.
Annunci online

  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
www.flickr.com

*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


30 maggio 2008

EVERY SONG TELLS A STORY

 Elvis Costello  -  Alison








permalink | inviato da ioJulia il 30/5/2008 alle 9:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


27 maggio 2008

VITE

La mia Africa e Come eravamo. Il primo è autobiografico e per questo lo amo in modo particolare.  Perchè racconta una storia di vita vera, quella di Karen Blixen, negli anni in cui visse in una fattoria in Kenia agli inizi del secolo scorso. Del sentimento profondo che la lega all'Africa, al suo popolo e alla natura. Che la porterà a pensare che questo grande paese  sia superiore all'Europa perchè più puro e più vicino al mondo che Dio aveva preparato per gli uomini.
Come eravamo è la storia di due persone molto diverse. Hurbell Gardiner giovane e bellissimo esponente della upper class bianca e protestante statunitense e Katy Morosky ragazza ebrea, appartenente alla Lega dei Giovani Comunisti; conservatore e disimpegnato lui, progressista e sempre in prima linea lei. Si trovano per poi perdersi in un mondo in continuo cambiamento.
Non amo collocarli nel genere delle storie d'amore, forse perchè è un genere che non mi piace. Piuttosto come racconti di vita che hanno come sfondo importanti momenti storici.
Due films del regista Sidney Pollack.
Un omaggio...











permalink | inviato da ioJulia il 27/5/2008 alle 20:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


27 maggio 2008

COME FARE

Come fare a manifestare un dissenso o a richiamare l'attenzione pubblicamente senza creare disordine e disagio alla comunità. 
L'ho visto fare ieri in una delle vie centrali di Varsavia. Alla mia destra il semaforo rosso e sulle strisce pedonali un gruppo di persone in fila con dei cartelli in mano rivolti alle automobili ferme davanti a loro. Al lampeggiare del  semaforo si ritiravano sul marciapiede per tornare al loro posto non appena scattava nuovamente il rosso.
Sembrava una prova di teatro. Tutto così composto, silenzioso, pacifico.
 Non conosco il motivo della dimostrazione, non ho visto i cartelli, perchè anch'io ero in macchina e la mia direzione opposta.
Credo di aver assistito alla vittoria dell' intelligenza del necessario sull'ignoranza del superfluo e ad una lezione di civiltà.


Keith Haring  -  Senza titolo




permalink | inviato da ioJulia il 27/5/2008 alle 12:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


25 maggio 2008

RUMORE: UN BUCO NEL SILENZIO

Leggo che oggi a Milano si chiude la mostra "Rumore: un buco nel silenzio". Un'altra delle tante cose che avrei voluto vedere..
Questa mostra multidisciplinare  affiancava le opere di una ventina di  artisti contemporanei internazionali che si sono confrontati sul tema del rumore, ai versi di altrettanti poeti, in buona parte europei. Accanto a opere a forte impatto visivo come quelle di Shirin Neshat che con le sue fotografie, belle e drammatiche, ha saputo "dar voce" alle donne del suo paese, o di Melik Ohanian che ha ripreso nei suoi video "mani che parlano" di lavoro, fatica, dolore, disperazione, si trovavano  le poesie di autori come Montale, Pessoa, Sbarbaro, Roca...
Anche il titolo trae ispirazione da una poesia. È preso da un verso del poeta olandese H. Faverey  .."Un buco nel silenzio: rumore"..
La locandina informava che .."Lo spettatore è libero di addentrarsi nel percorso espositivo con l'invito di un ‘ascoltami' ribadito all'incontro con ogni opera. La materia sonora, a volte fortemente presente, altre misteriosa, si snoda e si declina con linguaggi differenti: il suono si frammenta, si moltiplica, si nasconde per un attimo per poi riapparire in una risata, nella presenza scultorea e materica di un pianoforte, o semplicemente nel colpo di vento che fa vibrare una bacchetta attaccata al ramo di un albero."
Quando penso al rumore inevitabilmente lo associo a qualcosa di fastidioso ma vivo.. Il silenzio lo amo, spesso lo cerco.. Quello assoluto credo di averlo sfiorato una volta..
Morselli disse che bisogna essere grati a tutto ciò che produce suono e rumore perchè ci insegna ogni giorno la dolcezza e la ricchezza del silenzio ma a far rumore ci sono anche cose che normalmente si considerano silenziose.. 




