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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


16 settembre 2010

ROSSORI D'ALTRI TEMPI

Sventurata la terra che ha bisogno di gente che si vergogna.
"Non ho nulla di cui vergognarmi" è il mantra della scena pubblica italiana, che si tratti di politici o vip.
Peccato che i politici non abbiano il tempo di leggere. Che non l'abbiano meno che mai i politicanti e nemmeno i professionisti dell'opinionismo.
Bisognerebbe consigliare loro un libro uscito mesi fa di Marco Belpoliti "Senza vergogna". Vi troverebbero materia di riflessione. Quale per esempio la distinzione tra le due visioni della vergogna: quella chiamata "principio di responsabilità" per cui la responsabilità dell'errore è sempre e comunque personale e  la seconda il "principio di corresponsabilità" dove alla fine siamo tutti colpevoli, nessuno è più colpevole di chiunque altro.
Il libro di Belpoliti perlustra il mondo, non solo italico, dove non ci si vergogna più di nulla. Più precisamente dove ci si vergogna unicamente di non avere successo. Il sentimento di una vergogna morale è svanito dal paesaggio dell'antropologia contemporanea per lasciare il posto ad una vergogna amorale fatta di divorante ansia narcisistica, "la terribile vergogna d'essere nessuno".




permalink | inviato da ioJulia il 16/9/2010 alle 22:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


10 settembre 2010

SOLITUDINE COSMICA

   "E che dunque, tu mi dirai, se vi sono in cielo globi simili alla nostra Terra, forse che stiamo per venire in gara con essi, per sapere chi tenga il posto migliore nell' Universo?" Esattamente quattrocento anni fa, era il 1610, Johannes Kepler scriverva queste parole in una lunga lettera indirizzata a Galileo Galilei. E in questi giorni la Nasa annuncia che il satellite Kepler ha scoperto un sistema solare "intrigante". Nel 1961 invece l'astrofisico americano Frank Drake propose un modo analitico per stimare quante civiltà al nostro grado di evoluzione sono presenti nella galassia.

                                           N = R* x fp x ne x fl x fi x fc x L

Il numero delle civiltà N in grado di comunicare è uguale al numero delle stelle R* che nascono ogni anno, moltiplicato per la frazione fp di quelle stelle che hanno pianeti, per la media ne di quei pianeti che potenzialmente possono sostenere la vita, per la frazione fl di quei pianeti che ospiteranno la vita per davvero, per la frazione fi di questi pianeti che riusciranno a far evolvere la vita intelligente, per la frazione fc di queste civiltà che arrivano a sviluppare una tecnologia che mandi tracce della propria esistenza nel cosmo, per il numero L di  anni che questa manda questi segnali nello spazio. E' questa l'equazione di Drake. Il fatto curioso è che il valore di nessuna delle variabili dell'equazione è conosciuto. O meglio la Nasa stima con una certa sicurezza che ogni anno nascano in media sette nuove stelle (la prima variabile dell'equazione), tutto il resto è solo un atto di fede.
Dal 1960 il progetto Seti è all'ascolto di segnali radio di civiltà lontane e proprio Drake ne è tuttora il direttore. Attualmente l'Allen Telescope Array in California è l'orecchio più fine di Seti col quale si spera di raggiungere stelle più lontane dei miseri 200 anni luce cui le attuali tecnologie ci permettono.
Le distanze dell'universo sembrano rendere comunque vano il tentativo di Seti di rompere la nostra solitudine cosmica.




permalink | inviato da ioJulia il 10/9/2010 alle 17:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


3 settembre 2010

FOTOMEMORIA

 

 

                                                                 Alfred Stieglitz   -   Paula   -   1924


Che cosa c'era al posto della fotografia prima dell'invenzione della macchina fotografica? La risposta più ovvia è l'incisione, il disegno, la pittura. Ma la risposta più illuminante sarebbe la memoria. In precedenza la funzione della fotografia era svolta dalla mente. Le fotografie non sono tanto uno strumento della memoria ma una sua sostituzione. A differenza di qualsiasi altra immagine visiva una foto non è una riproduzione o un'imitazione del soggetto ma una sua traccia. La percezione visiva umana è un processo molto più complesso di quello di una pellicola ma sia l'obiettivo, sia l'occhio registrano immagini a grande velocità e in presenza di eventi istantanei. Tuttavia quello che la macchina fa e che l'occhio non potrà mai fare è fissare l'apparizione di quell'evento. Essa isola quell'apparizione dal flusso di apparizioni e la conserva immutata nel tempo. Prima non c'era nulla che potesse svolgere una funzione analoga se non la facoltà della memoria nell'occhio della mente. Ma a differenza della memoria le fotografie in sè non conservano il significato di un evento. Offrono apparenze. Il significato è il prodotto di processi cognitivi. Le fotografie di per sè non narrano, trattengono apparizioni istantanee. Ciononostante riescono a mantenere il significato dell'evento dal quale sono state separate perchè l'obiettivo è uno strumento meccanico che viene usato per contribuire a una memoria vivente. La foto è un promemoria tratto da una vita mentre viene vissuta. Volendo rimettere una foto nel contesto dell'esperienza, della memoria sociale bisogna rispettare le leggi della memoria e collocare l'immagine stampata in modo che acquisti qualcosa della sorprendente compiutezza di ciò che era ed è. Se prendiamo la poesia di Brecht che scrisse a proposito della recitazione e sostituiamo "fotografia" a "istante" e a "recitazione" "ri-creazione del contesto" si ottiene un esempio perfetto.


Così dovrete semplicemente conservare
l'istante, senza per questo nascondere
ciò che state facendo emergere.
Date alla vostra recitazione quella progressione di una-cosa-dopo-l'altra,
quel modo di elaborare ciò che avete intrapreso.
In tal modo mostrerete il flusso degli eventi e anche il corso del vostro lavoro, consentendo allo spettatore di sperimentare a molti livelli questo Ora, che arriva dal Prima
e confluisce nel Dopo, mantenedo molto dell'Ora con sè.
Egli siede non solo nel vostro teatro ma anche nel mondo.


Da una rilettura di John Berger: "Sul guardare"
 

 




permalink | inviato da ioJulia il 3/9/2010 alle 18:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 settembre 2010

SETTEMBRE



Vittorio Matteo Corcos   1900




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