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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


26 dicembre 2007

CHARLIE CHAPLIN

Il 25 dicembre, trent'anni fa, moriva Charles Chaplin.
Il 21 aprile del 1939 compariva sulle pagine del londinese "Spectator" un articolo anonimo di questo contenuto:
" La Provvidenza era in vena d'ironia quando, esattamente cinquant'anni fa, dava ordine che Charles Chaplin e Adolf Hitler facessero il loro ingresso nel mondo a quattro giorni di distanza l'uno dall'altro …Entrambi, in modi diversi, hanno espresso le idee, i sentimenti, le aspirazioni dei milioni di cittadini che si arrabattano fra le sfere più alte e quelle più umili della società; la data di nascita quasi comune e i baffetti identici (volutamente grotteschi in Chaplin) potrebbero essere stati preparati dalla natura stessa per sottolineare la natura analoga del loro genio; ché entrambi, senza dubbio, di genio sono dotati. Tutti e due rispecchiano la stessa realtà: la condizione del "piccolo uomo" nella società moderna; e tutti e due la rispecchiano in modo distorto, l'uno in senso positivo, l'altro in senso orribilmente negativo. In Chaplin, l'ometto è un clown timido, inefficiente, pieno di infinite risorse ma sconcertato da un mondo che non ha posto per lui: se dà un morso a una mela, ci trova un verme; i suoi pantaloni, lacero residuo di eleganza, lo fanno inciampare; il suo bastone da passeggio arieggia a uno chic del tutto ingiustificato; se aziona una leva è quella clamorosamente sbagliata e ne consegue una catastrofe. E' una figura eroica, ma eroica solo nel senso che sa affrontare tutti i colpi del destino con pazienza e con spirito indomito; è una figura che emula gli angeli nel suo comportamento ingenuo e nella sua grande capacità d'amore. In Herr Hitler, invece, l'angelo è diventato un demonio; gli stivali senza suola si sono trasformati in Reitstieffeln; i pantaloni sformati in costume da cavallerizzo; il bastone da passeggio in un frustino; la bombetta in una bustina militare. Insomma, il vagabondo si è arruolato fra i così detti "Sturmtruppen": solo i baffi rimangono gli stessi." (in D. Robinson, Chaplin, la vita e l'arte, trad. it. Venezia 1987)."

Nell'autunno del 1940, quando la guerra stava già dilagando in tutta Europa, usciva nelle sale cinematografiche Il grande dittatore di Chaplin. E' considerato un evento straordinario.
La sfida coraggiosa lanciata dal film,da uno dei pochi uomini liberi dell’epoca, al più folle e terrificante protagonista degli avvenimenti ad esso contemporanei.
E' di un'attualità e di un coraggio senza pari.




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26 dicembre 2007

IL GRANDE DITTATORE

 Mi dispiace, ma io non voglio fare l'Imperatore, non è il mio mestiere, non voglio governare né conquistare nessuno, vorrei aiutare tutti se possibile, ebrei, ariani, uomini neri e bianchi, tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l'un l'altro.
Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci. Al mondo c'è posto per tutti. E la buona terra è ricca e in grado di provvedere a tutti.
La vita può essere libera e bella, ma noi abbiamo smarrito la strada: la cupidigia ha avvelenato l'animo degli uomini, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi dentro. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici; l'intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
L'aereo e la radio ci hanno avvicinati. E' l'intima natura di queste cose a invocare la bontà dell'uomo, a invocare la fratellanza universale, l'unità di tutti noi. Anche ora la mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gli innocenti. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono la via del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. E finché gli uomini non saranno morti la libertà non perirà mai.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Che vi istruiscono, vi tengono a dieta, vi trattano come bestie e si servono di voi come carne da cannone. Non datevi a questi uomini inumani: uomini-macchine con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Solo chi non è amato odia! Chi non è amato e chi non ha rinnegato la sua condizione umana! Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nell'uomo: non in un uomo o in un gruppo di uomini ma in tutti gli uomini! In voi! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di rendere questa vita una magnifica avventura. E allora, in nome della democrazia, usiamo questo potere, uniamoci tutti. Battiamoci per un mondo nuovo, un mondo buono che dia agli uomini la possibilità di lavorare, che dia alla gioventù un futuro e alla vecchiaia una sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Ma essi mentono! Non mantengono questa promessa. Né lo faranno mai! I dittatori liberano se stessi ma riducono il popolo in schiavitù. Battiamoci per liberare il mondo, per abbattere le barriere nazionali, per eliminare l'ingordigia, l'odio e l'intolleranza. Battiamoci per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso conducano alla felicità di tutti. Soldati uniamoci in nome della democrazia!

