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  ioJulia
 
Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


29 luglio 2011

BURRNESH

Una burrnessh in primo piano che fuma   Le chiamano vergini giurate. Quand’erano giovani  hanno rinunciato alla femminilità per diventare maschi. E poter così bere, fumare e sparare. Ma anche prendersi cura dei fratelli, amministrare i beni di famiglia e costruire la casa per gli anziani genitori. Oggi ne sono rimaste poche decine. Vivono sulle montagne del Paese delle aquile, al confine con il Kosovo.
Le burrnesh (dal termine albanese burré, uomo) sono un’antica tradizione delle montagne albanesi e kosovare che risale a più di trecento anni fa. La conversione avviene quando la bambina, fiorita fanciulla, giura la sua verginità davanti ai dodici uomini più importanti del villaggio. Una donna che ha promesso castità infinita e totale per conquistarsi l’onore di essere uomo. Di vestirsi, di armarsi, di combattere, ma anche di concedersi lussi perfettamente maschili, come il fumo e l’alcol, proibiti alle donne nella società albanese.
Le vergini giurate apparivano un tempo anche in Serbia e in Montenegro, oggi se ne trovano pochissime (si parla di qualche decina) nascoste nelle montagne dove l’Albania confina col Kosovo. Le ragioni e i misteri che hanno portato donne kosovare e albanesi a farsi vergini per sempre sono da cercare nei costumi e nelle viscere di questa terra.
Una fanciulla magari bella, magari sognatrice di famiglia e di bambini, che regala la sua vita all’onore di sua madre e di suo padre. Vite santificate, perché in quelle terre perdute una figlia, purissima guerriera, dà alla sua famiglia un vanto che tocca la gloria epica.  Abbandonando riti e miti, la tradizione delle vergini ha una spiegazione molto più moderna. In un’Albania rurale dove per una donna il fumo, il lavoro, il sesso e qualunque soffio di libertà diventano una vergogna, la burrnesh si mette addosso questa maschera semplicemente per vivere. E forse anche per nascondere la sua omosessualità, un sacrilegio che nel suo paese non è neppure immaginato. 
Non è il caso di Qamile Stema, 87 anni, gilet nero con orologio a pendolo. "Ero una normalissima ragazza, ma sono diventata uomo solo per far felice mio padre" racconta. "Lui aspettava il maschio, ma io sono nata la nona di nove femmine. Non avevo scelta". O Diana Rakipi, 54 anni, sesta di nove figli: "Il mio fratellino morì per la maledizione di un malocchio. Così per ricordarlo ho voluto diventare un maschio bello com’era lui". Diana veste oggi la divisa della guardia giurata nel porto di Durazzo dove lavora. Il cappello militare non nasconde l’antica femminilità che le passeggia sulla pelle e nel sorriso. Voglia di femminilità tradita dall’anello d’oro e dagli occhi turchini. "Delle donne amo la sensibilità, mentre dei maschi apprezzo il coraggio della sincerità". 




