della vita o del corpo, tutto questo, e perfino la morte, gli sembrano ingegnosi e amichevoli colpi, allegre spunzonature nei fianchi, somministrati dall'invisibile e inspiegabile vecchio mattacchione".

Moby Dick  - Herman Melville (1 agosto 1819 – 28 settembre 1891)




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26 luglio 2008

NATURA UMANA

 
  Abbiamo bisogno di più consapevolezza della natura umana, perché l'unico pericolo reale che esiste è l'uomo in se stesso... Non sappiamo niente dell'uomo, molto poco. La sua psiche dovrebbe essere studiata perché siamo l'origine di tutti i mali che esistono

Carl Gustav Jung (26 luglio 1875 – 6 giugno 1961)




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19 luglio 2008

"MI SENTO COME UN MORTO CHE CAMMINA"

 
  «
 La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. »

« L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. »
                                                     
Paolo Borsellino (Palermo 19 gennaio 1940 - 19 luglio 1992)





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27 maggio 2008

VITE

La mia Africa e Come eravamo. Il primo è autobiografico e per questo lo amo in modo particolare.  Perchè racconta una storia di vita vera, quella di Karen Blixen, negli anni in cui visse in una fattoria in Kenia agli inizi del secolo scorso. Del sentimento profondo che la lega all'Africa, al suo popolo e alla natura. Che la porterà a pensare che questo grande paese  sia superiore all'Europa perchè più puro e più vicino al mondo che Dio aveva preparato per gli uomini.
Come eravamo è la storia di due persone molto diverse. Hurbell Gardiner giovane e bellissimo esponente della upper class bianca e protestante statunitense e Katy Morosky ragazza ebrea, appartenente alla Lega dei Giovani Comunisti; conservatore e disimpegnato lui, progressista e sempre in prima linea lei. Si trovano per poi perdersi in un mondo in continuo cambiamento.
Non amo collocarli nel genere delle storie d'amore, forse perchè è un genere che non mi piace. Piuttosto come racconti di vita che hanno come sfondo importanti momenti storici.
Due films del regista Sidney Pollack.
Un omaggio...











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23 maggio 2008

GIOVANNI FALCONE

 

  

« Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola. »
(Giovanni Falcone,  Palermo 18 maggio 1939 – Palermo 23 maggio 1992)


In un altro Paese gli artefici di una tale vittoria sarebbero stati considerati un patrimonio nazionale. Dopo aver vinto la prima battaglia a Palermo, ci si sarebbe aspettato che Falcone e i suoi colleghi fossero messi nella condizione di vincere la guerra. Invece in Italia avvenne proprio il contrario.

Alexander Stille (Dopo il maxi processo di Palermo)




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29 aprile 2008

LUDWIG WITTGENSTEIN

 
"Anche i pensieri talvolta cadono immaturi dall'albero"

                                                                             (Vienna 26 aprile1889 - Cambridge 29 aprile 1951)
                              




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24 aprile 2008

I VIAGGI DI FREUD

primo piano di Freud

In una lettera del settembre del 1900 indirizzata alla moglie Martha, Freud scrive una frase che riassume il significato profondo della sua passione per i viaggi: «Perché dunque lasciamo questo luogo ideale per bellezza e tranquillità, e ricco di funghi? Perché ci resta ancora solo una settimana e il nostro cuore, come abbiamo constatato, volge al Sud, verso i fichi, i castani, l’alloro, i cipressi, le case ornate di balconi, gli antiquari e così via».
«Il nostro cuore volge al Sud». Quando Freud scrive queste parole ha già pubblicato L’interpretazione dei sogni, senza essere ancora riuscito a raggiungere Roma, città di tutti i suoi desideri e di tutte le sue inibizioni, e di cui non smette di parlare nella sua opera. Roma – la Roma antica, più che la Roma barocca – è presente in lui attraverso i sogni, le letture. Ed è verso questa città, che gli aprirà in seguito la via verso il Sud – la strada per Napoli, Pompei, Ravello, Paestum, Positano, la Costiera Amalfitana fino a Palermo e Agrigento – che il suo sguardo si volge, come per fondersi con l’ago calamitato di una bussola che intima a lui, viaggiatore perduto nei suoi fantasmi, di prendere il cammino per una vera terra promessa: una terra libera da ogni chiusura, senza frontiere né sciovinismo, una terra simile all’immensa distesa dell’inconscio.
Roma è per Freud ciò che Israele è per Mosè. Quando contempla nel 1912 la famosa statua di Michelangelo nella chiesa di San Pietro in Vincoli, scrive a Martha: «Rendo visita tutti i giorni al Mosè di S. Pietro in Vincoli, sul quale forse un giorno scriverò qualcosa». In una lettera precedente aveva annunciato il desiderio di diventare romano: «Roma era certamente la cosa migliore per me. Mi piace più che mai, probabilmente anche perché sono magnificamente alloggiato. Ho deciso che il luogo dove trascorrerò la mia vecchiaia non sarà un cottage ma Roma».
Nell’Interpretazione dei sogni Freud racconta che, in occasione del suo ultimo viaggio in Italia, un anno prima, mentre passava per il Lago Trasimeno, a ottanta chilometri da Roma, aveva dovuto tristemente fare marcia indietro. Data l’identificazione con Annibale, l’eroe favorito dei suoi anni del ginnasio, si era impedito di realizzare il suo desiderio più ardente: il generale cartaginese, come è noto, non era mai riuscito a raggiungere la città imperiale.
Riandando con la memoria a questo periplo, Freud ricorda un episodio della sua infanzia divenuto celebre. Un giorno suo padre Jacob gli aveva raccontato un vecchio aneddoto a dimostrazione che i tempi presenti fossero migliori di quelli passati: una volta, un cristiano gli aveva «gettato con un colpo il berretto nel fango, gridando: “Giù dal marciapiede, ebreo!”» Freud aveva allora domandato al padre quale fosse stata la sua reazione e Jacob gli aveva risposto: «Ho raccolto il berretto». A questa scena, che gli era dispiaciuta, il figlio ne aveva opposto un’altra, più conforme alle sue aspirazioni: quella, storica, in cui Amilcare fa giurare al figlio Annibale che lo vendicherà dei romani e che difenderà Cartagine fino alla morte.
Mito fondante dell’epopea psicoanalitica, questo aneddoto narra della debolezza di un padre di fronte all’antisemitismo, descrivendo allo stesso tempo l’itinerario di un figlio che si dà per missione quella di rivalutare la funzione paterna attraverso un atto di ribellione “annibaliana”, un atto che mette in causa l’attaccamento per il “mondo di ieri”, cioè per quell’idealismo liberale e progressista professato dalla generazione dei padri. Ma la Roma di Freud non è solo il simbolo di una rivincita da realizzare. Come Goethe prima di lui, Freud si sente trasformato dall’Italia romana. E, dopo essersi finalmente impadronito di Roma, più scende verso Sud, e più si sente penetrato dalla bellezza dei paesaggi e dei luoghi, dagli odori, dai profumi, dai sapori di cui ignorava l’esistenza. Nella sua topografia, scopre il segreto di piaceri infiniti: piacere della bocca, dell’occhio, dell’udito, dell’anima.

Fonte: Lettera Internazionale


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