permalink | inviato da ioJulia il 25/5/2008 alle 12:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


23 maggio 2008

GIOVANNI FALCONE

 

  

« Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola. »
(Giovanni Falcone,  Palermo 18 maggio 1939 – Palermo 23 maggio 1992)


In un altro Paese gli artefici di una tale vittoria sarebbero stati considerati un patrimonio nazionale. Dopo aver vinto la prima battaglia a Palermo, ci si sarebbe aspettato che Falcone e i suoi colleghi fossero messi nella condizione di vincere la guerra. Invece in Italia avvenne proprio il contrario.

Alexander Stille (Dopo il maxi processo di Palermo)




permalink | inviato da ioJulia il 23/5/2008 alle 15:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


23 maggio 2008

ST. JAMES INFIRMARY

Louis Armstrong






permalink | inviato da ioJulia il 23/5/2008 alle 14:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


22 maggio 2008

HELENE HANFF - 84 CHARING CROSS ROAD

 Helene Hannf è stata una scrittrice e sceneggiatrice statunitense divenuta famosa per la raccolta epistolare "84 Charing Cross Road " il libro pubblicato nel 1970 che la fa conoscere al grande pubblico. Si tratta della raccolta delle lettere frutto della sua lunga corrispondenza (1949 - 1969) con Frank Doel e gli altri impiegati della libreria antiquaria Marks & Co. di Londra, a cui la Hanff si rivolge per l'acquisto di libri di letteratura e saggistica inglese del Settecento. Col tempo il carattere della corrispondenza si fa sempre più personale e cresce in lei il desiderio di recarsi a Londra per visitare la libreria e riuscire finalmente a incontrarne di persona i dipendenti, ma Frank Doel scompare prematuramente e nel 1970 il negozio chiude i battenti. Riuscirà a recarsi all'84 di Charing Cross Road soltanto in seguito alla pubblicazione dell'edizione inglese del suo libro. Nel 1987 esce per la regia di David Hughes Jones il film 84 Charing Cross road, intensa trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo, che vede come attori protagonisti Anne Bancroft e Anthony Hopkins.... il film che ho visto per la seconda volta ieri sera e finalmente in versione originale. Nell'edizione italiana si perde il contrasto tra l'aspro timbro newyorkese e l'accento molto 'british' di Hopkins. Come spiega bene L. Autera  "Il film, così profondamente inglese, è anche e soprattutto un'espressione d'amore a un tipo di civiltà del libro sempre più rara e forse destinata a disperdersi del tutto: quello che rifiuta il best-seller di un momento e si richiama alla conoscenza dell'autentica cultura di un Paese." Amo questo film perchè amo i libri, i vecchi negozi di libri, i carteggi e le relazioni epistolari, le biografie e amo Anthony Hopkins. Vorrei azzardare una similitudine con quello che avviene oggi con il blog: quel campo e controcampo tra  persone che si parlano a migliaia di chilometri di distanza. 


He Wishes for the Cloths of Heaven

"Had I the heaven's embroidered cloths
Enwrought with golden and silver light
The blue and the dim and the dark cloths
Of night and light and the half-light,
I would spread the cloths under your feet:
But I, being poor, have only my dreams;
I have spread my dreams under your feet;
Tread softly because you tread on my dreams
"

Egli desidera il tessuto del cielo

"Se avessi il drappo ricamato del cielo,
Intessuto dell'oro e dell'argento e della luce,
I drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte
Dai mezzi colori dell'alba e del tramonto,
Stenderei quei drappi sotto i tuoi piedi:
Invece, essendo povero, ho soltanto sogni;
E i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi;
Cammina leggera, perché cammini sui miei sogni
."

