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NON SOLO PERRAULT

"Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna ... E in questo sommario disegno, tutto; la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto le spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste".

Mario Lavagetto

Dunque, le fiabe sono vere, come la vita; ma anche false, come la letteratura. Anzi, le fiabe sono letteratura allo stato puro cioè narrazione, racconto, affabulazione, sia pure letteratura popolare, in quanto esprimono le esigenze, i valori, i sentimenti dei ceti popolari, anche se trattano spesso e volentieri di re e di regine, di streghe e di fate, di magie e di miracoli. Ma non sono poi così distanti dalla letteratura cosiddetta alta.
C’è un tempo in cui gli antichi racconti popolari cominciano a essere trascritti, e poi reinventati, e poi riscritti. C’è un tempo in cui le fiabe diventano d’autore e ci sono, come in tutte le letterature, autori geniali che hanno lasciato la loro impronta indelebile.
Accade al lettore di fiabe di imbattersi in racconti che con poche varianti si ritrovano in raccolte di autori diversi, in tempi e luoghi talvolta assai distanti tra loro. Ad esempio, molte fiabe di Perrault (Pelle d’Asino, Cenerentola, La Bella addormentata nel bosco, Il Gatto con gli stivali, Pollicino, Le Fate) si ritrovano in un libro in dialetto napoletano pubblicato una sessantina d’anni prima (1634): il Pentamerone o Cunto de li cunti di Giambattista Basile, riscoperto, valorizzato e tradotto in italiano da Benedetto Croce. Basile è il più grande scrittore di storie fiabesche e tuttavia è difficile credere che Perrault avesse potuto intendere l’oscura lingua napoletana del Pentamerone.
Più probabile che lo scrittore francese attingesse a un comune ricchissimo fondo di narrazioni popolari, e anche a fonti propriamente letterarie, come l’Asino d’oro di Apuleio, il Decamerone del nostro Boccaccio, le Favole di La Fontaine (a loro volta ispirate ai racconti di Esopo e di Fedro). Le stesse fonti a cui attinsero tutti gli scrittori italiani ed europei di fiabe.
Tra gli autori italiani ce ne sono di importanti a cominciare da Gian Francesco Straparola, autore, attorno alla metà del Cinquecento, delle Piacevoli Notti, un testo ricco di meraviglie e di incantesimi; passando nel Seicento per il già citato Basile e nel Settecento Carlo Gozzi che porta la fiaba sulle tavole del palcoscenico; giungendo infine all’Ottocento con Tommaseo, De Gubernatis, Imbriani, Collodi, Capuana; senza dimenticare quelli più vicini a noi, come Gozzano e Gianni Rodari. Con buona pace di quanti affermano che la fiaba sarebbe estranea alla nostra tradizione letteraria e che non è mai esistito un Grimm italiano possiamo rivendicare il merito di una produzione tutt’altro che secondaria.

Pubblicato il 28/1/2016 alle 16.56 nella rubrica iopenso.

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