 
C. Chaplin
il Grande Dittatore
Il discorso del dittatore


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24 dicembre 2007

GESU' VISTO DA CHESTERTON

Ci sono dei pensieri che, messi insieme, creano l'impressione che il Cristianesimo è qualche cosa di fiacco e di morboso. Primo, per esempio, che Gesù fu, una creatura delicata, timida e fuori del mondo, un puro inefficace appello al mondo; secondo, che il Cristianesimo sorse e fiori nelle oscure età dell'ignoranza e che a questo la Chiesa vorrebbe ricondurci; terzo, che la gente ancora profondamente religiosa o (se volete) superstiziosa - come gl'irlandesi - è debole, arretrata e priva di spirito pratico. Prendo queste idee solo per arrivare alla stessa affermazione: cioè che, dopo averle esaminate spregiudicatamente, ho trovato non che le conclusioni erano antifilosofiche, ma che i fatti non erano veri. Invece di cercare libri e pitture sul Nuovo Testamento, ho aperto il Nuovo Testamento e vi ho trovato non già la storia di una persona con i capelli divisi sulla fronte o con le mani congiunte in atto di preghiera, bensì di un essere straordinario dalle labbra tuonanti e dai gesti bruschi e decisi, che rovesciava tavole, cacciava demonii, e passava col selvaggio mistero del vento dall'isolamento della montagna ad una specie di paurosa demagogia; un essere che spesso agiva come un dio irato - e sempre come un dio.
Cristo ha avuto anche uno stile letterario suo proprio che non trova riscontro, credo, in nessun altro, e che consiste nell'uso quasi furioso dell'a fortiori. I suoi «quanto più» si accavallano gli uni sugli altri come castelli sulle nubi. La letteratura su Cristo è stata, e forse saggiamente, dolce e remissiva. Ma la parola di Cristo è stranamente gigantesca: piena di cammelli che saltano attraverso le crune degli aghi e di montagne scaraventate nel mare. Anche moralmente è terrificante: Egli ha chiamato se stesso strumento di strage e ha detto agli uomini di comprare spade a costo di vendere il vestito. Che, poi, Egli abbia usato anche più forti parole nel senso della non-resistenza, non fa che rendere più fitto il mistero; se mai, aggiunge piuttosto altra violenza.
Né possiamo spiegarci ciò, chiamandolo un essere anormale: la pazzia generalmente segue una linea coerente; il maniaco è generalmente un monomaniaco. Qui dobbiamo richiamare la difficile definizione del Cristianesimo già data: il Cristianesimo è un paradosso sovrumano per cui due opposte passioni possono fiammeggiare accanto. La sola spiegazione del linguaggio del Vangelo che sia una spiegazione, è che esso è la vista di uno che da un'altezza soprannaturale scruta una più sorprendente sintesi.
La gioia, che fu la piccola appariscenza del pagano, è il gigantesco segreto del cristiano. Nel chiudere questo caotico volume, riapro lo strano libriccino da cui venne tutto il Cristianesimo; e di nuovo sono turbato da una specie di confermazione. La immensa figura che riempie i Vangeli s'innalza per questo rispetto, come per ogni altro, su tutti i pensa tori che si credettero grandi. Il Suo pathos fu naturale, quasi casuale. Gli storici antichi e moderni ebbero l'orgoglio di nascondere le loro lacrime. Egli non nascose mai le Sue lacrime. Egli le mostrò chiaramente sul Suo viso aperto.