William Butler Yeats

...Una delle tante prose lette nel film e che ho trovato bellissima...






permalink | inviato da ioJulia il 22/5/2008 alle 12:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


18 maggio 2008

MIGRANTI

 Migrazione ed esilio hanno segnato il mondo sin dalle sue origini. E per la gran parte del tempo, la presenza ambivalente dell'altro ha suscitato sentimenti estremi.
Molti anni fa, mi trovavo in Etiopia e raccoglievo materiale per un romanzo; è stato allora che nel porto eritreo di Assab ho conosciuto un settantenne italiano. Tio, "zio", come veniva chiamato affettuosamente da tutti, si dichiarò un insabbiato. Questo termine è stato coniato per quegli italiani che avevano preso parte all'invasione dell'Etiopia di Mussolini nel 1936, e che hanno deciso di restare in Africa dopo la sconfitta del loro paese, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Per la maggior parte del tempo, Tio ed io parlavamo della casta – sicuramente la più estesa del mondo – alla quale appartenevamo entrambi: la casta dell'altro. Quella degli esiliati, dei rifugiati, dei migranti, dei profughi, degli outsider, degli esclusi, degli stranieri, degli intoccabili – e, naturalmente, degli artisti e degli scrittori.
A rappresentare questa casta, Tio proponeva sempre l'immagine degli insabbiati. Diceva che eravamo creature che affrontavano la morte con una consapevolezza molto più grande della fragilità della vita, e perciò fornite di un maggiore istinto di sopravvivenza; creature che non potevano o non avevano modo di vivere nel loro contesto materno e, di conseguenza, disperatamente alla ricerca di una nuova vita in terre sconosciute e in condizioni difficili; creature che spesso, nei loro nuovi ambienti, diventavano pastura per gli uomini di potere, procurando così ai loro ospiti buon nutrimento.
Da allora l'immagine degli insabbiati mi è servita sia come guida che come metafora. Come guida mi ha aiutato a combattere la depressione che derivava dalla condizione di esiliato, dalla difficile realtà dell'esclusione, dalla nostalgia della mia terra natale, e dall'angoscia sospesa del sentirsi inutile a causa delle difficoltà dell'integrazione. Come metafora, mi ha dato un punto di vista da cui vedere la storia, permettendomi di riconoscere che lo sradicamento – o, per usare un termine più gentile, la migrazione – non è solo una condizione che riguarda gran parte del mondo animale, ma anche gran parte dell'umanità; a tal punto che tutta la storia è storia di migrazione.
 Oggi il ciclo della vita e della morte si è ridotto a un ciclo di sopravvivenza ed estinzione. O meglio, il ciclo si sta disintegrando. Una combinazione di guerre interminabili, alimentate dall'odio ideologico, religioso, nazionalistico, etnico – e spesso da tutti e quattro insieme – e l'avidità insaziabile dei paesi ricchi, che impunemente e a sangue freddo sprofondano quelli poveri nella miseria, ha esaurito l'impulso vitale del ciclo. Oggi la distruzione di massa di popoli e civiltà è diventata una legge del mondo. Come la distruzione galoppante delle risorse del pianeta. Oggi, il futuro indossa il sudario dell'estinzione. L'estinzione, lasciate che lo ricordi, è definitiva. È non-generativa. È il nulla in cui non può germogliare alcun seme. Se non riconosciamo la realtà della "vera storia", la fine dell'umanità, della creazione, del pianeta stesso incombe su di noi.
Quali ponti possiamo costruire per salvare la Terra e noi stessi dall'estinzione? La mia risposta è evidente: ponti culturali; ponti che ci uniscano all'altro.
A differenza della globalizzazione del mercato, che in nome della concorrenza permette alle multinazionali di schiavizzare i paesi poveri, di distruggere le risorse del pianeta e di riempire di soldi le tasche di un'élite, le culture colmano lo spirito. A differenza dei regimi tirannici e degli uomini corazzati in uniformi militari e religiose che credono si debba governare con la forza, la discriminazione e l'odio, le culture diffondono rispetto, amore per le persone, e ammirazione per la creatività e la differenza.
La cultura è, di fatto, l'unico aspetto della vita che, onorando la Creazione per la sua capacità di creare eternamente, dà un senso all'esistenza. Dove c'è creatività, l'estinzione non ha potere.
Tuttavia la cultura, con la sua ricerca dell'eterna soluzione al dissidio tra bene e male, è fragile. E lo sono anche i ponti culturali. Sta a noi proteggere, in ogni angolo del mondo, l'eternità che portano. Forse ricorderete la frase profetica di Heinrich Heine, divenuta parte del nostro inconscio: "Dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini". Oggi potremmo parafrasare: "Dove si distruggono le culture, si finirà per distruggere anche il mondo".
Cerchiamo di comprendere che i milioni di altri, mentre creano i loro doni, offrono al mondo due anime, non una sola: l'anima della loro cultura e l'anima del paese che li ospita.
E il potere che nasce dall'unione di due anime è infinito.
                                                                                                                          
