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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


30 agosto 2008

ROSSO

Rosso è l’eros. Rosso il cuore, rosso l’inferno. Passione e peccato sono avvolti nella stessa fiamma: rossa. Umanità fiammifera, rapidamente combustibile, per errore o per amore. Il rosso è il colore che ci percorre e ci soccorre. A Parigi, fino al 1° novembre 2009, distribuita in dodici sale, la calorosa monocromia di una mostra composta di oltre quattrocento oggetti, tra moda, pubblicità, giocattoli, arti decorative, gioielli: il rosso attraverso i secoli, nelle sue varianti e nella sua forza evocativa, carica ogni volta di potenti simbologie. Nello spettro dei colori  il rosso è percepito più rapidamente dai bambini, diventando subito per loro qualcosa di primario: gli si associa il sangue, il pericolo, il proibito, il male, l’amore. Il viaggio dentro il rosso non è solo una bella pennellata sugli occhi ma un bagno del corpo, l’immersione dentro psicologie, emozioni, linguaggio. In origine dire colore rosso sarebbe stato un pleonasmo: il latino coloratus (da cui Colorado) indicava il colore per eccellenza, il primo di tutti, il rosso. Rosso è anche il nocciolo etimologico del russo krasnoï, che significa bello: a Mosca, la Piazza Rossa è la Piazza Bella. Pure le emozioni più forti son tinte di rosso: rosso di rabbia, d’ira, divergogna, di piacere...
Ma non esiste un solo rosso. Il rosso è magenta, porpora, pivonio, carminio,cardinale, scarlatto, lacca, cremisi,ciliegia, ruggine, vermiglio, terracotta, bordeaux, borgogna, corallo (scaturito,secondo il mito, dal sangue della Medusa decapitata da Teseo). La mostra parigina illustra l’intero spettro simbolico del colore superstar: il potere (le uniformi civili o religiose), la politica (manifesti, bandiere, Ottobre rosso, maggio francese, libretto di Mao), inferno e redenzione (le fiamme sataniche e il sangue del Cristo), la favola (Cappuccetto Rosso, Babbo Natale, che s’impone negli anni Trenta con l’abito orlato di bianco grazie a una pubblicità dellaCoca-Cola). Ignorando curiosamente riferimenti cinematografici dalle stregate Scarpette rosse di Powell Pressburger a Tre colori: Rosso di Kieslowski a Desertorosso di Antonioni.
Numerose le scoperte inattese. La Croce Rossa è divenuta tale solo dopo la battaglia di Solferino (1859), mentre i pompieri inglesi son rossi soltanto dalla fine dell’Ottocento. È nel 1295 che il Papa, da bianco, diventa porpora, con i Cardinali che restano scarlatti: gerarchia ecclesiastica anche nei colori. Fino all’Ottocento, la sposa era rosso vestita, per sottolineare l’eccezionalità della giornata. Prima della Rivoluzione Francese, il rosso porpora era riservato ai nobili. In passato fino all’Ottocento il rosso di sotto, cioè nell'intimo, ha ereditato una cattiva reputazione, nata nell’obbligo alle prostitute per annunciare a prima vista il loro statuto, d’indossare abiti con almeno un lembo rosso. Il rosso è da sempre una lampadina del sesso.
La mostra si chiude con un bacio: d’una bocca ovviamente vermiglia da femme fatale del più voluttuoso cliché hollywoodiano anni Cinquanta. Sono le labbra di Mae West, divenute il morbido divano firmato Dalì nel suo Museo a Girona, poi trasformate dal design nel multiplo Mae West Sofà. Bacio gigante, avvolgente, totale.
Ma ecco ciò che prosaicamente di rosso amo di più:




