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1 maggio 2020

MAGGIO


Paul Cezanne  -  Autoritratto  -  1875



Paul Cezanne nell'arco della vita dipinse circa 200 ritratti di cui un quarto sono autoritratti; il primo autoritratto di giovane ventenne e l'ultimo pochi anni prima della morte nel 1906. Se gli impressionisti volevano cogliere la luce sfuggente, Cézanne punta a rappresentare la realtà delle forme e la solidità eterna delle cose. Dipingo corpi, non anime, disse l'artista, ammettendo però che “se i corpi sono ben dipinti, l'anima ci brilla dentro”.
Non aveva alcun interesse per l'introspezione psicologica, non voleva scavare nel cuore della persona ritratta o inviare messaggi sul suo stato d'animo.
Per lui i ritratti sono come i paesaggi o le nature morte: sono dipinti, e l'unica cosa che importa è la pittura e come riesce a rappresentare la realtà. Quello che contano sono le pennellate, e come in successione e sovrapposizione creano una struttura che diventa l'immagine. 
In questo autoritratto giovanile, Cézanne, trentaseienne, si ritrae con lo sguardo severo, penetrante, risoluto. Un ritratto spietato e senza compiacimenti, metafora del rigore e del fervore ma anche dell'insoddisfazione con cui si dedicava alla ricerca pittorica. A quegli anni risalgono queste parole indirizzate alla madre: «Devo sempre lavorare, non certo per giungere al 'finito', che suscita l'ammirazione degli imbecilli. Porto a termine soltanto per il piacere di far cose più vere e più sapienti.»
E dei primi anni del Novecento è questo brano di lettera a Vollard, amico e primo grande collezionista delle sue opere: 
Ho conseguito qualche progresso. Perché così tardi e così faticosamente? Sarà l'arte effettivamente un sacerdozio che pretende dei puri che gli appartengano interamente? 
Per Cézanne l'arte fu davvero una religione, ai cui misteri offerse da 'sacerdote' una devozione tormentata e assoluta. 




permalink | inviato da ioJulia il 1/5/2020 alle 7:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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