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COSE PERDUTE

           

"Alle undici in punto, sostiene Pereira, il suo campanello squillò. Pereira aveva già fatto colazione, si era alzato presto, e sul tavolo della sala da pranzo aveva preparato una caraffa di limonata con dei cubetti di ghiaccio". Il personaggio di Antonio Tabucchi è un fedelissimo della spremuta di limone con acqua e zucchero, bibita ante-litteram mai davvero abbandonata a dispetto di tempi, mode, pubblicità. Perché facile, fresca, dissetante più o meno tutto quanto chiediamo a una bevanda in special modo con l’urgenza della sete. La buona, vecchia limonata è stata l’antesignana di quella che oggi è una offerta folta e variegata di bottigliette e lattine proposte da un marketing sempre più aggressivo. Ogni etichetta garantisce di volta in volta magrezza, prestazioni, successo, allegria: tutto concentrato in pochi sorsi miracolosi, ben al di là dell’obbiettivo originario. Dissetare e restituire liquidi all'organismo. Infatti bisogna indurre a bere a prescindere dalla sete così da ampliare la domanda anche se non siamo ancora davvero addicted come gli americani che consumano più del triplo della nostra quota annuale. Bibite non acqua perchè l’acqua non basta più: le nuove bibite l’hanno soppiantata a colpi di vitamine (di sintesi), sali, aromi, coloranti. Il tutto addolcito da quei famosi zuccheri nascosti. Allarmante anche la presenza in molte bibite del conservante benzoato di sodio (E211) che in presenza di luce e calore reagisce con l’acido citrico, formando il tossico benzene (occhio all’etichetta!). Ed ecco come Berselli mi aiuta a fare un salto ai tempi della bibita:
"Sere d’estate, non ancora dimenticate. Si disegna nella memoria il caffè sulla piazza di paese. Il caffè è interclassista, figurarsi, e fino a una certa ora non distingue fra adulti e bambini, specialmente il sabato. Anche i piccoli infatti hanno diritto alla fetta di cocomero nella baracchina appena fuori: ma l’oggetto del desiderio è il bicchiere della bibita frizzante, colorata, assurda. Perché l’approccio alle bollicine rappresenta in verità uno dei riti di passaggio per l’infanzia di quegli anni grigi e soleggiati, intrisi di polvere e luce: dapprima le bibite sono soltanto un fastidioso pizzicore nel naso, tale da generare una ripulsa sdegnata accompagnata da smorfie comiche, e risate degli adulti; e invece all’improvviso si dispiega come un piacere impagabile, insostituibile, da conseguire anche a prezzo di pianti, ricatti e strepiti. Aperta la gazzosa, o gassosa, gazosa, che per tappo aveva una pallina di vetro verde incastrata nel collo della bottiglia (qualcuno la chiamava la balètta o la gagna), che andava spinta con adeguata cautela verso il basso, scrosciava nel grosso bicchiere del bar l’acqua fresca dell’innocenza, dolcificata ed effervescente" e che io non ho mai conosciuto. "Il tappo a corona, quello che doveva diventare il protagonista delle gare di ciclismo a tappetti, sarebbe arrivato molto più tardi. E forse si potrebbe dire che la gazzosa era un antecedente storico della Sprite, anche se allora era semplicemente il piacere di una modernità sorprendente. Il piacere di bere una bibita artificiale, che non esiste in natura, prodotta da centinaia di piccole industrie locali: allora, negli anni delle felicità piccole, intense e irripetibili, quando eravamo indistruttibili, non avevamo paura di coloranti e di sostanze matte, nell’età del citrato e delle polverine, l’artificialità delle bibite apparteneva alla sperimentazione del possibile. Mettere un po’ di gazzosa nella birra, aggiungerla al vino, procedere a mescole e mescite per allungare indefinitamente il piacere. Il senso di una estemporanea felicità. Anche il chinotto, naturalmente, poteva andare. Ma il chinotto conservava un sentoreche richiamava un frutto. Era una bibita sì fabbricata, ma che manteneva un legame per quanto labile e mediato, con la natura, con agrumi e frutti ignoti, mai visti eppure botanicamente certificati. Chi aveva mai visto un chinotto? (e chi un tamarindo, per dire?). Era troppo evidente, quel vincolo, e quindi tale da risultare gradito ad alcuni e meno ad altri, e comunque implicava un avvicinamento e un apprendimento, una socializzazione all’aroma. Mentre la gazzosa era il nulla imbottigliato, lo spumeggiare lieve di un attimo, un formicolio sul palato e nelle narici, e niente più: esperienza irripetibile di una società bambina. L’ambiente prevede un juke-box, un calciobalilla, fumo di sigarette. Gazzosa vuol dire una madeleine popolare, altro che l’aristocrazia proustiana: ma provarla adesso con le attuali gazzose multinazionali delude ogni volta: perché le gazzose nelle lattine, al limone e al lime, non sono mai abbastanza fredde come allora, mai frizzanti a sufficienza. Era l’epoca dei ghiaccioli, del Mottarello «gelato da passeggio igienico e gustoso», dei colori pazzeschi, di sostanze quasi fosforescenti e ingredienti sintetici che oggi verrebbero messi immediatamente all’indice. Ma è una chimica che allora ha permesso a interegenerazioni di adolescenti di sostituire le bibite più costose, dalla Coca-Cola all’Oransoda, con la spuma al cedro o all’arancia. Prezzi modici, infatti. Si veniva da partite di calcio più o meno infinite, nella polvere di campi assolati. E alla fine un bicchiere grande di spuma, che gratifica il palato e ovviamente alla fine aumenta la sete, così che se ne può bere un’altra, con il gusto piacevolmente irresponsabile che si accompagna a ogni bibita gassata. Bere a garganella, gonfiarsi lo stomaco. Poi provare la spuma al bitter, o al ginger, che piacciono soltanto ai depravati o ai finti moderni, la Spumador che rivaleggia con il chinotto,a spuma-spuma che sa di spuma e basta, spuma al quadrato, spuma in quintessenza di spuma. Era il tempo delle bibite: anche questa parola, bibita, si è quasi estinta.Vorrà pur dire qualcosa: perlomeno che non ci sono più le bevande di una volta, proprio come le mezze stagioni, come il tempo perduto della gazzosa."

Nella mia limonata non metto ghiaccio ma un mazzetto di menta selvatica appena colta...

Pubblicato il 30/8/2014 alle 8.46 nella rubrica iopenso.

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