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27 agosto 2008

VARSAVIA NEWS

 Il settimanale Wprost ha fama di giornale irriverente e non troppo raffinato e in questi giorni calca la mano e torna a proporre in copertina un Vladimir Putin con le sembianze di Adolf Hitler.
L'ex presidente russo, oggi primo ministro, ha ancora in mano le redini dell'impero, secondo Wprost: "Gli analisti occidentali, polacchi compresi, tendono a ingigantire il peso delle lotte intestine nei circoli del potere al Cremlino. Ma in quegli ambienti i segreti sono così ben tenuti che è impossibile sapere cosa succede davvero nelle stanze dei bottoni. Si può scrivere di tutto, tanto non ci saranno conferme né smentite". I contrasti interni, inoltre, non hanno nessuna ricaduta sulla politica estera di Mosca, interamente in mano a Putin: "Oggi la Russia produce solo armi e soldati, impiegati per conquistare territori che non le appartengono più".
In questo delicato scenario, e spinta dagli eventi georgiani, Varsavia ha accettato di ospitare sul proprio territorio il discusso scudo antimissile statunitense, suscitando le ire di Mosca. I polacchi convinti che la decisione aumenterà la capacità del paese di difendersi da eventuali intrusioni russe oggi sono il 75 per cento, mentre solo un mese fa erano meno della metà.




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25 agosto 2008

LA POESIA DEL SILENZIO

Non sempre la poesia è nei versi, nelle parole. A volte la troviamo anche in un quadro. La Royal Academy di Londra ripropone la  rassegna "Vilhelm Hammershøi, The Poetry of Silence" dove illustra ed esamina la singolare visione dell’artista. Stanze vuote, cromatismo ridotto al minimo, linee nette, una figura di donna di cui non si conosce il volto perché è sempre di spalle. Introspettivi, malinconici e misteriosi, i dipinti del danese Vilhelm Hammershøi sono quasi sconosciuti dalle nostre parti. Agli inizi del Novecento l’artista si era affermato in Europa con mostre a Copenhagen, Berlino e Londra, fra gli estimatori c’erano anche Renoir e Rilke. Le sue rigorose composizioni tutta luce e geometria di colpo sparirono dalla circolazione per riaffiorare solo decenni dopo negli anni Settanta quando furono oggetto di retrospettive a New York e Washington, a Parigi e ad Amburgo. Temperamento solitario, riservato e reticente all’eccesso, Vilhelm Hammershøi (1864-1916) era nato a Copenhagen  rivelandosi presto uno fra i più perspicaci successori di Vermeer. Era affascinato dalle stanze vuote. La luce, importantissima, per Hammershøi non aveva bisogno di molto colore "perché - sosteneva - il miglior effetto in un dipinto si ottiene con il minor colore possibile". Di qui le sue tinte scarne, le delicate variazioni di bianchi e di grigi, di terra d’ombra e di terra di Siena, in una pittura la cui struttura lineare è creata dallo spazio ermeticamente chiuso, di un vuoto inquietante, a volte interrotto da una solitaria figura femminile che volta quasi sempre le spalle a chi guarda. Immagini profonde di solitudine, di angoscia esistenziale, di illusoria ricerca di ordine e armonia.  "Poesia del silenzio", come recita il titolo della mostra, una pittura che si poneva come antidoto agli eccessi, al caos incalzante, ai furori e ai rumori. Allora come oggi.
La mia scelta è caduta su queste due tele dove mi sembra sia così bene espressa la rappresentazione dell'invisibile: il silenzio.




White Doors, Open Doors, 1905


Interior of 30 Strandgade, 1903/04




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23 agosto 2008

NINNE NANNE

  Dentro le ninne nanne c’è una storia. In quelle che cantavano le nostre nonne e bisnonne la storia del popolo. C’è la mamma che non trova il cibo per il figlio, c’è il padre che è andato lontano  per trovare un lavoro, c’è la paura di chi arriva da fuori... La mamma sa che la cosa importante, nella ninna nanna, è quella cantilena che viene ripetuta e piano piano addormenta. Ha lo stesso ritmo di una culla che dondola. Le parole non contano, tanto il bimbo non le capisce. E allora la mamma ne approfitta e si sfoga dopo una giornata piena di sacrifici e vuota di soddisfazioni. Ma se queste ormai si sono perse nel tempo oggi i bambini si possono addormentare con ninne nanne che in alcuni casi sono dei capolavori.  Pochi musicisti sono sfuggiti alla tentazione, prima o poi, del dolce esercizio della ninna nanna. Da Puccini a Sinatra, dai Beatles a Jovanotti. Un fascino primitivo, una antichissima magia in cui alla musica veniva affidato il massimo potere incantatorio. Lo dice il mito di Orfeo, che sicuramente sapeva cantare anche dolcissime nenie notturne, lo diceva Platone. In fondo alla musica la notte ha chiesto prima diogni cosa una funzione di passaggio, un ammorbidimento delle tensioni del giorno che potesse annullare, o almeno attenuare, la paura del buio, l’angoscia degli adulti. La musica può lenire, blandire, rassicurare, addolcire e la cultura popolare ne ha fatto tesoro, da sempre. Molte delle più frequentate canzoni per bambini sono di autori sconosciuti, anonimi, tracce che si perdono nella notte dei tempi. Ma l’esercizio è continuato, nell’Ottocento e per tutto il Novecento, con firme autorevoli. Puccini si premurò di fare una ricerca sulle melodie dei nativi indiani per scrivere la ninna nanna del secondo atto de La fanciulla del WestFrank Sinatra nel film Anchors aweigh, vestito da marinaio, canta niente di meno che la ninna nanna di Brahms, e poi Donizetti, Mozart, un diluvio di invenzioni. Nessuno è sfuggito al tema. Il jazz ha cantato Lullaby of Birdland e Lullaby of Broadway, anticipando un ricorrente tema del secolo scorso, ovvero le ninne nanne per adulti. Canzoni e rock hanno speso molto in questo senso. Di ninne nanne adulte abbiamo  esempi come la Buonanotte fiorellino di De Gregori. Molti, come Jovanotti o Paul Simon, le hanno scritte nella più classica delle evenienze, ovvero la nascita di un figlio. Jovanotti ha inventato la appassionata e tenera dedica di Per te, Paul Simon la più sofisticata St. Judy’s Comet. I Beatles hanno addirittura chiuso le meraviglie del “Doppio bianco” con un tripudio di violini hollywoodiani e la voce di Ringo Starr che sussurra Good night. Nello stesso disco Lennon cantava I’m so tired, sulla voglia di arrendevolezza, di abbandono al sonno per l’appunto. Il rock non è sfuggito e in Radio Bagdad  Patti Smith immagina una mamma irachena che canta una ninna nanna al figlio mentre cadono le bombe, ma nell’elenco possiamo includere Dixie Chics, i Cure, Norah Jones... Dolci, stravaganti, a volte deviate, ma pur sempre ninne nanne. Ce n’è una pure per i vagabondi (Hobo’s Lullaby di Arlo Guthrie), senza naturalmente dimenticare il mondo Disney dove la ninna nanna è  l’apice di insondabili dolcezze. Una per tutte: Baby mine, la ninna nanna che mamma elefante canta al piccolo Dumbo. Meglio ascoltarla nella versione di Bette Midler.

fonte: Rock, jazz o classica "lullaby" - G. Castaldo




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21 agosto 2008

BIBITA

"Alle undici in punto, sostiene Pereira, il suo campanello squillò. Pereira aveva già fatto colazione, si era alzato presto, e sul tavolo della sala da pranzo aveva preparato una caraffa di limonata con dei cubetti di ghiaccio". Il personaggio di Antonio Tabucchi è un fedelissimo della spremuta di limone con acqua e zucchero, bibita ante-litteram mai davvero abbandonata a dispetto di tempi, mode, pubblicità. Perché facile, fresca, dissetante più o meno tutto quanto chiediamo a una bevanda in special modo con l’urgenza della sete. La buona, vecchia limonata è stata l’antesignana di quella che oggi è una offerta folta e variegata di bottigliette e lattine proposte da un marketing sempre più aggressivo. Ogni etichetta garantisce di volta in volta magrezza, prestazioni, successo, allegria: tutto concentrato in pochi sorsi miracolosi, ben al di là dell’obbiettivo originario. Dissetare e restituire liquidi all'organismo. Infatti bisogna indurre a bere a prescindere dalla sete così da ampliare la domanda anche se non siamo ancora davvero addicted come gli americani che consumano più del triplo della nostra quota annuale. Bibite non acqua perchè l’acqua non basta più: le nuove bibite l’hanno soppiantata a colpi di vitamine (di sintesi), sali, aromi, coloranti. Il tutto addolcito da quei famosi zuccheri nascosti. Allarmante anche la presenza in molte bibite del conservante benzoato di sodio (E211) che in presenza di luce e calore reagisce con l’acido citrico, formando il tossico benzene (occhio all’etichetta!). Ed ecco come Berselli mi aiuta a fare un salto ai tempi della bibita:
"Sere d’estate, non ancora dimenticate. Si disegna nella memoria il caffè sulla piazza di paese. Il caffè è interclassista, figurarsi, e fino a una certa ora non distingue fra adulti e bambini, specialmente il sabato. Anche i piccoli infatti hanno diritto alla fetta di cocomero nella baracchina appena fuori: ma l’oggetto del desiderio è il bicchiere della bibita frizzante, colorata, assurda. Perché l’approccio alle bollicine rappresenta in verità uno dei riti di passaggio per l’infanzia di quegli anni grigi e soleggiati, intrisi di polvere e luce: dapprima le bibite sono soltanto un fastidioso pizzicore nel naso, tale da generare una ripulsa sdegnata accompagnata da smorfie comiche, e risate degli adulti; e invece all’improvviso si dispiega come un piacere impagabile, insostituibile, da conseguire anche a prezzo di pianti, ricatti e strepiti. Aperta la gazzosa, o gassosa, gazosa, che per tappo aveva una pallina di vetro verde incastrata nel collo della bottiglia (qualcuno la chiamava la balètta o la gagna
), che andava spinta con adeguata cautela verso il basso, scrosciava nel grosso bicchiere del bar l’acqua fresca dell’innocenza, dolcificata ed effervescente" e che io non ho mai conosciuto. "Il tappo a corona, quello che doveva diventare il protagonista delle gare di ciclismo a tappetti, sarebbe arrivato molto più tardi. E forse si potrebbe dire che la gazzosa era un antecedente storico della Sprite, anche se allora era semplicemente il piacere di una modernità sorprendente. Il piacere di bere una bibita artificiale, che non esiste in natura, prodotta da centinaia di piccole industrie locali: allora, negli anni delle felicità piccole, intense e irripetibili, quando eravamo indistruttibili, non avevamo paura di coloranti e di sostanze matte, nell’età del citrato e delle polverine, l’artificialità delle bibite apparteneva alla sperimentazione del possibile. Mettere un po’ di gazzosa nella birra, aggiungerla al vino, procedere a mescole e mescite per allungare indefinitamente il piacere. Il senso di una estemporanea felicità. Anche il chinotto, naturalmente, poteva andare. Ma il chinotto conservava un sentoreche richiamava un frutto. Era una bibita sì fabbricata, ma che manteneva un legame per quanto labile e mediato, con la natura, con agrumi e frutti ignoti, mai visti eppure botanicamente certificati. Chi aveva mai visto un chinotto? (e chi un tamarindo, per dire?). Era troppo evidente, quel vincolo, e quindi tale da risultare gradito ad alcuni e meno ad altri, e comunque implicava un avvicinamento e un apprendimento, una socializzazione all’aroma. Mentre la gazzosa era il nulla imbottigliato, lo spumeggiare lieve di un attimo, un formicolio sul palato e nelle narici, e niente più: esperienza irripetibile di una società bambina. L’ambiente prevede un juke-box, un calciobalilla, fumo di sigarette. Gazzosa vuol dire una madeleine popolare, altro che l’aristocrazia proustiana: ma provarla adesso con le attuali gazzose multinazionali delude ogni volta: perché le gazzose nelle lattine, al limone e al lime, non sono mai abbastanza fredde come allora, mai frizzanti a sufficienza. Era l’epoca dei ghiaccioli, del Mottarello «gelato da passeggio igienico e gustoso», dei colori pazzeschi, di sostanze quasi fosforescenti e ingredienti sintetici che oggi verrebbero messi immediatamente all’indice. Ma è una chimica che allora ha permesso a interegenerazioni di adolescenti di sostituire le bibite più costose, dalla Coca-Cola all’Oransoda, con la spuma al cedro o all’arancia. Prezzi modici, infatti. Si veniva da partite di calcio più o meno infinite, nella polvere di campi assolati. E alla fine un bicchiere grande di spuma, che gratifica il palato e ovviamente alla fine aumenta la sete, così che se ne può bere un’altra, con il gusto piacevolmente irresponsabile che si accompagna a ogni bibita gassata. Bere a garganella, gonfiarsi lo stomaco. Poi provare la spuma al bitter, o al ginger, che piacciono soltanto ai depravati o ai finti moderni, la Spumador che rivaleggia con il chinotto,a spuma-spuma che sa di spuma e basta, spuma al quadrato, spuma in quintessenza di spuma. Era il tempo delle bibite: anche questa parola, bibita, si è quasi estinta.Vorrà pur dire qualcosa: perlomeno che non ci sono più le bevande di una volta, proprio come le mezze stagioni, come il tempo perduto della gazzosa."