                                                                                                                         Moris Farhi

(Moris Fahri è uno scrittore turco membro del PEN)




permalink | inviato da ioJulia il 18/5/2008 alle 19:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa


16 maggio 2008

LA MASCHERA ITALIANA

Fino a qualche anno fa l'italia ha avuto un volto, con quei lineamenti inconfondibili affascinava, splendida e casuale. Forse era una maschera, e dunque più sapiente  più allusiva, più elaborata e falsa di qualsiasi volto; anche più seducente. La maschera dell'Italia esibiva un profilo sanguigno ed arcaico, rughe che sapevano di maliziosa vecchiaia, di riso, e che custodivano i segni di ilari non dimenticate passioni; la grande bocca mescolava i tratti della commedia e della tragedia, risse meridionali, lamenti melodrammatici, battaglie di pupi e amori da pulcinella... Ma l'Italia non era solo quell'immagine volgare e colorita: era anche un luogo privilegiato, popolato dal fasto frantumato e abbagliante di civiltà preziose, orgogliose e incredibilmente esibizionistiche. Per due secoli gli europei che scrivevano, dipingevano facevano musica, o semplicemente leggevano guardavano e ascoltavano, si innamorarono dell'uno o dell'altro luogo sacro dell'Italia: qualcuno si perse nel molle labirinto veneziano, gotico e carnevalesco; altri pellegrinò verso l'una o l'altra delle molte Rome.. altri naufragarono in una città chiassosamente drammatica, notturna e illegale, la dionisiaca Napoli cattolica e baronale; e la Toscana esatta e raffinata catturò per sempre nordici ansiosi di sole e geometriche proporzioni.  E tuttavia l'Italia non fu mai vista come un parcheggio peninsulare di monumenti; non solo i grandi oggetti della civiltà italiana erano densi e intensi di suggestive memorie di vita; ma erano cose singolarmente vivibili e abitabili e abitate.
Il segreto della maschera fu forse questo: la drammatica e impura mescolanza degli stili, quello che chiamerei l'adulterio diacronico, secoli di complice malizia degli istinti e dell'intelligenza. 
Esiste ancora questo volto prestigioso, questa ipnotica allegoria?...
 