 
Chesterton Gilbert Keith




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24 dicembre 2007

LA VIA DELLA SETA

Dal Ferghana, passando per Samarcanda, si poteva discendere, percorrendo la parte settentrionale dell’Afghanistan, a Balkh, dove il pellegrino Xuanzang fece tappa e dove si soffermò anche Marco Polo, il quale ci riferisce di una leggenda secondo la quale Alessandro Magno avrebbe preso in moglie la figlia del re della Persia, Dario, proprio a Balkh. Da qui, si poteva procedere alla volta di Bamiyan, situata piú a sud e a ovest di Kabul. La località era famosa per la presenza di due colossali statue raffiguranti il Buddha e scavate nel fianco di una montagna, e distrutte dai talebani nel 2001: quando, un tempo, le due enormi figure – di cui una alta 35 metri e risalente al V secolo – erano ricoperte d’oro, il bagliore che emettevano alla luce del sole rendeva i riflessi visibili a centinaia di chilometri di distanza, indicando ai viaggiatori la strada e manifestando la gloria del Buddha e della sua dottrina. È ancora al pellegrino Xuanzang che dobbiamo una delle piú antiche descrizioni del sito e delle due sculture: «A nordovest della città regale, sul fianco della montagna, si trova una statua del Buddha raffigurato in piedi; essa è alta da centoquaranta a centocinquanta piedi, è splendente d’oro e magnifici sono i suoi ornamenti preziosi. A oriente di questa statua, è un monastero che è stato fondato da un re precedente di questo Paese, e a oriente del monastero sorge una statua del Buddha Sakyamuni in piedi, fatta di ottone e alta piú di cento piedi. Il corpo è stato fuso in parti separate, successivamente riunite per completare e drizzare il simulacro. Due o tre li a oriente della città, un monastero ospita una statua del Buddha sdraiato nell’atto di entrare nel nirvana, lunga piú di mille piedi».
Dalla zona di Bamiyan di Balkh, la strada prosegue verso ovest raggiungendo Herat, località della quale ci resta una descrizione di Chen Cheng, inviato nel XV secolo dall’imperatore Xuanzong della dinastia Ming, che desiderava intensificare gli scambi commerciali con questa regione: «Gli uomini si radono il capo e si avvolgono in una pezza di stoffa bianca, mentre le donne si coprono la testa, lasciando solo una fessura per gli occhi. Il bianco è considerato il colore della gioia, mentre il nero è il colore del lutto [in Cina era il bianco il colore del lutto]. Quando superiori e inferiori parlano tra loro, si chiamano semplicemente per nome. Incontrandosi, accennano un piccolo inchino e piegano tre volte le ginocchia. Mangiando, non si servono né di cucchiai né di bacchette...». Si tratta chiaramente di una descrizione delle abitudini degli abitanti di Herat convertiti all’islamismo. La carovaniera procedeva ancora verso occidente traversando località della Persia visitate da Marco Polo: Kerman, Isfahan, Tabriz, Baghdad e Mosul.
Tabriz, la Toris di Marco Polo, era un attivissimo centro di scambi commerciali, punto di convergenza di numerose carovaniere provenienti dall’Oriente: al di là di essa si entrava nel territorio controllato dai mercanti Veneziani e genovesi. Anche Baghdad era un grande centro commerciale. Fu la residenza dei califfi Abbasidi a partire dall’VIII secolo e fino alla sua conquista, nel 1258, da parte di Hulagu, nipote di Genghis Khan.
Ormai la Cina era lontana, solo uno dei tanti ricordi del lungo viaggio dei mercanti che da Baghdad intraprendevano l’ultima parte del cammino che li avrebbe condotti sulle coste del Mediterraneo. A partire dai punti di convergenza in Mesopotamia, nel Kurdistan e in Armenia delle strade provenienti da Oriente, si poteva scegliere tra diverse direttrici per raggiungere la meta finale, costituita dall’Italia e dall’Europa occidentale. Si poteva in primo luogo seguire le vie commerciali dell’antichità classica, passando per Dura-Europos, Palmira o Antiochia, oppure San Giovanni d’Acri, baluardo dei Crociati in Terra Santa, per poi attraversare il Mediterraneo. Oppure, raggiungere Costantinopoli, l’odierna Istanbul, sia dalla Crimea, provenendo dalla zona a nord del Mar Caspio, sia dalla Turchia orientale, per poi attraversare il Mar Nero e raggiungere, sempre via mare, l’Italia, la patria di origine di alcuni dei piú grandi viaggiatori del XIII e XIV secolo.

