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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


30 giugno 2008

MISTERO SVELATO

 Rispondo qui a Marco ( http://iotocco.ilcannocchiale.it/ )

Mi piace Indiana Jones anche se l'ultimo l'ho trovato davvero scontato.. E a proposito il teschio di cristallo protagonista muto del film non è pura invenzione ma un manufatto in quarzo purissimo realmente esistente e di cui si trovano una dozzina di esemplari sparsi per il mondo tra collezioni pubbliche e private. Uno di questi conosciuto come il "Cranio di Parigi" fa parte dal 1878 delle raccolte del Musée du Quai Branly, museo che non si è certo fatto scappare l'occasione di costruire intorno all'enigmatico reperto una mostra che ha aperto i battenti il 20 maggio (fino al 7 settembre). Considerato a lungo come un capolavoro azteco raffigurante una divinità legata al mondo dei morti pesa oltre due chili e mezzo. Intorno a lui sono fiorite decine di leggende che hanno contribuito ad alimentare quell'alone di mistero e forza soprannaturale che dalla Mesoamerica arriva fino ad Atlantide. In realtà la mostra offre l'occasione per svelare la vera natura del cranio alla luce delle analisi condotte nel 2007: al pari dei due esemplari conservati rispettivamente al British Museum e alla Smithsonian Institution di Washington il cranio di Parigi è un manufatto moderno, probabilmente creato nella seconda metà dell'Ottocento e finito nelle mani del discusso e ambiguo mercante di antichità Egène Boban, profondo conoscitore delle più sofisticate tecniche di falsificazione di reperti archeologici e amante della cultura mesoamericana.
Da ragazzina avevo letto di questo misterioso teschio di cristallo e complice la visione di un famoso documentario avevo creduto alla sua storia... Ma ultimamente ecco il mistero si è disvelato.. 

                                           




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28 giugno 2008

MISTERI QUASI SVELATI




Un amico mi ha fatto pensare alla passione che nutro sin da piccola per l'archeologia e che ultimamente ho un poco tralasciato. Scopro così sfogliando una rivista che Stonehenge, il tempio megalitico nel sud della Gran Bretagna, uno dei luoghi più misteriosi della storia dell'umanità è ora un po' meno misterioso. Un lampo di luce sui circoli di enormi pietre sistemate per ottenere un anfiteatro preistorico è stato acceso da una serie di studi, rapidi, particolarmente accurati e supportati dalle più recenti tecniche scientifiche, che sono stati realizzati nelle ultime settimane.
Il complesso di Stonehenge, edificato a tappe nelle campagne dell'Inghilterra tra il 3.000 e il 1.600 avanti Cristo, fu soprattutto un cimitero. È stato fin dalla sua costruzione, e per almeno 500 anni, una distesa di tombe, riservata ad un'antica dinastia. Le conclusioni dei recentissimi studi sono state anticipate da Mike Parker Pearsons, archeologo a capo dello «Stonehenge Archaeological Project». «È chiaro che le tombe sono state la componente principale di Stonehenge - ha detto Parker Pearson - Quel luogo è stato un cimitero dalla sua nascita, fino a metà del terzo millennio avanti Cristo».
La storia di Stonehenge è stata individuata grazie alle analisi al radiocarbonio cui sono stati sottoposti otto resti umani rinvenuti nel sito archeologico: attraverso gli esami, Pearson e il suo gruppo di lavoro, sono stati in grado di datare tra il 3030 e il 2880 a.C. il defunto più antico, e tra il 2560 e il 2140 a.C. quello di una donna di 25 anni. Il luogo veniva usato come una sorta di cimitero elitario, disponibile solo per i membri di qualche antica dinastia: «Non penso che ad essere sepolte lì fossero delle persone comuni - spiega Parker - già allora Stonehenge era chiaramente un luogo speciale e le persone che vi venivano sepolte dovevano far parte di una ristretta comunità».
Gli archeologi hanno portato alla luce anche diverse abitazioni, che probabilmente venivano utilizzate nel corso dei riti stagionali legati al cerchio megalitico. Una specie di «città dei vivi» eretta a tre chilometri di distanza dalla «città dei morti
».
Stonehenge era appunto la «città dei morti», collegata attraverso il fiume Avon a una struttura simile, ma costruita in legno, Woodhenge, situata a circatre chilometri di distanza e che sarebbe invece stata la «città dei vivi». Gli studiosi hanno inoltre dimostrato che, per la popolazione del tempo, Stonehenge rappresentava il luogo per il culto della morte in opposizione ai riti che si tenevano nell'altro luogo, dove si praticavano quelli dedicati alla luce e alla nascita della vita.
I metodi di costruzione e lo scopo iniziale del monumento, però, rimangono un enigma, intorno al quale sono stati scritti una infinità di libri, senza risposte certe. In un testo uscito nei giorni scorsi un archeologo dell'università di Oxford, Anthony Johnson, ha insistito sul fatto che gli abilissimi costruttori del monumento megalitico avevano conoscenze geometriche straordinarie, quasi incredibili, per l'epoca. Al livello di un genio della matematica come Pitagora, vissuto due millenni dopo.

fonte: A. Angeli




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27 giugno 2008

SUSPICIOUS MINDS

Fine Young Cannibals






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26 giugno 2008

ZAKYNTHOS



Navagio, annoverata tra le trenta spiagge più belle del mondo, sull'isola di Zakynthos.
Il suo nome significa relitto, quello della nave Panagiotis che è adagiato sulla bianchissima sabbia.
E' raggiungibile solo via mare e la si può fotografare da un minuscolo balconcino di metallo che si sporge dalla sommità della scogliera sospeso nel vuoto.

Grazie e ben ritrovati a tutti..
Specchio siete state bravissime..
Julia




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14 giugno 2008

IN VIAGGIO

 "[...] E me che i tempi ed il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio. [...]"



Non ci sarò per una decina di giorni... Mi aspetta un piccolo viaggio in un piccolo luogo..
C'è un indizio nel post... Forse qualcuno riesce ad indovinare dove sono diretta..
Buon tutto a tutti
Julia




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13 giugno 2008

COLLEGAMENTI MENTALI

 I collegamenti mentali sono a dir poco affascinanti.. Partendo da uno stesso punto le schegge della memoria, del nostro vissuto, delle nostre conoscenze e del nostro pensiero prendono strade che a volte  portano a conclusioni che sembrano non avere nulla in comune.. 
"Se questo è un uomo" è il punto di partenza..  E pensando a Levi ho ricordato le parole che scrisse come prefazione per un libro che affrontava lo stesso argomento del suo e che aveva giudicato indimenticabile, "La notte dei girondini" di Jacob Presser.  Eccone una parte:
«Su questo racconto sono caduto per caso, parecchi anni fa; l'ho letto, riletto molte volte, e non mi è più uscito di mente... Non credo che si tratti del come questa storia è narrata... È tuttavia palesemente veridica, punto per punto, episodio per episodio (la confermano numerose fonti e chi è stato ad Auschwitz vi ha ritrovato i 'passeggeri' superstiti del treno di Westerbock)... È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema demoniaco, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada e le sporca, le assimila a sé, e ciò tanto più esse sono disponibili, bianche, prive di un'ossatura politica o morale... da molti segni, pare sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa le vittime dai carnefici... Esiste un contagio del male: chi non - uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione al campo avverso. È tipico di un regime criminoso, quale era il nazismo di svigorire e confondere le nostre capacità di giudizio».
 Ho semplicemente pensato che forse oggi è davvero in atto un contagio del male.. Le persone in questo mondo sembrano diventare sempre più cattive ed insensibili agli altri.

Dedicato a Mario




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11 giugno 2008

SE OGNI UOMO FOSSE UN UOMO

Nel 1953 Edward Steichen lanciò un appello ai colleghi di tutto il mondo: inviatemi gli scatti che mostrano che l’umanità è un’unica grande famiglia. Arrivarono due milioni di immagini, ne scelse  cinquecento. Nacque così “The Family of Man” l'affascinante retrospettiva che si è conclusa in questi giorni al Palazzo Magnani di Reggio Emilia. La mostra più famosa della storia della fotografia, una grande opera collettiva, firmata da un’intera generazione di fotografi. The Family of Man, titolo rubato a un discorso di Abraham Lincoln, la famiglia dell’uomo. l'Unesco, quattro anni fa, ha inserito quest’album di famiglia a dimensione planetaria nel Registro della Memoria del Mondo (unica mostra a farne parte) in quanto «memoria di un’epoca intera». Un oggetto che definire solo “mostra” è poco. Fu piuttosto un trattato di etica per immagini, un’utopia, forse una fede ma con un solo semplice dogma, scolpito sul pannello iniziale in due versi del poeta Carl Sandburg: «C’è un solo uomo al mondo / il suo nome è Tutti Gli Uomini».
La selezione di oltre due milioni di fotografie durò due anni, fu radicale: contarono la carica emozionale dell’immagine, la coerenza al progetto; la firma illustre no ( l’unico autore italiano è un Vito Fiorenza che i nostri storici della fotografia sembrano ignorare ). Certo, ci sono Cartier Bresson, Capa, Lange, Brandt, Doisneau, Erwitt, ma non sempre con le loro foto memorabili.
Non la singola immagine ma la mostra in sé è il medium.
Due bimbi, nella famosa immagine di Eugene Smith che chiude l’esposizione, sembrano sbucare dal buio verso la luce di una promessa felicità. Il ciclo della vita torna sempre al suo inizio, questo suggeriva Steichen, che viveva nel mondo appena uscito da uno spaventoso macello mondiale, e sperava fosse l’ultimo. Noi invece che viviamo nel macello a bassa intensità della guerra permanente, in quei bambini vediamo possibili vittime di martiri kamikaze. Steichen ha più ragione adesso che allora, perchè oggi molto più che mezzo secolo fa, è necessario rinfacciare a chi ha il dito sul grilletto quella eccezionale banalità: che un uomo è un uomo in tutto il mondo.