La maschera italiana  
-  Tratto da  Lunario dell'orfano sannita  -  di Giorgio Manganelli




permalink | inviato da ioJulia il 16/5/2008 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


13 maggio 2008

FILOGRAFIA

              Busta con 5 francobolli neri e blu

La filografia è una novità non soltanto lessicale che va intesa come la ricerca di ogni traccia che documenti la storia della scrittura e della comunicazione umana. Si spazia dalla tavoletta assiro-babilonese, i papiri egizi, le pergamene medioevali, le lettere commerciali che hanno solcato gli oceani ai tempi delle grandi scoperte fino alla corrispondenza che ha viaggiato nello spazio.
Appassionarsi alla filografia significa osservare l'unica grande civiltà che ha abbracciato tutto il genere umano: la scrittura. Partendo dagli albori della comunicazione scritta, le tavolette dell'antica Mesopotamia databili al 3000 a.C. per poi volgere lo sguardo al futuro e alla scittura tecnologica cioè dalla Bibbia di Gutemberg sino ai messaggi per via telematica, non si fa altro che sottolineare quanto la scrittura sia un bisogno che si adatta ma che non scompare.
Uno dei punti cardine della filografia è il francobollo perchè grazie alla sua invenzione e attraverso il suo  uso la scrittura è diventata strumento universale di comunicazione, capace di far viaggiare attraverso le frontiere ogni tipo di messaggio, per ogni tipo di mittente e destinatario.
Nell' immagine in alto è riportata la famosa "Black and Blue", la prima lettera affrancata giunta in America, partita da Liverpool per Boston con data 15 maggio 1840 e affracata con tre Penny Black e due Two Pence.
L' immagine in basso è quella di uno dei 204 cosmogrammi trasportati dalla Missione Apollo XI con le firme autografe degli astronauti Armstrong, Aldrin e Collins.

   






permalink | inviato da ioJulia il 13/5/2008 alle 12:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


11 maggio 2008

PARANOIAC VISAGE

Non aver paura della perfezione. Non la raggiungerai mai.
(Salvador Dalì  -  11 maggio 1904 - 23 gennaio 1989)



Finora, ero portato a considerare completamente insensati (o diciamo al 95% come per l'alcool) i surrealisti, che pare mi avessero adottato quale santo patrono. Questo giovane spagnolo con i suoi occhi candidi e fanatici e la sua innegabile padronanza tecnica mi ha fatto cambiare idea. (Sigmund Freud in una lettera a Stefan Zweig)




permalink | inviato da ioJulia il 11/5/2008 alle 10:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


11 maggio 2008

IN THE HALL OF THE MOUNTAIN KING

Edvard Grieg 






permalink | inviato da ioJulia il 11/5/2008 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