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25 luglio 2011

PANCHINE

  La panchina è un oggetto strano. Probabilmente è entrato nella nostra civiltà attraverso i giardini, una versione elaborata e differente della panca, per molto tempo l'unico strumento di cui gli uomini disponevano per sedersi. Le sedie, almeno sino alla fine del Medioevo, erano infatti oggetti legati al potere e alla sacralità, riservate a re, imperatori e immagini sacre. Non è un caso che le sedie siano comparse solo nel XV secolo, in corrispondenza con il diffondersi dell'individualismo borghese. Le panche sono invece oggetti collettivi, ci sono panche nei giardini romani, ma è solo con la nuova architettura dei giardini, a partire dal XVI e XVII secolo, che le panchine appaiono là dove l'otium si sostituisce al negotium, e la cultura dell'attesa, della contemplazione ha la meglio sui traffici, i commerci egli scambi. La panchina è lo strumento migliore per coltivare la "vita solitaria", e tuttavia la panchina è anche un oggetto collettivo. La panchina consente la massima invisibilità. Seduti lì si diventa di colpo un elemento del paesaggio, come se questo arredo pubblico avesse la proprietà di fare scomparire. L'uomo o la donna sulla panchina è chiunque ma anche nessuno. L'attesa, poi, sembrerebbe lo scopo fondamentale della panchina: attesa di qualcuno o di qualcosa, sospensione temporale che è però anche uno stare nel tempo. Oggetto ambivalente, compare in tantissimi film e romanzi: Edward Norton, il protagonista della Venticinquesima ora di Spike Lee, siede su una panchina in compagnia del suo cane nel suo ultimo giorno di libertà, malinconico e depresso; Marcovaldo agogna la panchina nell'omonimo racconto di Italo Calvino, spazio di solitudine dentro la città, ma anche oggetto conteso da tante differenti persone. E ancora, Woody Allen aspetta l'alba in compagnia di Diane Keaton sotto il Queensborough Bridge in Manhattan. Su una panchina siedono i primi due personaggi che compaiono in Il Maestro e Margherita, poco prima che il Diavolo in persona faccia la sua terribile comparsa; e con una panchina si apre Bouvard e Pécuchet di Flaubert,  romanzo della "stupidità" moderna. Le panchine  sono dei luoghi contemporaneamente dentro il mondo e fuori dal mondo: ponti e porte, interstizi, pieghe spazio-temporali, spazi magici, luoghi di sospensione.
Questo è ciò che ho tratto da un pezzo sulla presentazione del libro di Sebaste
"Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne". Personalmente non considero la panchina un luogo di attesa, di solitudine.  Piuttosto un punto di osservazione o contemplazione del mondo..





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20 luglio 2011

PAROLE E AZIONI

La parola critica non viene quasi mai associata alla parola crisi, così in voga di questi tempi.. Entrambe vengono  dal greco kríno, distinguo, separo, giudico. In origine la crisi era la scelta, la decisione e la critica era l’arte o la scienza del giudicare. Dimenticare l’etimologia può risultare pericoloso. Con un maggiore esercizio di critica forse oggi non ci troveremmo in crisi.
L’errore più grave a livello critico è stato forse quello di dimenticare che a questo mondo tutto è legato, tutto si tiene in una rete di relazioni che devono tendere a un equilibrio, a un’economia complessa in cui entrano in gioco infiniti fattori e variabili.
Il primo di questi fattori è il tempo. Quanto la concezione occidentale del tempo condiziona il nostro modo di vedere il mondo, la vita degli uomini e degli esseri viventi..
A dominare la nostra vita attuale sul pianeta Terra è la freccia del tempo: si può procedere solo in una direzione che vede per esempio nella nascita un punto d’inizio positivo e nella morte un punto d’arrivo negativo; oppure nella povertà un punto di inizio negativo e nella ricchezza un punto di arrivo positivo. Tutto è diventato bipolare per noi: procediamo per opposizioni nette perché decidiamo di vedere del mondo soltanto il bianco e il nero, con la critica ridotta ormai a mero pregiudizio etico.  C'è però un modo alternativo di intendere il tempo: bisogna ritrovare il kairós, ritrovare cioè il tempo dell’occasione, del momento giusto, dell’opportunità che implica però che l’uomo riprenda possesso della sua capacità di giudizio e che assuma a punto di partenza di ogni sua azione il principio di responsabilità e il libero arbitrio.
Già nel 1971 si parlava di "pianeta malato", di un sistema capitalistico che dava ampi segni di cedimento, di un inquinamento che avrebbe reso il nostro mondo una discarica universale, si denunciavano le follie di una classe dirigente avida e senza scrupoli. Tanti hanno levato la loro voce, rimasta colpevolmente inascoltata. 
E' forse questo il momento di guardare con il giusto senso critico e un po’ di onestà intellettuale quelli che dovremo presto considerare, che ci piaccia o meno, gli "avanzi di un mondo di sogno", come diceva Walter Benjamin...

Da una rilettura di E. Coen
 




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16 luglio 2011

LETTURE

  "Fermati, Max: la tua facilità non semplifica" canta  Paolo Conte.
Nella giusta tensione a rendere semplice la vita siamo incappati nella facilità e ne siamo rimasti prigionieri.  A volte ci umilia senza che ce ne rendiamo conto.
Un classico estivo è che libro portare in vacanza. Tutti dicono di portare libri sotto l’ombrellone. E prevale l’aggettivo "distensivo": il libro dev’essere soprattutto distensivo. La filosofia a supporto è: dobbiamo distrarci, liberare la mente. Abbiamo lavorato tutto l’anno, sempre le stesse preoccupazioni, sempre gli stessi pensieri. Adesso è tempo di snebbiarsi un po’.
Si legge per pensare altre cose. La letteratura serve a questo: essa confeziona mondi diversi. Mondi dove le biografie sono diverse  oppure mondi immaginari, pieni di criminali, con leggi un po’ meno fastidiose e poliziotti o detective migliori. Abbondano i commissari: ce n’è di sportivi, di lavativi, di filosofi, di pragmatici. Una vera costellazione.
In vacanza chi ha faticato tutto l’anno, soprattutto mentalmente, vuole pensieri vasti, colori distesi, grandi tele piatte.
In tutto questo modo di fare c’è qualcosa di umiliante.
Spesso si cede al fascino del "distensivo-perché-facile" ma altrettanto spesso si rimane delusi. E soprattutto quando il libro che abbiamo scelto è anche molto lungo la sensazione di aver sprecato il tempo è davvero forte.
Tutto questo non pensare ha prodotto un mondo dal quale, una volta sotto l’ombrellone, cerchiamo di liberarci mediante prodotti concepiti dallo stesso mondo che ci ha stressato. Stesso mondo, stessa logica, stessa lunghezza d’onda.
Ecco un'esortazione.
Leggere libri difficili, libri importanti capaci di impegnare a fondo la mente. Libri capaci di far scricchiolare i luoghi comuni e di spalancare l'intelligenza. Libri che affrontano problemi veri, scritti da uomini che non hanno paura della complessità del reale, perché farla facile è un po’ come farla franca.
Le vacanze sono un’occasione impareggiabile per lottare contro la stupidità, per incontrare pensieri e lunghezze d’onda diversi, per fare un passo oltre quella facilità. In questa lotta sta il vero riposo come quando in montagna si affrontano passeggiate impegnative che sono sempre le più gustose.
Il gusto della vita non è autococcolarsi ma uscire da sé, conoscere, imparare. Per questo le vacanze sono (anche) l’occasione per leggere quei libri grandi, importanti e difficili che durante l’anno non riusciamo nemmeno a toccare.
Affrontare le cose difficili è un segno di stima verso se stessi.

rilettura di un articolo di L. Doninelli




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13 luglio 2011

PENSIERO DEL GIORNO

Pare che se non si è celebrati, esaltati, ammirati, si appassisce e ci si spegne. E che da qui sbocci il fiore artificiale dell’adulazione che acceca chi la riceve nonostante la più o meno sottile falsità che essa contiene.
Così scrive Henri de Montherlant:

Come le lampade hanno bisogno di petrolio, così gli uomini hanno bisogno d’essere nutriti di una certa quantità di ammirazione. Quando non sono abbastanza ammirati, muoiono.

fonte "Domenica"




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5 luglio 2011

AMORE E MORTE

Città del Messico, 1834

Una zucca piena d'aceto vigila dietro ogni porta. Su ciascun altare pregano mille candele. I medici prescrivono salassi e fumigazioni di cloruro. Bandiere colorate segnalano le case attaccate dalla peste. Lugubri canti e urla segnano il passaggio dei carri pieni di morti per le strade senza nessuno.
Il governatore emana un bando che proibisce diversi cibi. Secondo lui, i peperoni ripieni e la frutta hanno portato il colera in Messico.
Nella via dello Spirito Santo, un cocchiere sta tagliando una chirimoya enorme. Si accomoda a cassetta per assaporarsela con calma. Un passante lo lascia a bocca aperta:
- Stupido! Non vedi che ti stai suicidando? Non sai che questa frutta ti porta dritto alla tomba?
Il cocchiere esita. Contempla la polpa lattiginosa, senza decidersi a mordere. Alla fine si alza, si allontana di qualche passo e offre la chirimoya alla moglie che sta seduta all'angolo:
- Mangiala tu, anima mia.

da Memorias de mis tiempos  Guillermo Prieto




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1 luglio 2011

LUGLIO



John Atkinson Grimshaw   -   Wharfedale, 1872




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