   Edward Steichen at The Family of Man, 1955




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10 giugno 2008

SONETTO DELLA DISPERAZIONE


Non potendo vivere nella speranza
la trasformò in statua e le diede una nicchia
segreta, dove al sapore del suo capriccio
fuggire per vederla come un bambino.

Tanto attento fu nelle sue cure
di non mostrarla al mondo, che la voleva
che per troppo zelo, rimasero un giorno
irrimediabilmente separati.

Ma era tale la sua gelosia
così grande il dolore di non poterla vivere,
che disperato, decise: - La uccido.

E fu così che triste come un verme
una sera salì fino alla nicchia
e aprì il cuore dinanzi alla statua
.

Vinicius De Moraes




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9 giugno 2008

ARTE EFFIMERA

Due secoli dopo la nascita di Cristo, un liberto della famiglia dei Valeri, uomo colto e padre di famiglia, si fece costruire un sontuoso mausoleo pagano nella necropoli vaticana, senza sapere di doverci seppellire per primi i due figli, morti prematuramente per la peste che infuriava a Roma nel 166. I volti di Caio Valerio, della moglie Flavia Olympia e dei due figli Caio Valerio Olimpiano e Valeria Massima, sono riemersi con una bellezza ed espressività indenne alla scure del tempo, insieme a quelli di presunte divinità e altre figure, nello splendido mausoleo dei Valeri nei sotterranei del Vaticano, a due passi dalla Tomba di Pietro, grazie ad accurati restauri durati quasi un anno. In una nicchia, anche alcune scritte attribuite agli operai che lavoravano all’antica basilica costantiniana, inneggianti a Cristo e al trono di Pietro, poco lontano, prova ulteriore, secondo la Fabbrica di San Pietro, della veridicità del sepolcro del fondatore della Chiesa.  Nella necropoli si alternano sepolcri restaurati ad altri ancora coperti dall’interramento costantiniano, facciate maestose costruite con raffinati criteri architettonici, decori scolpiti nella terracotta tinta in vari colori, mosaici e finti marmi.
Questo perché l’arte «tradizionale» affidata a materiali conosciuti da secoli come la pietra, il bronzo, la terracotta, la pittura a fresco o a olio, la tempera, può essere curata dai danni del tempo o degli eventi con tecniche di restauro lungamente sperimentate. Il Crocifisso su tavola di Cimabue della chiesa fiorentina di Santa Croce, danneggiato dall’alluvione del 1966, è stato recuperato. Il bellissimo Trittico di San Domenico di Carlo Crivelli tornerà tra poco nelle sale milanesi di Brera. Ma...
In un’intervista al periodico Art in America, Edward Hopper si dichiarò orgoglioso che solo un suo quadro avesse avuto bisogno di restauro «in un’epoca in cui molti artisti giovani sembrano non sapere quanto dureranno i loro quadri, e comunque non se ne preoccupano molto»: era il 1960. Gli acrilici si screpolano, i polimeri si alterano, i video non sono più leggibili, le installazioni, una volta smontate, diventano disperanti puzzle. L’arte contemporanea sembra volersi negare il futuro. Si presenta come la più fragile, la più effimera, la più «impermanente» di tutte le arti dei secoli precedenti. Se possiamo essere ragionevolmente sicuri che le generazioni venture potranno ancora ammirare la Nike di Samotracia, la Muta di Raffaello, il Davide di Michelangelo, non è sicuro che possano fare altrettanto con i Cretti di Burri, le opere di Rothko, Hirst, Kounellis, Pistoletto.
La sopravvivenza sembra non rientrare nelle intenzioni degli artisti di oggi.


Grande Cretto Nero - Burri




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6 giugno 2008

CONCORDANZE

Si rende oggi omaggio al grande pittore Diego Velasquez. Non lo amo in modo particolare perchè non amo questo genere di ritrattisti. Vorrei invece omaggiare un' amica che si è premurata di farmi conoscere un altro ritrattista, Vittorio Corcos, italiano.
Il mio post panchine ha suggerito ad Efesto ( http://efesto.ilcannocchiale.it ) questo dipinto dal titolo Sogni. E' l'immagine di una giovane donna moderna, al suo apparire nel 1897, fiera e consapevole, fino ad allora rappresentata solo in letteratura che Corcos ha saputo magistralmente rendere anche in pittura.
Trovo il quadro e ciò che rappresenta bellissimo..



Vittorio Corcos - Sogni
Galleria nazionale d'arte moderna -  Sala del Giardiniere
Roma




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5 giugno 2008

THAT'S LIFE

 Aretha Franklin and Frankie Valli





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4 giugno 2008

PUNTI DI VISTA: CITTA'


Tutte le rivolte antiliberali nascondono un profondo odio per la Città, ossia per tutto quello che la civiltà urbana rappresenta: commerci, popolazione mista, libertà artistica, licenza sessuale, indagine scientifica, tempo libero, sicurezza personale, ricchezza e il suo abituale compagno, il potere. Mao Zedong, Pol Pot, Hitler, i fascisti agrari giapponesi e, naturalmente, gli estremisti islamici concordano nell’esaltare la vita semplice del pio contadino, dal cuore puro e non corrotto dai piaceri cittadini, abituato a una vita di duro lavoro e abnegazione, legato alla propria terra e obbediente alle autorità.
Dietro questo idillio rurale si nasconde il desiderio di controllare le masse, ma anche un antico astio religioso, che risale almeno ai tempi di Babilonia, la superpotenza della sua epoca. I “santi” delle tre religioni monoteistiche – cristianesimo, giudaismo e islam – si sono scagliati contro Babilonia, la peccaminosa città-stato che osava sfidare Dio con la sua arrogante politica, la sua potenza militare e la sua civiltà profondamente urbana. La favolosa torre di Babele era un simbolo di hybris e di idolatria: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome” (Genesi 11:4), una decisione accolta dallo stesso Dio come una sfida e una minaccia: “E ora quanto avranno in mente di fare non sarà loro impossibile” (Genesi 11:6). In altre parole, i cittadini di questa superpotenza urbana non avrebbero esitato a porre in atto le loro fantasie e a trasformarsi in divinità.
“Dio non ama gli orgogliosi ”, recita il Corano (16:23) e aggiunge subito dopo: “Ma Dio colpì il loro edificio alle fondamenta e crollò loro addosso il tetto da sopra e li colse il Castigo donde meno se lo attendevano” (16:26).Già Isaia profetizzava che Babilonia, “la gloria di tutti i regni”, avrebbe fatto la fine di “Sodoma e Gomorra” (Isaia 13:19) e che l’arrogante città sarebbe stata rasa al suolo e sulle sue rovine non sarebbe stata più piantata neppure una “tenda araba” (13:20).
Nei film prodotti nei paesi del Terzo Mondo vi è un tema ricorrente, quello del ragazzo o della ragazza che lasciano il loro remoto villaggio per trasferirsi in città, obbligati dalle circostanze o per costruirsi una nuova vita in un mondo meno circoscritto e più ricco. Ma ben presto si trovano soli e disperati e finiscono per cadere nella miseria, nel crimine o nella prostituzione. Di solito, la storia si conclude con un gesto di terribile violenza, un tentativo di vendicarsi abbattendo i pilastri che sostengono la città aliena, arrogante, indifferente. Questa storia ricorda per certi aspetti la vita di Hitler a Vienna, di Pol Pot a Parigi e di Mao a Pechino, ma anche quella di molti giovani musulmani al Cairo, a Haifa, a Manchester o ad Amburgo.
Nel mondo in cui viviamo non è neppure necessario trasferirsi in città per avvertire la sua costante presenza, attraverso la pubblicità, la televisione, la musica pop, i video. La città moderna, concentrato di tutti i piaceri irraggiungibili, prostituta arrogante e imbellettata, ha trovato la sua icona nello skyline di Manhattan, riprodotto su milioni di poster, fotografie e immagini di tutti i tipi, incollate sui muri di tutto il mondo. È impossibile sfuggirle. La si ritrova sui polverosi jukebox della Birmania, nelle discoteche di Urumqi, nei dormitori studenteschi di Addis Abeba. Suscita ovunque desiderio, invidia e, a volte, cieca furia.

                                                                                                                                      Ian Buruma




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1 giugno 2008

GIUGNO


Gauguin - Sola




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