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Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


30 ottobre 2008

MUSICA E ARTE

Molti non lo sanno ma collezionando dischi jazz hanno anche collezionato fotografie importanti.
È una delle storie, una delle più avvincenti e documentate, comprese nella grande mostra Il secolo del jazz in programma al Mart di Rovereto dal 15 novembre 2008 al 15 febbraio 2009.
La mostra segue i percorsi del jazz in relazione alle altre arti, la pittura, la letteratura, la fotografia e dedica una parte consistente alla storia della grafica, probabilmente la meno conosciuta, almeno in Europa, tra queste fitte e intense relazioni tra linguaggi e arte sotto la spinta del jazz.
Siamo così abituati a pensare i dischi con una copertina ben definita graficamente che è difficile
rendersi conto che le copertine disegnate sono arrivate quasi quarant’anni dopo la nascita del disco. Prima erano semplici anonime buste, tombstones, pietre tombali, così le chiamavano gli anglosassoni. Dopo la semplice ma efficacissima idea di Alex Steinweiss nel 1939 è stato chiaro che il disco doveva avere una copertina disegnata.
Ci sono state copertine firmate da autori famosi come Salvador Dalì, Andy Warhol o Jackson Pollock ma più di ogni altra musica il jazz ha suscitato l'interesse dei fotografi. Alcuni come Herman Leonard o William Claxton ne fanno una vera e propria specialità e gli devono la loro fama. Altri, destinati a essere ricordati come i piu' rappresentativi del secolo, gli dedicano una parte importante della loro carriera.
Il lavoro di Lee Friedlander per la casa discografica Atlantic e' ricordato da una trentina di dischi, tra cui veri e propri monumenti della storia del jazz con Giant Steps di John Coltrane o In a Silent Way di Miles Davis. 
La musica jazz e' stata una delle espressioni piu' importanti del XX secolo: nuovi ritmi, colori, e linguaggi sonori nati da uno storico confronto tra diverse culture che a quanto pare con il mondo dei suoi suoni ha colorato tutte le altre arti.



Copertina interna di In a Silent Way di Miles Davis - foto di Lee Friedlander




permalink | inviato da ioJulia il 30/10/2008 alle 14:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


26 ottobre 2008

NERO

Lo si sceglie per essere eleganti ma per molti è il colore del lutto. Lo indossano i sacerdoti come segno di umiltà ma anche le toghe per segnalare autorevolezza. Il nero ha una simbologia complessa che la moda del ’900 (dittature comprese) ha ben sfruttato. Molto prima del little black dress di Chanel, Filippo il Bello era fanatico degli abiti scuri. All’epoca il nero era difficile da realizzare su stoffa e richiedeva l'impiego di radici del noce, albero ritenuto maledetto dalla tradizione popolare. Considerato insieme al bianco un non-colore può essere definito come l'impressione visiva che viene sperimentata quando nessuna luce visibile raggiunge l'occhio. Nell’antichità era il simbolo dell’oscurità, di forze incontrollabili e spesso malvagie. Era il colore delle streghe, dei draghi e degli animali considerati al servizio del diavolo. Nell’immaginario comune è ancora oggi associato al buio, alle tenebre e qualche volta al male. In Italia è opinione comune che incrociare un gatto nero sulla propria strada porti sfortuna. Questa credenza deriva dal Medioevo quando inciampando di notte in qualcosa, (per esempio un felino poco visibile), si rischiava di rompersi un osso e quindi di morire. Non in tutti i paesi il gatto nero è considerato messaggero di sventura; in Inghilterra per esempio un proverbio popolare recita: "Nella casa dove vive un gatto nero non mancherà mai l'amore".
Nella cultura occidentale è spesso usato nella pittura, nella letteratura e nei film per evocare un senso di paura o per rappresentare la morte. Mentre nelle tribù Masai del Kenya e in Tanzania il nero è associato alle nuvole che portano la pioggia diventando un simbolo di vita e prosperità. Se penso alla letteratura mi viene in mente  "L'opera al nero" di Marguerite Yourcenar o "Il gatto nero" di Edgar Allan Poe, all'arte il sofisticatissimo "Ritratto della duchessa de la Salle" di Tamara de Lempicka.
Lo amo moltissimo, inscindibilmente legato al bianco, nella fotografia.



"Palazzo della Cultura e della Scienza"   -  Varsavia  -  marzo 2008   (foto by Julia)




permalink | inviato da ioJulia il 26/10/2008 alle 21:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


12 ottobre 2008

PER CASO

 
   Found Magazine pubblica i messaggini, gli avvisi o le fotografie che i suoi collaboratori trovano sui marciapiedi, sui parabrezza delle auto o in vecchi scatoloni polverosi stipati in una soffitta.
"Le lettere e i messaggi trovati per caso ci mostrano un intero repertorio di esperienze umane", scrive David Rothbart, il direttore del giornale e del sito Found Magazine in un suo intervento sul Guardian. "Ci offrono una scorciatoia per arrivare al cuore e alla mente degli altri".
Ho trovato molto divertente il racconto di David di come ha avuto l'idea di raccogliere i messaggi agli sconosciuti. Tutto è cominciato una notte buia e nevosa a Chicago quando ha trovato un biglietto sul parabrezza della sua macchina indirizzato a un certo Mario da parte di Amber: "Mario, c.... quanto ti odio! Avevi detto che dovevi lavorare e allora perché la tua macchina sta QUI, al SUO posto. Sei un bugiardo di merda. Ti odio, c.... quanto di odio. Amber Ps: chiamami più tardi".
In realtà, l'originale non dice "chiamami", ma "page me" qualcosa che in inglese ha a che fare con le segreterie telefoniche dei cellulari. Ps: Page me later è diventato anche il titolo di una commedia teatrale andata in scena a Boston, basata proprio sui foglietti pubblicati nel giornale.
Found Magazine finora ha pubblicato cinque numeri a tema (amori, amori sfortunati, gialli…), più altri tre della versione osé, Dirty Found.

Ed io per caso ho trovato questo articolo su Internazionale...




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2 ottobre 2008

MIGUEL ANGEL ASTURIAS

 Noto soprattutto come narratore (Gli uomini di mais, Il Signor Presidente, L’uomo della Provvidenza), oltre che per essere uno dei fondatori del realismo magico latinoamericano il guatemalteco Miguel Ángel Asturias fu poeta di lingua e fantasia prodigiose anche se oggi la sua poesia è quasi del tutto sconosciuta o dimenticata. Forse il suo unico libro di versi tradotto in italiano, Parla il Gran Lengua, uscì nel 1967 l'anno in cui gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura.
La poesia di Asturias è l’evocazione appassionata della cultura del Guatemala e delle sue ascendenze maya raccolta di miti e leggende dei popoli che abitarono la sua terra. E dal mito maya, secondo il quale gli uomini e le donne furono creati con le pannocchie di mais giallo e di mais bianco, trasse ispirazione per il suo capolavoro, Gli uomini di mais.
La vita e l’opera di Asturias furono segnate soprattutto dal suo impegno in favore degli indios e dei contadini, oppressi per decenni da despoti sanguinari. Per la sua patria "delle perfette luci, dei perfetti laghi, dei perfetti giorni, dei perfetti cieli" sognava un liberatore come Bolívar ("Credo nella Libertà, Madre dell’America, matrice di dolci mari sulla terra"). I lunghi viaggi e soggiorni all’estero arricchirono le sue conoscenze, affinarono la sua istruzione e fecero di lui una delle voci più originali e importanti della letteratura latinoamericana.
Se i suoi romanzi sono la rivendicazione della dignità morale e spirituale del suo popolo la poesia di Asturias esprime la bellezza e la magia della sua terra, trasformata da paradiso terrestre in realtà miserabile. Asturias morì a Madrid nel 1974 e la sua salma fu tumulata al Père-Lachaise di Parigi, sormontata da una stele maya, accanto alla tomba di Chopin.

...Noi che viviamo ancora sulla terra
ci rivolgiamo a quelli che stanno sotto terra,
vicino alle radici degli alberi,
tra essi, con essi,
formando parte di essi,
vegetali che vedono, sentono, odono,
e che chiamiamo morti perché così li chiamano.
 
Noi che abbiamo sangue che cammina
e respiro che vola, e pensiero,
il pensiero è il respiro di Dio,
ci rivolgiamo a quelli che non hanno più sangue,
né respiro, né pensiero,
né linfa irrequieta vicino alle gioie dell'umidità,
perché fanno ormai parte del terreno petroso,
metallizzati fino alle ossa del cranio,
la cui chioma diedero per la guerra
per il cuoio capelluto della guerra,
nei terreni oleosi d'oro nero,
oro vestito a lutto per la guerra
...

(Clarivigilia Primaveral)




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1 ottobre 2008

OTTOBRE


Edvard Munch - Madonna


Agli amici che così carinamente si interessano alla mia sorte rispondo che da poco sto trascorrendo felici giorni nella casa di campagna dei nonni...
Il trasloco è finito e si sta aspettando la prossima destinazione..
Un grazie sincero
A tutti
Julia




permalink | inviato da ioJulia il 1/10/2008 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

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