 


Le sei Vie della Rinascita Il lepidottero Bombix Mori Paesaggio montano su seta Valle dello Zanskar La pagoda dell'oca selvatica
 
Kurghan Xinjiang Monastero a Gaochang Antica via a Jiaohe Tavoletta buddista indiana
 
Torre di Bam Muraglia cinese Vicino a Samarcanda Yaksa Particolare

fonte: Sapere.it


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23 dicembre 2007

HAIKU

E con gli occhi
come vetri puliti
scruto anime

Julia




Kitagawa Utamaro
"Les curieuses"




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21 dicembre 2007

PAROLA DI J. L. BORGES

 Giovanni, I, 14

Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei Miei libri sacri
o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole d’un uomo, non già specchi
oscuri dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di un incantesimo
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza,
questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido, quanto è dispari o scabro,
il sapore del miele e della mela
e l’acqua nella gola della sete,
il peso d’un metallo sulla palma,
la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto gridio degli uccelli.
Conobbi l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
ne sarà almeno un riflesso.
Dalla Mia eternità cadono segni.
Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la Mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte, e ho nostalgia, l’odore
di quella bottega di falegname.

Jorge Luis Borges
- Elogio dell’ombra -



 Giotto - Natività di Gesù (particolare) XIV sec. Padova, Cappella degli Scrovegni






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21 dicembre 2007

HAIKU

Mille lacrime
di dolore liquido
cadono lente

Julia


stampa di Utamaro




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20 dicembre 2007

RISPOSTE




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20 dicembre 2007

MERCATINO DI NATALE

 

Oggi mercatino di Natale all'interno del centro commerciale Blue City.




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18 dicembre 2007

REGALI

 Natale, compleanni e anniversari: per l’Uomo ogni occasione è buona per fare regali ai propri simili. Non è solo un’abitudine legata al consumismo: nella nostra specie il dono acquista valenze molto profonde. Basti pensare all’anello di fidanzamento, simbolo di promessa d’amore eterno. Insomma, tutto fa presupporre che farsi i regali sia il più “umano” tra i comportamenti. Ma questo è un pregiudizio del tutto errato: anche gli animali, sopratutto gli insetti, si scambiano doni. Di solito si tratta di cibo, il regalo più utile e concreto; ma esistono molti casi in cui anche tra le bestie il dono diventa simbolico, privo di qualunque valore nutritivo. Il regalo negli animali è quasi sempre legato ai comportamenti riproduttivi: è un gesto compiuto dai maschi per conquistare una partner. A pensarci bene anche nell’Uomo succede spesso così...

Dagli insetti ai mammiferi, in tutti i gruppi di animali esistono specie territoriali. In queste i maschi lottano tra loro per garantirsi una certa superficie dell’ambiente in cui vivono. E le femmine sembrano preferire decisamente i proprietari terrieri! I maschi senza un territorio, infatti, hanno pochissime speranze di riuscire ad accoppiarsi. Inoltre, le femmine sono molto esigenti: scelgono i maschi proprietari delle tenute più ricche di risorse e di cibo. In pratica, i maschi fanno dono alla partner del loro regno, in cambio della possibilità di diventare padri. Le femmine accettano di buon grado, perché sanno che la sopravvivenza della prole dipende dalla ricchezza di cibo del territorio in cui vivono.
A volte, però, le femmine sembrano essere più frivole; scelgono il loro partner solo in base alla bellezza della sua dimora, senza badare a quanto cibo essa possa contenere. È questo il caso dell’uccello di raso (Ptilonorhynchus violaceus). I maschi di questa specie costruiscono strane strutture fatte di ramoscelli secchi ed erba. Passano giorni a decorare queste dimore con tutti gli oggetti blu che riescono a trovare. In genere si tratta di piume colorate cadute a pappagalli; ma se ci sono insediamenti umani nelle vicinanze usano anche pezzi di plastica e altri oggetti rigorosamente colorati di blu.
I maschi dell’uccello di raso passano gran parte della stagione riproduttiva a costruire e abbellire questa sorta di nido, che serve solo a far colpo sulle femmine. Non protegge dalle intemperie, non nasconde dai predatori: è semplicemente uno status symbol, un dono simbolico per chi si concederà loro. Le femmine, infatti, passeggiano con aria indifferente osservando le opere dei maschi, e scelgono come partner il volatile che ha saputo costruire il nido più stupefacente.

fonte: Gianni Paoletta



H. Rousseau - Dream -




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17 dicembre 2007

TOLO


Isola nel blu
calma rotta dal vento
colore, sempre

Julia


                                                          

Stampa di Utagawa Hiroshige




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17 dicembre 2007

MOSTRA

Questa mattina è arrivato l'invito per la mostra sui pittori italiani dal 1950 al 1980. Non posso perderla. E' la prima del genere che vedo perchè il periodo non è dei miei preferiti e sono curiosa di scoprire nuove immagini dell'arte.
  
« Pictura est laicorum literatura »
Umberto Eco - Il nome della rosa -


 


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16 dicembre 2007

...SCUSA ...

L’arte difficile di chiedere scusa

All’inizio dei Tre moschettieri, D’Artagnan chiede scusa per una piccola goffaggine, aggiungendo che un guascone quando ha chiesto scusa ritiene di aver già fatto il doppio del necessario. L’intrepido spadaccino sa che la doverosa capacità di riconoscere i propri torti non è untuoso sentimento di inferiorità, bensì risoluta attitudine a chiudere i conti, pagando se necessario il proprio debito, per poi gettarselo alle spalle, pronti a reagire se qualcuno scambia quel gesto di giustizia per debolezza. Chiedere perdono è meno gratificante di perdonare, perché chi perdona si pone al di sopra di chi viene perdonato come un giudice o un sovrano che concedono una grazia.

Il perdono cristiano invece non è ambiguo, perché nasce dal sentimento fraterno della comune fragilità, che tocca ora l’uno ora l’altro, chiamandoli a turno a scusarsi a vicenda; il confessore che assolve non è un uomo più degno di chi si confessa, ma è solo l’impersonale incaricato di una funzione ed è questa la grandezza liberatoria di quel sacramento. Così come esiste una versione supponente del perdonare, ne esiste una parodia, oggi divenuta un vero e proprio tic mediatico: non c’è genitore di un figlio appena ammazzato da un rapinatore, magari ancora ignoto al quale giornali, radio e televisioni non chiedano subito mettendogli il microfono in bocca se perdona l’assassino, una farsa sferzata già anni fa, ad esempio, da Lorenzo Mondo e Marina Corradi. Barbarica è inoltre la tendenza ad attribuire un qualche peso giuridico al perdono dei parenti di una vittima facendone quasi dipendere la concessione o meno della grazia al colpevole.

I sentimenti sono più importanti della legge ma non hanno a che vedere con quest’ultima; un genitore che perdona l’assassino del figlio può essere sublime ma ciò non può influire sul numero di anni che l’assassino secondo il codice deve passare in galera. Mescolare visceralmente codice e pappa famigliare significa regredire alla barbarie pre-civile degli Atridi, che già la tragedia greca luminosamente trascende: il matricida Oreste viene assolto non dai parenti, bensì dal libero Areopago di Atene, la polis che s'innalza al di sopra dei legami di sangue. La regressione più incivile, sotto questo profilo, è costituita dalla consuetudine— vigente ad esempio in alcuni degli Stati Uniti — di far assistere i parenti della vittima all’esecuzione del colpevole, trasformando così la giustizia in una animalesca vendetta, una degradazione indegna dell’Occidente. Se perdonare nel modo giusto è difficile, lo è altrettanto chiedere perdono. Non basta superare le resistenze dell’orgoglio, del vano amor proprio e anche della giusta fierezza, come il giovane D’Artagnan. In primo luogo le scuse vanno fatte da posizioni di forza altrimenti sono legittimamente sospette.