9 maggio 2008

UOMINI GEISHA

figura di geisha in bianco e neroIn Giappone si chiamano «host», in Italia accompagnatori «top class». Le donne li assoldano non per fare sesso, ma per essere riempite di attenzioni. E riscoprire il piacere di essere conquistate. Perché oggi, se proprio si ha voglia di attenzioni e di galanteria, non resta, a costo di far venire un colpo apoplettico alle tradizionaliste, che comportarsi da donna pratica e indipendente, tirare fuori il portafoglio e comprarsele. Come fanno da qualche tempo le manager giapponesi con gli «host», versioni maschili e moderne della geisha. Imitate dalle italiche clienti degli escort top class, evoluzione dei tradizionali gigolò.
Un liberatorio passo avanti verso la parità uomo-donna o il chiaro segno di una inarrestabile solitudine sentimentale? Difficile stabilirlo. Di certo l’uomo galante sta sparendo e l’allarme è ormai globale.
Qualche uomo dimostra almeno buona volontà cercando di correre ai ripari: sono tanti gli iscritti al corso di corteggiamento del 4 maggio organizzato a Firenze da Seduzione.net. Mentre a Roma si aspetta l’arrivo il 13 e il 14 giugno del guru americano della coppia John Gray con il seminario «Marte e Venere oggi. Le relazioni uomo donna nel mondo che cambia».
A ben guardare, però, sono soprattutto le donne a essere cambiate. Nel senso che cresce il numero di quante i complimenti maschili se li comprano: a Cuba, dove più che il sesso le turiste oggi cercano soprattutto le carezze verbali del «sei la donna de mi vida», e appunto a Tokyo, negli host club, locali dove i buttadentro allettano le clienti con i book fotografici dei loro ragazzi. Niente sesso, non garantirebbe la stessa poesia, ma attente cure a base di oshibori (le salviette di spugna umidificate), drink, chiacchiere e, ovviamente, karaoke, per cui le giapponesi impazziscono.
È il motivo per cui in Italia fanno soldi i circa 200 «escort first class», anche se quelli davvero di buona cultura, non avvezzi alle cerette sul torace e ai capelli fino alle spalle stile tronisti di Uomini e donne, non sono più di 30. Globetrotter del sentimento in tutta Italia, un continuo salire e scendere dagli aerei per raggiungere la cliente di turno (i soldi vengono spediti in anticipo con un vaglia o con una carta di credito ricaricabile). «La domanda è cambiata», «Oggi il 70 per cento delle mie clienti è disinteressato al sesso, però chiede compagnia, ascolto e qualcuno che le faccia ridere un po’».
Lo conferma Gianna Schelotto: «Da sempre sono alla ricerca di gratificazioni sentimentali, la novità è che adesso sono più disinibite e se non le trovano in famiglia vanno a cercarle e a comprarle altrove». In parte è colpa degli uomini, analizza la psicoterapeuta, che all’inizio della relazione si sforzano di essere galanti, per poi archiviare «il balletto romantico» dopo qualche mese: «Perché è una finzione, non appartiene al codice di comunicazione maschile. Le donne dovrebbero capirlo, smettere di aspettarsi i fiori e interpretare come grande espressione d’affetto un gesto semplice come l’aiuto in cucina».

fonte: Panorama





permalink | inviato da ioJulia il 9/5/2008 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


7 maggio 2008

LA BELLEZZA NELLE PAROLE

La bellezza non sempre sta nel sublime, nel ricercato, nell'eletto. Sono belle pure le parole crude e concrete, come sono belle le parole vaghe e indeterminate, quelle che Leopardi come nessun'altro ci ha saputo far gustare: forse perchè egli operava una sintesi tra concreto e vago, grazie all'«attenzione estremamente precisa e meticolosa» (così scriveva Calvino) «nella composizione d'ogni immagine, nella definizione minuziosa dei dettagli, nella scelta degli oggetti, dell'illuminazione, dell'atmosfera, per raggiungere la vaghezza desiderata...». Una precisione ed una concretezza che il linguista sa talvolta isolare nel nocciolo stesso del vocabolo, nell'etimo della parola, nella bellezza della sua origine.
Quando leggi in un di
zionario che «embrione», coniato sul greco enbrýein, significa «ciò che fiorisce dentro», non si può non restare colpiti dalla bellezza originaria del vocabolo. O come quando si osserva che una parola semplice semplice come nubile, viene dal lat. nubile(m), a sua volta dal verbo nubere «sposarsi», e che le nozze, le nuptiae in latino, hanno la stessa radice di nubes «nube», perché la bellezza della sposa veniva velata, come fanno le nubi quando coprono lo splendore del cielo e della luce.
Ci sono poi le evocazioni soggettive. Per ciascuno di noi una parola, anche la più comune, si fa bella perché evoca per analogia un'immagine. Per esempio, per la maggior parte credo che un vocabolo come
«beduino» evochi in modo in modo spregiativo uno straccione che veste malamente; a me invece viene sempre in mente la bellezza fisica di un arabo nomade, di un abitante del deserto.
Ma è difficile davvero dire qualcosa di oggettivo sul fascino che sta dietro o tra le pieghe delle parole. Una parola troppo preziosa, troppo agghindata, troppo importante, non porta sempre con sé un incanto. Il suo suono, il suo significato, risuona e si moltiplica, si dilata soltanto quando è messa accanto ad altre, e prende allora una sua coesione di testualità, un suo ritmo e  un suo senso vero. Soltanto così incanta, esercita una forza. La sua bellezza sa prendere corpo nelle mani dello scrittore, nella prosa e nella poesia. Nella poesia in particolare, con la ricchezza delle sue combinazioni ritmiche, frutto di uni ncontro tra immagini e voce che bloccano la bellezza e quasi la congelano in perfezione e  fissità di accenti. Ma anche in prosa, dove bellezza è ancora «composizione» e «intonazione».
La bellezza vuole che alla frase si dia un fraseggio. La «melodia» della frase è uno dei segreti dello scrivere.

