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Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


24 febbraio 2010

IL PENSIERO IKEA

Casa che vai, Ivar che trovi. Non c'è abitazione di giovani, ma anche di maturi coniugi, che non possegga una libreria Ivar o, nei casi più raffinati, una Billy. Ma chi è l'uomo che ci ha convinti a piazzare in salotto, o nello studio, uno scaffale d'abete come Ivar buono per il garage? Lo si scopre leggendo il libro Ikea  scritto da Johan Stenebo, manager dell’azienda per vent'anni. Si chiama Lennart Etmark: nel 1965, anno in cui Ivar è apparsa sul mercato. Etmark è stato uno dei capi del più grande mobilificio del mondo: Ikea, acronimo del nome del fondatore e del luogo dove è nato e di quello dove è vissuto. Dire mobilificio è inesatto, come spiega il libro, dal momento che Ikea non produce nulla di quello che vende.
Ingvar Kamprad, fondatore della azienda nel 1943, è un arzillo Zelig di 83 anni, e somiglia più a un petroliere che non a un industriale. Segno dei tempi: viviamo in una società, almeno in Europa e negli Stati Uniti, fondata più sulla distribuzione che sulla produzione. La catena svedese ha un giro d'affari di 250 miliardi di euro, 150.000 addetti nelle sue esposizioni in giro per il mondo: 70 punti vendita in Europa, 250 in tutto il Pianeta. E Kamprad è l'uomo più ricco del mondo. Come ha potuto un giovane svedese venditore di fiammiferi, ex simpatizzante nazista, castigamatti in azienda, volubile e inventivo, trasferito armi e bagagli in Svizzera per non pagare tasse in Svezia, diventare così mostruosamente benestante?
Applicando il management projet, come si chiama ora; ovvero, la logistica. Non è un caso che il fondatore della logistica sia stato un militare svizzero, Henri Jomini, che l'ha introdotta nel 1845 definendola la branca dell'arte militare che tratta le attività relative ai rifornimenti, trasporti e movimenti. Kamprad ha intuito anzitempo l'importanza che avrebbe avuto l'automobile nel permettere gli spostamenti delle persone lontano dai paesi e dalle città, e dunque dai negozi tradizionali, ma anche lo sviluppo della pratica del self service, messa a punto negli Stati Uniti tra le due guerre da Sylvan Nathan Goldman, un negoziante che nel 1936 ha inventato, a Oklahoma City, il carrello da supermercato.
Ikea di Stenebo non è solo la storia del colosso dell'arredamento, ma anche, a suo modo, una riflessione sul contemporaneo. Stampando il proprio catalogo in 198 milioni di copie ogni anno, in 27 lingue diverse e in 52 edizioni complessive, Ikea diffonde un volume in copie superiore ad ogni altra pubblicazione terrestre, Bibbia compresa. Questo rende perfettamente il senso del dominio della quantità sulla qualità che è proprio delle società capitalistiche contemporanee, in cui la scienza militare della dislocazione, e del flusso, si sposa a quella della delocalizzazione produttiva postindustriale.
Stenbo ci conferma come Ikea è per molti versi una "ladra di design": cinese prima dei cinesi, riproduce e varia ciò che altri hanno inventato. In questo modo, dicono i suoi sostenitori, si democratizza, il design, lo si diffonde a prezzi bassi, permettendo a tutti di possedere cose belle. Si leggano le pagine che l'autore dedica alla disposizione della "merce" negli spazi espositivi, alla costruzione dell'offerta in cui Ikea ha raggiunto vertici sublimi usando tecniche che somigliano fortemente a quelle della pubblicità televisiva. Uno studio retorico e semiotico dei grandi magazzini del design svedese, della inventio estetica, della dispositio di vendita e della elocutio degli ornamenti e delle convinzioni indotte nel cliente, ci aiuterebbe non solo a capire il successo di Kamprad e dei suoi collaboratori, ma come funziona una delle branchie fondamentali della nostra società, l'iperconsumo, su cui si fonda e forse si fonderà ancora per diverso tempo, la struttura economica oggi egemone nel mondo: il turbocapitalismo.

Da una rilettura di Marco Belpolito

 




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17 febbraio 2010

LA CURA

Una guerra silenziosa arma l’uno contro l’altro gli italiani. È la guerra del diritto contro il privilegio, dell’equità contro l’ingiustizia. È anche la guerra dei più giovani contro il potere degli anziani. Delle donne contro le strettoie d’una società maschile. Dei singoli contro il concistoro delle lobby. Dei talenti contro i parenti. Più in generale degli spiriti liberi, dei senza partito, contro l’obbedienza cieca e serva reclamata dalla politica.
Per vincere la guerra c’è una camicia di gesso da mandare in pezzi. Quella del localismo, del nepotismo, del maschilismo, del clientelismo, del corporativismo, del favoritismo, dell’affarismo e di tutti gli altri ismi che paralizzano la società italiana. Perché da queste parti l’ascensore sociale non funziona, è sempre fermo al piano di partenza. Perché ti passa la voglia di sbatterti e sudare, quando sai già in anticipo che la tua carriera dipende dal certificato di nascita che hai ricevuto in sorte, o nel migliore dei casi dalla benevolenza dei potenti. E perché infine questa situazione ti toglie slancio, dinamismo, fiducia nel futuro.
Da qui un pessimismo duro e compatto come una lastra di piombo. Il futuro non è più quello di una volta, diceva il poeta Valéry. Oggi lo dice, pressoché all’unisono, il popolo italiano. C’è insomma in circolo come uno scoramento collettivo, un senso di frustrazione che si è trasformato in depressione. Nessuna autorità, sia civile sia politica, riscuote più il consenso del popolo italiano. E dunque si salvi chi può. Dentro la cornice delle regole, ma più spesso al di fuori. Difatti la sfiducia nel sistema deborda fatalmente in sfiducia nelle regole che governano il sistema, nella loro capacità d’assicurare un minimo d’equità alla nostra convivenza. C’è quindi bisogno d’una cura. Anzi: serve una terapia d’urto, non basterà qualche aspirina.
D’altronde le regole consuete non valgono durante un’emergenza: c’è un diritto per il tempo di pace, ma c’è anche un diritto per il tempo di guerra. E la crisi di libertà, di giustizia, d’efficienza, di legalità che si è rovesciata sull’Italia è altrettanto micidiale d’una guerra, perché ha corrotto il nostro tessuto connettivo, il nostro paesaggio umano, così come le bombe devastano il paesaggio naturale. Questa sciagurata condizione rende l’Italia un laboratorio perfetto per sperimentare soluzioni non convenzionali. Poi, se funzionano, magari in qualche caso potremmo anche esportarle: dopotutto il problema di coniugare eguaglianza e libertà all’insegna del merito è un problema universale.
Però la questione si pone proprio qui a lettere maiuscole, dunque è qui che c’è maggiore urgenza d’un brevetto. Per meglio dire, c’è urgenza di un doppio colpo di frusta, sia per la società civile sia per la società politica. Rompendo il potere delle corporazioni, delle camarille, delle lobby, che sono un ostacolo all’affermazione dei migliori. Ma al tempo stesso rompendo il potere dei partiti, restituendo lo scettro ai cittadini, innervando la democrazia rappresentativa con un’iniezione di democrazia diretta. Perché nessuna terapia può guarire l’ammalato se non interviene lì dove si propaga l’infezione, all’origine della catena di comando. E perché il pesce, come dicono nel Meridione, puzza sempre dalla testa.
Al termine di questo viaggio, dovremo perciò correggere il concetto stesso di democrazia, o almeno la falsa democrazia che conosciamo. Da qui il decalogo che percorre questo libro: dieci proposte radicali, per estirpare la malapianta alla radice. Non sempre, a questo scopo, è indispensabile coniare una regola nuova di zecca. Talvolta il rimedio esiste già, soltanto che non viene mai applicato: nella Costituzione italiana, per esempio, c’è un serbatoio di soluzioni di cui quasi nessuno sospetta l’esistenza. Oppure il rimedio era stato individuato nei secoli scorsi dai nostri antenati, per poi cadere nell’oblio: l’esperienza dell’antica Grecia può ancora impartirci una lezione. Ma in via generale in Italia l’ordine costituito ha legittimato il disordine esistente, sicché c’è bisogno di fondare un nuovo ordine, senza troppi compromessi col passato. Come osservò Voltaire, Londra divenne una città ordinata dopo che un incendio la ridusse in cenere, obbligando i londinesi a ridisegnare strade e piazze. Ecco perciò la conclusione: "Volete buone leggi? Bruciate quelle che avete, e fatene di nuove".

Dalla prefazione del libro di Michele Ainis  "La cura"




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8 febbraio 2010

L'UOMO DEL FUTURO

"La scienza non è nient'altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell' umanità".

Pochi conoscono il suo nome, anche se tutti usiamo nella nostra vita quotidiana il suo genio.
Nikola Tesla ha inventato la corrente alternata, il generatore di energia idroelettrica, l’illuminazione a fluorescenza, il motore rotante e la turbina senza pale.
La sua vita è costellata da una serie di trionfi scientifici seguita da un'altrettanto lunga  serie di disastri commerciali, una vita incredibile, avventurosa, disperata, potremmo dire elettrica che portò Tesla dall’Europa di Sarajevo all'America di Thomas Edison. Il suo era uno sguardo ingenuo e illuminato sull’America: "quello che ho lasciato era un mondo gradevole, artistico e pieno di fascino, in tutti i sensi; quello che ho trovato è meccanizzato, grezzo e privo di attrattiva. E’ questa l’America? La sua civiltà sta un secolo dietro quella dell’Europa".
E nella vita era un uomo completamente dedito ad un sogno: il sogno dell'energia elettrica per tutti, a costo zero, che non considerava l’intreccio tra industria, finanza e ricerca scientifica.
Un genio dimenticato perché troppo utopista, sfruttato da tutti coloro che lo circondavano molti dei quali si appropriarono dei suoi meriti: Edison, Westinghouse e Marconi sono solo alcuni di essi.
Raccontare della sua vita è raccontare di una strenua lotta per dimostrare la verità delle sue invenzioni.
Di come gli fu ingiustamente mossa l'accusa  da parte di Edison che la corrente alternata fosse pericolosa.
Della sua esibizione alla fiera mondiale del 1° maggio 1893 col suo cappello a cilindro, il tight e gli stivali di gomma quando la folla lo vide far passare milioni di volt di elettricità ad alta frequenza attraverso il corpo ed accendere lampade mediante la scintilla prodotta dallo schiocco delle dita.
Fu così, con il suo corpo elettrico, che Tesla rispose alla menzogna di Edison.
E’ raccontare del perché, dopo la sua morte, l’FBI cancellò ogni traccia ed informazione sul suo conto.
La rivincita postuma arriva molto lentamente ma è implacabile. Dopo la sua morte gli astronomi battezzano in suo onore un piccolo cratere sulla luna, a fianco a quello intitolato allo scrittore di fantascienza H.G. Wells. Negli anni Settanta la New Age californiana lo riscopre come un profeta della comunicazione con gli extraterrestri. Nel 1984 fa la sua apparizione nel mondo della popculture di massa: il gruppo inglese di musica techno Orchestral Manoeuvres in the Dark gli dedica un brano, Tesla Girls. Nel 2006 David Bowie recita la parte di Tesla nel film The Prestige. Terry Gilliam gli dedica un documentario. Nel 2007, quando l’azienda hi-tech Nvidia lancia una nuova gamma di microprocessori ad alta potenza, non ha dubbi sul nome da dargli: Tesla. Gli autori di videogame della società Capcom Entertainment, nella Silicon Valley, ricreano Nikola Tesla come un personaggio digitale nella saga di fantascienza per adolescenti Dark Void. Quasi a voler pareggiare i conti, la rinascita del mito di Tesla si accompagna al tramonto di fama del suo eterno rivale. Gli storici dell’economia sono severi con Edison, oggi accusato di essere stato un prepotente monopolista. Le nuove norme ambientali mettono gradualmente fuorilegge le  lampadine inventate da Edison, per sostituirle con i nuovi modelli più ecosostenibili, a fluorescenza: le discendenti di quelle che Tesla usava per le sue esibizioni all’Expo di Chicago nel 1893. Tra gli adepti del tecno-culto non poteva mancare la nuova azienda simbolo della Silicon Valley. “Tesla è un ispiratore”, dice Larry Page, fondatore di Google. E progettata nella Silicon Valley, salutata da Obama come germoglio della green economy, la prima auto elettrica americana si chiama Tesla.

Per saperne di più su Nikola Tesla

 




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4 febbraio 2010

IL MONDO IN UNA LINGUA

Leggendo il post di un amico  Het Groot Dictee  mi sono ricordata di un articolo letto su Geo sul sogno di una lingua universale che affratellasse i popoli. Fu così che in un'epoca improntata ai nazionalismi nasceva l'esperanto, una lingua che non intendeva sostituire le altre parlate ma che era stata costruita appositamente per servire da seconda lingua ausiliaria per tutti. L'idea venne all'oftalmologo polacco Ludwik Zamenhof che badò soprattutto a rendere la lingua di facile apprendimento e uso dotandola di una grammatica semplice.  Presentata nel 1887 come "lingvo internacia", lingua internazionale,  prese in seguito il nome di "esperanto", che spera. I vocaboli derivano in gran parte da latino, italiano e francese, tedesco e inglese, russo e polacco, tutte parlate correntemente da Zamenhof. Da subito l'esperanto venne usato come linguaggio di pace per facilitare la comunicazione fra i popoli e conobbe grande diffusione durante e dopo il primo conflitto mondiale, quasi a ribadire l'dea di una fratellanza universale. Oggi ci sono associazioni, congressi, federazioni, festival esperantisti e si stima che più di un milione di persone al mondo usino l'esperanto come terza lingua straniera. Verne, Einstein, Tolstoj, De Amicis, Tolkien, Eco sono stati o sono sostenitori dell'esperanto. Gli ideali degli esperantisti sono di assoluta neutralità rispetto ad ogni tipo di corrente politica o religiosa. Nel 1996 è stato pubblicato durante il Congresso Universale di Esperanto il Manifesto di Praga che al secondo punto recita: "... chi impara l'esperanto non deve imparare la cultura di un singolo Paese, ma conosce un mondo senza frontiere".




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1 febbraio 2010

FEBBRAIO

Hans Holbein il giovane - Ritratto di Derich Born - 1533 - Windsor Castle




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