Anche saper porgere le scuse è un dono. Giovanni Paolo II, per esempio, lo possedeva per istinto vitale. Ha saputo chiedere perdono, scandalizzando alcuni timorati e benpensanti prelati conservatori, in modo ardito, riconoscendo addirittura, a proposito dell’antisemitismo che certi errori della chiesa hanno contribuito nei secoli a porre le premesse che hanno reso possibile l’orrore. Lo ha fatto senza imbarazzo e con forza e senza preoccuparsi delle critiche di chi lo rimproverava di aver detto troppo o troppo poco, con la robusta tranquillità di chi non conosce, in alcuna situazione, il disagio e, fatto quello che sentiva di dover fare, se ne infischia delle reazioni e manda tutti a quel paese. Il suo successore — come, per altre ragioni, il suo predecessore Paolo VI — non ha avuto quel dono nella stessa misura. Lo dimostra il tiramolla successivo alle famose dichiarazioni di Regensburg, quell’altalena di precisazioni, rettifiche e riprese, segnali contradditori che del resto spesso caratterizzano le intelligenze profonde e problematiche, come quella di Benedetto XVI.

................  Claudio Magris

dal Corriere della sera 16 dicembre 2007




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14 dicembre 2007

LA VIA

 


"Colui che conosce gli altri è sapiente;
colui che conosce se stesso è illuminato.
Colui che vince un altro è potente;
colui che vince se stesso è superiore".

 Lao-Tzû (IV o nel V secolo A.C.)




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13 dicembre 2007

IL VIAGGIO

 Fu un freddo avvento per noi,
Proprio il tempo peggiore dell’anno
Per un viaggio, per un lungo viaggio come questo
Le vie fangose e la stagione rigida
Nel cuore dell’inverno.
E i cammelli piagati, coi piedi sanguinanti, indocili
 Sdraiati  nella neve che si scioglie.
Vi furono momenti in cui noi rimpiangemmo
I palazzi d'estate sui pendii, le terrazze,
E le fanciulle seriche che portano il sorbetto.
Poi i cammellieri che imprecavano e maledicevano
E disertavano, e volevano, donne e liquori,
E i fuochi notturni s'estinguevano, mancavano ricoveri,
E le città ostili e i paesi nemici
Ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo:
Ore difficili avemmo.
Preferimmo viaggiare di notte,
Dormendo solo a tratti,
Con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo
Che questo era tutta follia.
Poi all'alba giungemmo a una valle più tiepida,
Umida, sotto la linea della neve, tutta odorante di vegetazione;
Con un ruscello in corsa ed un molino ad acqua che batteva il buio,
E tre alberi contro il cielo basso,
E un vecchio cavallo bianco al galoppo sul prato.
Poi arrivammo a una taverna con l'architrave coperta di pampini,
Sei mani ad una porta aperta giocavano a dadi monete d'argento,
E piedi davano calci agli otri vuoti.
Ma non avemmo alcuna informazione, e così proseguimmo
Ed arrivati a sera non un solo momento troppo presto
Trovammo il posto; cosa soddisfacente voi direte.
Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo,
  E lo farei di nuovo, ma considerate
Questo considerate
Questo: ci trascinarono per tutta quella strada
Per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,
Ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo detto nascita e morte
Ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu
Come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte
Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni,
Ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,
Fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli.
Io sarei lieto di un’altra morte.


Il viaggio dei magi
di Thomas Stearns Eliot



The Journey of the Magi" (1894) by James Jacques Joseph Tissot (French painter and illustrator, 1836-1902), oil on canvas, Minneapolis Institute of Arts




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