Fonte: Tuttolibri




permalink | inviato da ioJulia il 7/5/2008 alle 17:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


5 maggio 2008

WORLD PRESS PHOTO

All’edizione 2008 del World Press Photo hanno partecipato più di cinquemila autori che da 125 Paesi hanno inviato oltre ottantamila immagini. La mostra itinerante, aperta ora in contemporanea a Milano e Roma, toccherà cento città e cinquanta nazioni. È seguitissima, amatissima. È un’antologia di avvenimenti emozionanti e commoventi che si susseguono e resteranno per sempre nella memoria grazie al potere della verità e alla forza dell’arte visiva. È un documento storico ormai sempre più in formato digitale, che trascende le differenze culturali e linguistiche e arriva allo sguardo di milioni di visitatori.
La foto premiata quest’anno con il World Press Photo non è di quelle che colpiscono per bellezza o perfezione tecnica. È cupa, angosciante, senza profondità. Mostra un soldato statunitense accasciato contro un muro di terra, dentro a un bunker nella zona orientale dell’Afghanistan. Si regge la fronte con una mano, è impaurito e stremato dopo terribili scontri. Gli oggetti sullo sfondo si intravedono appena, il braccio è leggermente fuori fuoco, come fu per le truppe inquadrate da Robert Capa in Normandia, il 6 giugno del 1944. Come accade spesso quando i fotografi si spingono a raccontare i fatti in condizioni impossibili.
Lo scatto fa parte di un ampio reportage realizzato dall’inglese Tim Hetherington per la rivista Vanity Fair. Il fotogiornalista indaga gli orrori di quella fetta di mondo tuffandosi in mezzo ai pericoli, come molti suoi colleghi fanno da quando esiste questo linguaggio a testimoniare gli avvenimenti. L’immagine di Hetherington non è perfetta. Ma questo premio viene conquistato da chi è sul luogo del disastro che più di ogni altro ha segnato l’anno in corso. Così fu anche per Spencer Platt e con la sua corrispondenza da Beirut nel 2006, così per Finbarr O’Reilly e la sua madre nigeriana (vinse nel 2005).
 
LA MOSTRA
World Press Photo 2008. Milano, Galleria Carla Sozzani fino al 25 maggio, Roma Museo in Trastevere dal 9 maggio al 1° giugno
Fonte: ilGiornale



Hanns Jörg Anders - Stern  -  Nordirland 1969


Vorrei essere in Italia per poter vedere questa mostra. Ho guardato alcune delle foto che si trovano in rete.. le parole non servono... non potrebbero mai nemmeno affievolire il senso di quello che mostrano.. sarebbero solo ipocrite. Sto pensando a quella che più mi ha colpito: "aprile 1980".. Ho lasciato il link.. 

http://www.worldpressphoto.org/50years/flash.html





permalink | inviato da ioJulia il 5/5/2008 alle 12:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

sfoglia     aprile   <<  1 | 2  >>   giugno
 

 rubriche

cittadina del mondo
Varsavia
ioleggo
ioascolto
haiku
iopenso
cose curiose
tempo
io e Dio
ioviaggio
ioguardo
calendario
persone
colori
Copenhagen
Bucarest
Istanbul
Doha
Brussel
Bangkok

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

ioJulialastfm musica

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom