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Diario
 


Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo
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*Copyright: Alcune foto presenti su questo blog sono state scattate da me altre reperite in internet. Qualora qualcuno ritenesse violati i suoi diritti d'autore mi può contattare per chiederne la rimozione.


27 settembre 2016

HER


La notte degli Oscar 2014 Her, di Spike Jonze, ha vinto la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. Her ha come attori protagonisti Joacquin Phoenix, Amy Adams e la voce di Scarlett Johansson. Il film parte da un unknown space. La vita, l’esistenza, i pensieri, i conflitti hanno origine in uno spazio sconosciuto e anonimo, senza connotazioni, che lentamente deve prendere forma, dimensione e significatività dalle esperienze della vita. Questo è anche lo spazio in cui si muove il protagonista di Her, Theodore, su cui il regista presenta come immagine iniziale un primo piano di trenta secondi. Tutto il film, in fondo, sarà un primo piano sul suo stare o meglio non saper stare nell’esistenza reale.
Her muove i suoi passi da lontano, il riferimento principe è l’HAL 9000 di kubrickiana memoria: la letteratura e il cinema hanno spesso ragionato sulle possibilità di una perdita di controllo da parte dell’uomo nei confronti delle sue stesse creazioni. Per non parlare della questione relativa al “sentire” delle intelligenze artificiali. Spike Jonze parte da lì, certo, ma finisce per affrontare il discorso in maniera nuova: fantascienza e filosofia vanno di pari passo, fisica e bioetica si mischiano, ma quello che conta, quello che davvero interessa lo sceneggiatore e regista statunitense è l’aspetto umano dell’amore. Una “follia socialmente accettabile” da una società popolata da individui asociali: asettica e spettrale, silenziosa e abbandonata dal caos, Los Angeles è sempre popolatissima ma di persone che sui marciapiedi, in metro, al mare parlano da sole.
Di questo film ho amato la fotografia, la scenografia dominata da colori caldi e pastellati, la musica di Karen O e degli Arcade Fire e Phoenix di impareggiabile bravura.
La versione originale è decisamente migliore, come al solito, anche perchè la doppiatrice italiana, Micaela Ramazzotti, sembra più che altro leggere il copione, in modo quasi infantile.
Non credo sia un film romantico, al contrario, di rara desolazione.

"Il passato è solo una storia che raccontiamo a noi stessi."

"Io dico che chiunque si innamori è un disperato. Innamorarsi è una pazzia, è come se fosse una forma di follia socialmente accettabile."





permalink | inviato da ioJulia il 27/9/2016 alle 3:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


12 settembre 2016

POSTILLA

Boris Pasternak è conosciuto dai lettori italiani quasi esclusivamente per il suo unico romanzo, Il dottor Živago. Ma Pasternak è stato anche e soprattutto un poeta. Uno dei più importanti del Novecento non soltanto russo. Al Pasternak poeta, e più in particolare al poeta d’amore, è dedicata ora un’antologia uscita a cura di Marilena Rea per l’editore Passigli,  Anch’io ho conosciuto l’amore. Poesie 1913-1956. 

Si tratta dell’amore, dunque, probabilmente il più inevitabile ma anche il più arduo dei temi che sia dato affrontare in poesia. Antiche infatti quanto l’uomo sono sia il sentimento sia le parole più semplici e dirette chiamate a significarlo. Ma per questo anche difficili, più di altre a rischio di consunzione, appiattimento, grigiore, banalità. Da vero poeta Pasternak si mostra consapevole di tutto questo. Il poeta riconosce appieno la difficoltà e quasi l’impossibilità di rispecchiare l’uno nell’altra, di affermare la vitalità dell’amore attraverso la vitalità della parola. Si tratta in ogni caso di una lotta contro la ripetizione, il conformismo (il «comfort»), l’uniformità, il perbenismo e l’ipocrisia dei costumi. Al riguardo si può trovare anche un componimento che vale come un autentico manifesto degli intendimenti esistenziali e poetici che presiedono a queste poesie. Eccone la quartina iniziale: «Amore mio – che impressione! Quando ama un poeta/ è un dio disadattato che s’innamora./ E il caos torna a strisciare nel mondo/ come ai tempi della genesi». 
Il «caos della natura», così viene chiamato. Ed è lì che il poeta innamorato guarda, è da quella forza primaria che attinge la sua parola. Pasternak, il Pasternak delle poesie d’amore è non a caso un poeta della natura. In queste poesie dire l’amore e dire la natura è la stessa cosa. Non si trova in pratica una formulazione che non sia legata alle piante, ai fiori, agli elementi, all’atmosfera, alla notte, al gelo, alle stelle, ai risvegli nelle fredde primavere russe. Il linguaggio e le metafore della natura, le immagini dell’energia intrinseca alla vita stessa, sono qui, alla lettera, il linguaggio dell’amore e della sua poesia: «E i giardini, gli acquitrini, i recinti,/ e il cosmo che ribolle di bianche/ grida — sono solo gradi della passione,/ accumulata nel cuore di un uomo».

da La lettura




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1 settembre 2016

SETTEMBRE


Paula Modersohn Becker - Self Portrait - 1897

Nel 1907, lo stesso anno in cui Picasso dipingeva Les demoiselles d’Avignon, moriva a trentun anni Paula Modersohn Becker. La pittrice tedesca lasciava una produzione assai vasta di opere estremamente innovative; nel suo percorso aveva esplorato le fonti più varie: dalla scultura gotica a quella di Rodin; dal Rinascimento italiano al barocco fiammingo e spagnolo; dalla pittura giapponese agli impressionisti ai postimpressionisti, concentrandosi particolarmente intorno all’arte primitiva. Tra il 1896 e il 1898 Paula frequentò la scuola per donne artiste a Berlino, conobbe Otto Modersohn, che sposò un anno dopo. Ma la vita matrimoniale non riusciva a conciliarsi con la libertà artistica di Paula, che interruppe la convivenza e si stabilì a Parigi, per seguire lezioni di anatomia e visitare gallerie e musei.
Nel frattempo il marito insisteva per una riconciliazione; la pittrice si incontrò con lui a più riprese, accettando infine il rientro in famiglia e avviando una gravidanza, da sempre fortemente desiderata. L’attesa però ebbe un decorso difficile, che quasi non permise a Paula di dipingere. Subito dopo la nascita della figlia, nel 1907, l’artista morì per complicazioni cardiopolmonari. Nel corso di questo breve tempo aveva prodotto circa 1400 lavori, tra disegni ed opere concluse; uno solo trovò acquirente mentre lei era in vita. Proprio ieri si è conclusa al Museo d'Arte Moderna di Parigi la prima monografia in Francia di Paula Modersohn-Becker una delle figure principali d'avanguardia in Germania che sviluppò uno stile originale e identificativo, caratterizzato da una grande forza di espressione in colori ma anche da un'estrema sensibilità nel trattamento dei soggetti, che hanno spesso confuso i suoi contemporanei.

Grazie a Gabriella che me l'ha fatta conoscere




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