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17 agosto 2008

WHATEVER LOLA WANTS

Sarah Vaughan






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13 agosto 2008

WAR*SAW EVERYTHING

A proposito di fotografia.. Di storia.. Di guerra..
In questi giorni è possibile vedere nella via centrale della città vecchia una bellissima mostra fotografica "Miasto Feniksa - War*Saw everything" (Miasto feniksa vuol dire città fenice) con un sottotitolo direi superbo. 
Gli scatti ritraggono la città di Varsavia tra il gennaio 1944 e l'agosto del 1945. Quasi completamente rasa al suolo venne ricostruita ma soltanto alcune antiche vie del centro, alcuni palazzi e qualche chiesa nella loro forma originale. E' l'unica capitale europea che ho visto senza tracce di un passato se non in quello che resta di due facciate di palazzi diroccati dai segni evidenti dei bombardamenti.
L'originalità della mostra sono le fotografie che vicino agli scatti originali fondono il passato con il presente.


Il centro di Varsavia - Sullo sfondo quello attuale in primo piano il 19 gennaio 1945


Una delle vie centrali, ul.Marszalkowska, esattamente vicino all'Istituto Italiano di Cultura.
Oggi e il 17 agosto 1944




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8 agosto 2008

APPUNTI DI VIAGGIO

 Il Capo delle Colonne traboccava di luce, la base percossa dal fragoroso assalto delle onde… un volo di gru, disegnando nell’azzurro il suo triangolo cabalistico, attraversò il cielo sopra la mia testa… ma era sopprattutto la possibilità eccezzionale di vederlo soppraggiungere al momento opportuno per animare il paesaggio cotronese e richiamarvi le gru di Pitagora. Del resto io ho sempre avuto una singolare fortuna in questi incontri di animali che costituiscono un vivente commento delle tradizioni classiche. Non parlo tanto delle piccole civette dell’Acropoli di Atene: nessun viaggiatore vi è salito senza notarle. Ho visto i grandi avvoltoi fulvi sacri alla dea Maut appollaiati a stormi sulle rovine del suo tempio a Karnak in Egitto, la tortorella del Libano sui cedri dell’Eden, e l’aquila di Zeus planare sopra le tre colonne ancora in piedi del tempio di Nemea. Ho udito il cuculo cantare in primavera  nella macchia accanto all’Heraion di Argo, dove Zeus prese le sembianze di quest’uccello per sedurre la sorella Hera e farne la sua sposa. A Epidauro ho fatto fuggire nei cespugli la famosa biscia di Asclepio; ho assistito ad un passaggio di tonni sulla costa dove fu Cizico. Ho incontrato una grande tartaruga marina proprio accanto ad Egina…

(Francois Lenormant  da ” Melfi e Venosa “ 1883)


Questo bellissimo passaggio tratto dal libro Viaggiatori stranieri nel sud mi ha ricordato le parole del monologo finale di Roy Batty in Blade Runner…
                           

                     


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7 agosto 2008

STORIE OLIMPICHE

" Io sono colui che ha vinto e ha perso la vittoria"


Il 24 luglio 1908 davanti al Castello di Windsor sta per prendere il via la maratona delle Olimpiadi di Londra. Alla partenza, davanti alla principessa del Galles, ci sono 55 atleti, tra cui Dorando Pietri, garzone di pasticceria di Carpi. Quando manca ormai poco più di un chilometro all'arrivo sotto le tribune dello stadio di White City Pietri deve fare i conti con l'enorme dispendio di energie e la disidratazione dovuta al gran caldo. La stanchezza gli fa perdere lucidità: invece di rallentare, dato il vantaggio ormai incolmabile che sa di avere, si fa prendere da una specie di delirio di onnipotenza. Due ore e 45 minuti dopo il via Dorando imbocca la porta del White City ed entra in pista, sbagliando però la direzione della corsa. I giudici riescono a farlo tornare indietro. Il traguardo è un miraggio infinitamente remoto. Sugli spalti le 75.000 persone convenute cominciano ad intuire il dramma. Dorando cade una prima volta ma si rialza per pura forza di volontà e forse già con l’aiuto di qualcuno. Poi ricade ancora per altre quattro volte, ma ancora, testardo e orgoglioso, si rialza. Alla sesta caduta, però, Pietri non riesce più a rimettersi in piedi. E qui accade qualcosa di straordinario: un giudice, baffuto ed elegante, con in testa una paglietta e in mano un megafono, rialza Dorando, ormai semisvenuto, lo accompagna verso il traguardo. Mentre il pubblico, liberato di colpo da un peso invisibile, esplode in un’ovazione senza fine, l’americano John Hayes supera anch’egli il traguardo, 32 secondi dopo Pietri. La squadra americana presenta però un immediato reclamo per l'aiuto ricevuto da Pietri, reclamo che viene prontamente accolto. L'italiano è così squalificato e cancellato dall'ordine di arrivo della maratona e la medaglia d'oro, tanto sospirata, sfuma irrimediabilmente. Il dramma di Dorando Pietri ha però commosso gli spettatori dello stadio. Quasi a compensarlo della mancata medaglia olimpica, la regina Alessandra lo premia con una personalissima coppa d'argento dorato. Per Pietri è l’inizio della celebrità: il racconto della sua impresa eroica, ma sfortunata, fa immediatamente il giro del mondo e l’atleta emiliano diventa improvvisamente famoso. 
In tutto il mondo gli storici dello sport definiscono ancora oggi quella "non vittoria" come "l’episodio più celebre nella storia dei giochi moderni".




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6 agosto 2008

FINA GARCIA MARRUZ 2

In armonia
con gli ori consumati
della sera,
dopo il rumore
della fabbrica,
del ring vociante
dopo la strana
persecuzione
interminabile del petalo,
ciò che è debole
dà la sua animosa
forza, felice di mostrare
il motivetto breve
in fondo
a tutto, le poche cose
autentiche,
spiaggia ondosa
che s’acquieta
in occhi che guardano
d’improvviso con amore,
sfiorando, appena aldilà
del conforto,
la gioia che si credeva
perduta
(forse girando l’angolo,
accanto a quell’incolto
pieno d’inutili
cianfrusaglie),
asciugando le lacrime
dello sconforto,
sorridendo,
torna, come il ritrovarsi
dopo essersi perduti,
ancora e ancora,
frammentata, veemente,
audace, timida
quanto invincibile,
la piccola,
incantatrice melodia.

Da Crediti di Charlot




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6 agosto 2008

FINA GARCIA MARRUZ

  "Nella sua opera si trovano alcune delle poesie di più appassionata bellezza che siano state composte in lingua spagnola da quando è sbocciato il Novecento". Così scrisse Eliseo Diego, uno dei maggiori poeti cubani del secolo scorso di Fina García Marruz.
Poeta, scrittrice, critica e saggista, Josefina García Marruz Badía è la grande dame della poesia latinoamericana, nata all’Avana nel 1923. Nel ’42 pubblica il primo libro di versi al quale seguono molti altri fino al suo libro forse più bello, Crediti di Charlot, recentemente tradotto in italiano. Al pari del grande regista, il quale era convinto che l’avvento del sonoro avrebbe significato la morte del cinema, anche Fina García Marruz crede che la poesia nasca dal silenzio: "La sospensione senza parole della melodia innamorata smuove l’anima e la raccoglie tutta in un punto acutissimo, in un’estasi eterna".



Cinema muto

Non è che gli manchi
il suono,

è che possiede
il silenzio. 


(da Créditos de Charlot)
 




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4 agosto 2008

TRE COSE

L'amica Efesto mi passa la catena del  “tre cose di questa nostra Italietta che riteniamo disgustose, vergognose, che ci fanno venir voglia di urlare il nostro disprezzo e pensare che sarebbe meglio vivere da un'altra parte”.
Siccome io vivo già da un altra parte la parola che più spesso accompagna un italiano all'estero e che mi fa provare vergogna e rabbia è mafia. Ho letto molto sull'argomento, poi ho smesso perchè il disgusto era troppo grande. Tra le molte derivazioni di questo termine uno in particolare mi piace, quello che lo fa risalire all'espressione dell'arabo parlato ma fi-ha che significa "non c'è" o "non esiste". Sono le stesse parole con le quali chiunque, in certe zone o ambienti, risponderà ad una domanda sulla mafia.
La corruzione, dichiaratamente endemica nel nostro paese, lo degrada a paese sottosviluppato in quanto essa è contemporaneamente causa e conseguenza del sottosviluppo. Siamo uno dei paesi europei più corrotti, superati persino dal Botswana e Macao, stando ai dati di giugno di quest'anno.
La burocrazia, così riassunta da Carlo Dossi: "Lo scopo della burocrazia è di condurre gli affari dello Stato nella peggior possibile maniera e nel più lungo tempo possibile." Chissà se Max Weber aveva anche previsto che il termine burocratico sarebbe divenuto sinonimo di lentezza, inefficienza, incapacità di adattamento, lessico difficile o addirittura incomprensibile, tendenza a regolamentare ogni più piccolo aspetto della vita quotidiana. In molti altri paesi le cose si semplificano e migliorano col tempo, in Italia l'esatto contrario.
Qualche isola felice credo che ci sia ma in genere questi come molti altri sono mali che affliggono tutti i Paesi e non solo l'Italia.
E siccome questo è periodo di vacanze e non vorrei scomodare nessuno se quelli che cito vogliono partecipare.... Avanti, c'è posto.

emmedigi.wordpress.com
aDestra
Fort
lostonato 
Athenaum




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1 agosto 2008

AGOSTO

 
Giorgio De Chirico - Ingres - 1987




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1 agosto 2008

MELVILLE

 "Ci sono certe bizzarre circostanze in questa strana e caotica faccenda che chiamiamo vita, che un uomo prende l'intero universo per un'enorme burla in atto, sebbene non riesca a vederne troppo chiaramente l'arguzia, e sospetti anzichenò che la burla non sia alle spalle di altri che le sue. Egli ingolla tutti gli avvenimenti, [...] non importa quanto indigeribili, come uno struzzo dallo stomaco robusto inghiotte pallottole e pietre focaie. E quanto alle piccole difficoltà e afflizioni, le prospettive d'improvvisa rovina, di pericolo della vita o del corpo, tutto questo, e perfino la morte, gli sembrano ingegnosi e amichevoli colpi, allegre spunzonature nei fianchi, somministrati dall'invisibile e inspiegabile vecchio mattacchione".

Moby Dick  - Herman Melville (1 agosto 1819 – 28 settembre 1891)




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